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Voi siete qui: Europa » A Malta con Marco Grassano: prima parte del reportage

19 Maggio 2018

A Malta con Marco Grassano: prima parte del reportage

Comincia il reportage di Marco Grassano su Malta.

La gioia tranquilla di essere in viaggio mi pervade appena seduto sul treno. Linea e carrozze sono le stesse delle trasferte di lavoro, ma è la meta finale a fare l’enorme differenza. In stazione non sappiamo dove prendere la navetta per Caselle. Interrogo con allegra cortesia la ronda costituita da un militare in tuta e due poliziotti; le indicazioni che ricevo sono altrettanto gentili e sorridenti.

Attraversiamo al semaforo e percorriamo un tratto di portici. Troviamo ben presto le corriere. Mi rivolgo all’autista in attesa accanto alla vettura, per fare il biglietto a bordo, ma mi replica che bisogna acquistarlo nel vicino bar. Prima di digitare la cifra, la bionda cassiera chiede, parlando come Luciana Littizzetto, se andiamo all’aeroporto.

[adsense-inarticle] I vetri laterali del pullman, fastidiosamente scuri, rendono lugubri i quartieri periferici in cui ci inoltriamo e tristi le scene di vita quotidiana che si svolgono in un negozio di alimentari o in un caffè, mentre siamo fermi a qualche incrocio.

L’aeroporto, in quest’ora ormai serale, è quasi deserto. Di fronte a un numero di passeggeri così scarso, i controlli si riducono a poco più di una formalità. Facciamo due passi fra i punti vendita interni, in attesa che venga l’ora di cena. Gli altoparlanti di servizio invitano ripetutamente “il signor Ron” a recarsi presso il cancello di imbarco del volo per Parigi, in partenza fra poco. Commento con mia figlia che non può essere qui, visto che stasera deve cantare a Sanremo.

Le pizze napoletane che ci servono ai tavolini del “Mozzarella Bar I’amme” sono di discreta qualità e non troppo care. Dopo averla previamente assaggiata per valutarne il sapore insolito, come consigliatomi dal cameriere, mi godo una media rossa Grolsch, ottima birra olandese. Il piacere di una vacanza è fatto anche di questi piccoli particolari. Mentre mangiamo, vengono diffuse, in sottofondo, alcune canzoni del rapper Ghali. Mi sembra, soprattutto in “Cara Italia”, che l’impostazione vocale debba qualcosa al Celentano anni Novanta. Certo, non è Leonard Cohen.

Al chiosco della Venchi prendiamo, come dessert, un gelato al cioccolato, oltre a una tavoletta di fondente nero che ci farà compagnia anche nei prossimi giorni. Ci sediamo a gustare con calma le nostre squisitezze artigianali.

Mi sono portato da leggere Il marinaio di Pessoa, in portoghese, e soprattutto il Purgatorio di Dante: immagini di luce diafana su un’isola rocciosa, proprio come mi aspetto di vederne a Malta.

Ci avviciniamo al nostro cancello di imbarco. La sonnolenza comincia a cogliermi. Quando usciamo per salire a bordo dell’aereo, scopriamo con sorpresa che sta piovendo. La carlinga e la pista luccicano, gli oblò sono picchiettati di gocce.

Dormicchio, poggiando la testa alla parete, per quasi tutto il viaggio. Apro gli occhi solo quando l’aereo sta effettuando la planata finale. Vedo in basso geometrie di luci ingrandirsi rapide.

Anche qui le superfici sono smaltate dalla pioggia, che continua a cadere blandamente. I passeggeri del volo riempiono tutta la navetta che ci porta al terminal. Ai nastri trasportatori dei bagagli, il nostro gruppo è l’unico in attesa.

Ritirati gli zaini, usciamo. Ci tocca subito alzare il cappuccio dei giubbotti impermeabili. Prendiamo a destra, seguendo le indicazioni del navigatore di Ester, e oltrepassiamo alcune aree di parcheggio. Con estrema cautela, perché dobbiamo continuamente rammentare che qui si guida a sinistra, attraversiamo, all’altezza della curva, Viale dell’Aviazione.

