A distanza di oltre un anno e mezzo dai tragici eventi del 6 aprile 2009, il centro storico de L’Aquila appare come “congelato” nel suo rovinoso stato di capillare danneggiamento e di diffuso crollo, con la maggior parte dell’area urbana ancora transennata, praticamente interdetta, non troppo diversamente da 12 mesi or sono.
La ricostruzione appare adesso addirittura più problematica di allora in un paesaggio urbano divenuto ancor più surreale con gli edifici assicurati da selve intricabili di impalcature, massimamente incatenati per la sicurezza con arditi presidi metallici, anche se sostenuti dai puntellamenti di pronto intervento messi in opera nell’emergenza dai Vigili del Fuoco durante il commissariamento della Protezione Civile. In questo scenario che potremo anche definire “post-apocalittico”, ormai consolidatosi nei tanti mesi trascorsi, c’è persino chi paradossalmente esalta la bellezza dei monumenti e della storia della città vista attraverso queste installazioni in una sorta di involontaria Land Art, quasi che tutto ciò fosse il frutto di un’esperienza creativa che concettualmente costringe il visitatore distratto a porre finalmente l’attenzione dovuta sui muri scrostati, sui cornicioni pendenti, sugli architravi spezzati delle finestre.
In realtà, la città fisica e i suoi abitanti, siano essi proprietari, inquilini o residenti saltuari, commercianti o studenti, attraversano all’unisono una medesima complessa contingenza nell’evolversi caotico di una situazione che sembra ogni giorno più complicata, e delicata allo stesso tempo, crescendo in ognuno di loro la convinzione che il momento dell’agire non possa più essere procrastinato. Le astratte discussioni dei mesi scorsi sul rinnovamento urbano contrapposto al “dov’era e com’era” sembrano comunque superate dalla necessità di far presto le scelte ed iniziare tangibilmente l’opera di ricostruzione. Il dibattito sembra davvero aver consumato il proprio tempo. Eppure a tutti è noto quanto sia determinante per commisurare gli esiti dei provvedimenti da porre in essere il fare consapevole, con razionalità e per il bene comune, sapendo altresì che ogni errore, anche il più piccolo, potrebbe compromettere il risultato finale.
Il processo appena avviato verso l’auspicata riqualificazione urbana può quindi prendere strade diverse nella convulsa sovrapposizione della domanda e dell’offerta, condizionabile da pressioni speculative ed interessi di parte. La querelle pubblica sulla qualità della ricostruzione pare dunque scontrarsi con le esigenze dell’istanza privata, talvolta miope ma pur sempre legittima, alla quale dover dare risposta. Ed oggi, sul tavolo della ricostruzione possibile per L’Aquila e per gli altri centri storici del cratere, si svolge un confronto probabilmente decisivo per il volto futuro dell’ambiente urbano, nella volontà del fare, dando comunque corso ad una laboriosa rinascita della città.

Un anno or sono, quando le azioni del post-sisma affrontavano altre questioni, rimandando apparentemente sine die lo studio diretto all’interno delle città colpite, sollecitati e confortati dall’indispensabile guida di alcuni coraggiosissimi amici aquilani, profondi conoscitori della città per i suoi innumerevoli risvolti, primo tra questi l’architetto Gianfranco Gracchi, ho voluto toccare con mano la dura realtà del dopo terremoto.
Sono venuto a L’Aquila e nei territori del cratere colpiti dal sisma una prima volta nell’estate del 2009 mosso soprattutto dal desiderio di vedere e di conoscere de visu la situazione esistente per testimoniare con la mia diretta partecipazione una presenza e tutta la solidarietà possibile nei confronti di chi era stato sovrastato dalla tragedia. Specialmente ero pronto ad agire come docente universitario, o piuttosto come architetto restauratore, con quello spirito di servizio ed impegno civile che si conviene in queste circostanze. Annichilito dall’immane disastro sono tornato frastornato in sede, riprendendo le mansioni quotidiane con un fardello in più, un senso di responsabilità che da quei giorni non ho potuto mai più scaricare. L’Aquila era divenuta ormai il punto di riferimento di tutti gli studi e di tutti i programmi di ricerca.
Sono ritornato più avanti, più attrezzato anche emotivamente, forte dell’energia di un gruppo di studio, composto da miei allievi, ben articolato e determinato nella volontà di offrire un concreto contributo laddove eravamo in grado di darlo, cioè per il restauro della città, ovvero per salvare la bellezza e i valori di un luogo che, nonostante la distruzione, si mostrava unico, straordinario nell’ambiente aulico dei suoi monumenti e nobili palazzi, ma ancor più nelle contrade popolari del centro antico. Transitando la città per le vie e le piazze spopolate, invase ovunque dalle macerie, alti cumuli di masserizie, accompagnati da sinistri scricchiolii riecheggianti nel silenzio ci rassicurava solo la visione dei vigili del fuoco inerpicati sui muri, sospesi come acrobati a rimuovere pareti in bilico, e la compagnia di cani soli senza più padrone. La visione delle case in queste condizioni è del tutto speciale, tutto è percepibile nel bene e nel male. Era come se la memoria della storia fosse affidata anche al più piccolo dei dettagli, alla residua presenza di un elemento architettonico, di un intonaco, di frammento di colore da documentare prima che se ne potessero perdere definitivamente le tracce, ragioni vitali per immaginare prima ancora di progettare il restauro della città. Come un déjà vu, ho sentito riecheggiare nelle vie martoriate del centro storico le frasi illuminanti del poeta: “Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere … obbligata a restare immobile per essere meglio ricordata” (Italo Calvino, Le città invisibili).
(prima parte – segue)
Giuseppe A. Centauro