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Voi siete qui: Europa » Viaggio a Porto: visita al complesso ecclesiastico di San Francesco

16 Marzo 2018

Viaggio a Porto: visita al complesso ecclesiastico di San Francesco

La visita al complesso ecclesiastico di San Francesco è il tema di questa tappa del reportage di Marco Grassano sulla città di Porto.

Raggiungiamo Praça da Ribeira e ci sediamo ai tavolini esterni di uno dei bar, gestito da personale tutto di colore: però di lingua portoghese, non so se angolani o capoverdiani. Ordiniamo e paghiamo subito due succhi di frutta, che sorseggiamo rilassati. Altri africani arrivano e scambiano coi camerieri calorose pacche e strette di mano. Arriva anche, accomodandosi a uno dei tavoli, il gruppo musicale universitario che stamattina si esibiva al mercato di Bolhão.

Praça da Ribeira a PortoManca poco alle cinque. Meglio ritirarci nel tepore confortevole di qualche spazio chiuso. Ci dirigiamo quindi verso il complesso religioso di S. Francesco, accanto al capolinea del tram per l’oceano. Di passaggio, ritiriamo contanti al multibanco di Rua Infante D. Henrique, subito dopo lo sportello turistico.

Il biglietto lo acquistiamo all’ingresso del museo ecclesiastico, di fronte – su un livello leggermente più basso – al cesellato portale della chiesa. Ci accudisce, dietro il banco di legno chiaro, un giovane dalla barba fulva. Attorno, pareti piastrellate, pavimento a disegni geometrici, un baule rinforzato in ferro, una portantina, una pendola. Al prezzo di 5 euro per gli adulti e 4 per gli studenti, si ha diritto a visitare il tempio e la struttura museale.

Il complesso ecclesiastico di S. Francesco a PortoObliterandoci il tagliando con un semplice strappo, il custode ci informa che in chiesa non si possono scattare fotografie: No pictures. L’interno è sovraccarico, fino allo stordimento, di intagli e cesellature d’oro. Oltre all’altare, sono fittamente ricoperti pulpiti, pareti, colonne, soffitto, in una sorta di ossessivo horror vacui: alla faccia del voto di povertà del Venerabile Ordine Terziario Francescano, da sempre possessore e gestore della struttura.

Accompagnati dalle note toccanti dell’Adagio di Albinoni, facciamo lentamente tutto il giro, osservando il viluppo di rampicanti e ghirigori diffuso ovunque con una virulenza da malattia esantematica.

In nicchie vetrate, statue singole e gruppi statuari. Quello raffigurante la decapitazione di due fraticelli da parte di bravacci col turbante esibisce una discutibile voluttà del truculento. Sopra la teca col simulacro in granito di S. Francesco – sobrio, perché di cinque secoli anteriore al resto delle decorazioni – lussurreggia l’albero che rappresenta la genealogia di Cristo, simile al mostro fatto di corpi umani del film Leviathan. Le radici affondano nei lombi di Jesse sdraiato e i rami sono costituiti dai dodici re della tribù di Giuda.

Ci sediamo per qualche minuto su una panca, a occhi chiusi, per ritrovare un po’ di silenzio visivo.

Passiamo al museo. Una targa in plastica informa che l’edificio, denominato Casa do Despacho, ossia “Casa del Disbrigo”, fu progettato da Niccolò Nasoni, a metà Settecento. Nasoni ha probabilmente rivestito qui il ruolo che Andrea Palladio aveva svolto, un paio di secoli prima, a Vicenza e dintorni.

Al pian terreno, in una sala sobriamente bianca, dal pavimento in pietra, nella quale si apre anche la porta dei bagni, un’articolata esposizione. Statue lignee della Vergine e di alcuni santi; alti candelabri d’altare o da processione laminati d’argento; turiboli; arredi sacri. In una vetrina, ostensori, calici, ostiari, aspersori e altri attrezzi per celebrare.

Nella sala successiva, con la parete di fondo interamente occupata da un enorme mobile scuro da sacristia, piccole bacheche in serie contengono documenti muniti di sigillo e altre carte antiche, manoscritte o a stampa. Da lì si passa in una luminosa chiesetta quasi neoclassica: non sovraccarica di ornamenti; la volta a botte affrescata a specchi; grandi quadri alle pareti, tra cui uno che ritrae Santa Margherita di Cartoria col suo cagnolino.

Scendiamo nei sotterranei – pomposamente definiti “catacombe” – dove sono sepolti, in loculi numerati, decine e decine di religiosi e qualche monaca, deceduti posteriormente alla costruzione del palazzotto. Da una botola grigliata si può osservare un macabro cumulo di ossa umane. E d’altronde, qualche teschio in gesso è visibile qua e là sopra le tombe.

Al primo piano, le stanze importanti e gli uffici dove si prendevano le decisioni e si “disbrigavano” gli affari. Solenni ritratti di personaggi maschili – forse benefattori – in divisa o in borghese o in abito talare, oltre a quello di una donna che ricorda Marguerite Yourcenar. Mobili di lusso, un salone sfarzoso somigliante alla Sala Giunta del Comune di Acqui Terme, con però l’imbarazzante presenza del colossale crocifisso incluso in una ridondante struttura dorata. Se qui ci si doveva occupare degli indigenti, forse mancava la necessaria empatia.

Tempo grigio e fresco. Seguiamo Rua Mouzinho Silveira fino al largo della Stazione, poi risaliamo Rua 31 de Janeiro. La chiesa di S. Ildefonso è aperta. Proviamo a entrare nuovamente. La parte bassa della navata è invasa dalla penombra, mentre in alto filtra il debole chiarore dei finestroni. Non c’è nessuno. Dagli invisibili altoparlanti viene diffuso un sommesso canto gregoriano. Preleviamo, lasciando un’offerta, un pieghevole fotocopiato che racconta la storia del tempio – inaugurato il 18 luglio 1739 – e ne illustra i pregi architettonici.

Prima di rientrare alla pensione andiamo, una cinquantina di metri più avanti, nel Minipreço all’inizio di Rua do Campinho, a comprare bottigliette d’acqua e una confezione di gomme da masticare. Ci mettiamo in coda alla cassa assieme agli altri avventori, tutti indigeni e quasi tutti anziani. Sono le 19: forse è l’ora dei pensionati.

Ci laviamo e ci riposiamo un po’ sdraiati sul letto. Mia figlia scarica sul computer le foto scattate in giornata. Io leggo qualche pagina del romanzo Livro.

Non abbiamo molta fame, dopo il lauto pranzo di oggi. Inoltre, quando, verso le otto, facciamo per uscire, sta piovendo. Le chiazze tonde delle gocce scuriscono via via il selciato, che in breve luccica come se fosse coperto di smalto trasparente. Rasentando il muro per mantenermi al riparo della grondaia, raggiungo allora il nostro vicino negozietto vintage, che è ancora aperto, e compro un po’ di frutta, latte aromatizzato e biscotti per una cena leggera in camera, che consumiamo guardando il telegiornale.
Ventunesima parte – Segue.
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalie:

    • Praça da Ribeira
    • Il complesso ecclesiastico di S. Francesco
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