Ci infiliamo nel borgo di Gudja, fitto abitato di case basse, disuguali e asimmetriche, costruite però in un particolare stile levantino che, assieme all’uniformità dei colori tenui, tendenti al beige, della pietra e degli intonaci, le rende un complesso urbanistico gradevole. Faccio notare a mia figlia i numerosi balconi di foggia turca, diffusi anche a Creta, dai quali le donne di casa potevano vedere senza essere viste.

Arriviamo alla Triq (Via) Birzebbuga, che termina in una specie di campagna incolta cintata da bassi muretti a secco. Le case presentano, sulla facciata, targhe di nomi residenziali: Winston House, Dreamer, Casa Remrit, Lopain, San Antonio Apartments. Chiamiamo il numero di telefono che ci avevano comunicato. Risponde una donna, dicendo che arriva subito. Poco dopo, eccola uscire da una porta con un mazzo di chiavi. Ne apre un’altra a pochi metri, facendoci salire in un grande appartamento ristrutturato di recente e arredato con mobili di sontuosità semitica, come in una poesia di Kavafis.

Un appartamento a MaltaCi mostra la cucina-tinello, dicendo che possiamo usarla per la colazione, poi il bagno, riccamente piastrellato, e infine la camera, dove accende una stufa a gas per aiutarci a combattere l’umidità da cui ormai siamo intrisi. Le chiavi le possiamo lasciare sul tavolo uscendo, domani mattina.

Ci spogliamo e ci corichiamo. Più avanti nella notte, sentiamo arrivare una coppia dalle voci russe. Verso l’alba, alcuni galli cantano. I russi fanno scrosciare la doccia a tutta forza. Quando ci alziamo sono già andati via. Il bagno è inondato: probabilmente si sono lavati – o divertiti – con lo sportello aperto.

Il contenuto del grande frigo in acciaio inossidabile, predisposto per una barbara colazione germanica, non mi tenta. Mi preparo quindi una tazza di caffè solubile e sgranocchio un quadretto del mio cioccolato torinese. Faremo la colazione vera all’aeroporto, prima di prendere l’autobus per La Valletta. Bevo a piccoli sorsi ghiotti, osservando dal balcone la via percorsa arrivando. Di fronte a casa, in uno spazio erboso stretto fra due pareti e sbarrato, verso strada, da pannelli di lamiera grigia, carcasse di auto in abbandono. Fa quindi sorridere l’avviso “Garage in use day and night”.

Mentre tutto intorno solamente pioggia e Francia (parafrasando Paolo Conte)Piove a raffiche, a causa del vento che ci impedisce anche di usare gli ombrelli. L’asfalto è costellato di pozzanghere e velato d’acqua, che fluisce in rivoletti gualciti. Mi viene da parafrasare Paolo Conte: “Mentre tutto intorno è solamente pioggia e Malta”. Grazie al navigatore, ritroviamo, fra i vicoli, il percorso per raggiungere Viale dell’Aviazione.

La facciata dell’aeroporto, a grandi archi tondi vetrati, è divisa in metà dall’imponente ingresso, lamellato di alti pannelli in pietra. Ci sediamo a un tavolino di legno del Costa Coffee, affacciato sull’ampio atrio di accesso all’area passeggeri, per goderci con calma dolcetti, macedonia e cappuccino. Alla vicina Agenda Bookshop, dopo aver sfogliato alcuni libri in astrusa lingua locale e un’edizione per ragazzi, illustrata, dell’Odissea tradotta da Alexander Pope, compriamo i tesserini cumulativi dell’autobus – validi, illimitatamente, per una settimana, su tutte le linee delle isole maltesi – e una guida Lonely Planet, in inglese.

Ci posizioniamo sotto le pensiline antistanti, in attesa della corsa che ci porti nella capitale. Attorno, filari di cedri e di alte palme. Dobbiamo pensare un attimo, anche stavolta, a quale sia il lato giusto per la direzione di marcia che ci interessa. Le nubi, sparse a cumuli, sono mosse, ma il vento continua a mitragliarci di traverso con fastidiosissime gocce d’acqua.

Abbiamo diverse possibilità di linee, per il centro città. Ecco arrivare una delle vetture utili. Si sale, naturalmente, da sinistra e si vidima il tesserino di viaggio posandolo su un lettore accanto al posto di guida, fino a sentire il “bip” di conferma. Subito a destra del portello, un ripiano dove lasciare borse e bagagli. Sedili doppi, disposti lungo entrambi i lati, rivolti in direzione di marcia.

Su un visore scorre, a caratteri rossi luminosi, il nome della fermata successiva, che viene contemporaneamente annunciata, in maltese e in inglese (“next stop…”), da una voce femminile elettronica, premettendovi, a ogni cambio di rione, quel che supponiamo sia il nome del nuovo quartiere: Avjazzjoni, Azzopardi, Tumas, Schinas, Farrug, Ingieret, San Vincenz, Ceppuna e così a seguire, fino a Tigrija, Dicembru, Balbi, Blata L’ Baida, Bombi, Floriani, Sarrjia e, infine, al capolinea.

Il percorso è inizialmente abbastanza arioso, anche quando gli spazi verdi, coltivati o spontanei, lasciano il posto ai muri di cinta più o meno alti di qualche installazione. Nell’aiuola fra le carreggiate, un susseguirsi di alberi e cespugli. Poi i primi capannoni, con inframmezzata qualche rara casa nel solito stile levantino. Poi altro verde, chiuso da muretti a secco. Le costruzioni commerciali e abitative, in modelli replicati, ricominciano ad addensarsi. Il fatto che appaiano, ai nostri occhi, vagamente esotiche non attenua la loro sostanziale laidezza.

Ancora un po’ di campagna incolta e di alberi a bordo strada. A sinistra un grande campo da golf, magnificamente verde, mentre a destra i capannoni continuano. Siamo ormai in una periferia artigianale. Svoltiamo a costeggiare, dall’altro versante, l’area del golf e ci inoltriamo in sobborghi radi: residenziali, questi, ma comunque sgraziati. Dopo un po’ le case si infittiscono, recuperando anche una qualche uniformità stilistica. Il sobborgo finisce.

Ci avviciniamo a una zona che somiglia vagamente all’Appia antica. Un doppio arco neoclassico, cui segue ancora un tratto vegetato. Appena prima che inizi una zona di vie ortogonali, inaugurata da edifici a portici, svoltiamo a sinistra lungo una fila di case dai ripetuti balconi alla turca. Giriamo quindi a destra, in un viale che sfocia in una piazza enorme, punteggiata dai plinti residui, in lunghe file, di colonne scomparse, risalenti a chissà quale epoca. Superati questa piazza e il Monumento all’Indipendenza, scendiamo dall’autobus, all’altezza di un oblungo giardinetto scandito da palme ancora giovani. In pochi passi arriviamo alla Fonte del Tritone.

La pioggia pare sul punto di smettere, ma tutto si presenta ancora pesantemente madido e le persone restano al riparo di cappe e ombrelli. Quando passiamo nei pressi della fontana, il vento ci soffia addosso uno sgradevole pulviscolo d’acqua aggiuntivo, proveniente dagli sprizzi.

Il Palazzo dell'Opera di Malta - La nuova struttura è di Renzo PianoSotto una spessa lastra di vetro, vestigia di antiche fondamenta. Un ampio ponte pedonale supera il fossato della fortezza. Ai piedi del bastione più vicino si vedono reti da cantiere stese a delimitare un’area lavori. Superiamo quindi il portale di accesso, che si inserisce nelle mura titanico come una costruzione egizia. La guida tascabile ci dice essere un progetto di Renzo Piano.

Andiamo ai servizi – disponibili per tutti – del Burger King, entrando e salendo da sotto i portici solenni del primo palazzo a sinistra. Di fronte, il nuovo Parlamento, progettato anch’esso da Piano e realizzato nella medesima pietra dorata di cui sono fatti gli altri edifici.

Subito dopo, in cima a una piattaforma di pietra con rampe di gradini, i resti di un colonnato neoclassico circondano un’intelaiatura metallica di quelle che si montano per i grandi spettacoli all’aperto. Secondo la guida, si tratta dell’ottocentesco Palazzo dell’Opera, distrutto dai bombardamenti tedeschi nel 1942 e recuperato alla funzionalità grazie alla nuova struttura recentemente inseritavi, sempre su idea di Piano.
Prima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalie:

  • Appartamento a Malta
  • Parafrasando Paolo Conte: mentre tutto intorno è solamente pioggia e Malta
  • L’Opera recuperata da Renzo Piano
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