Prosegue il reportage su Porto di Marco Grassano.
Lasciato il Municipio ci spostiamo nella parallela Rua do Almada, altra viuzza in cui la somma dei marciapiedi è ampia quanto il selciato centrale. Un poliziotto in berretto e pettorina gialla indugia sull’angolo con Rua da Fábrica. Al numero 151, pochi metri più in là, ci incuriosisce un ex barilotto di porto Dalva, tagliato a metà longitudinalmente e appoggiato alla colonnina centrale di un ingresso bipartito. Appeso sopra, un menù interessante, anche nei prezzi contenuti, intitolato Chegaste a casa – sei arrivato a casa.
È diviso in sezioni: Na mesa – sul tavolo: pane, olive e burro aromatizzato; Começa em grande – inizia in grande: tagliere misto di formaggi e insaccati; Sopa – zuppa: il caldo verde a 2 euro, ottimo indizio; Pesce; Carne; Amor de mãe – amore di mamma: tripas alla maniera di Porto, riso di frattaglie; Pergunta se há – domanda se c’è: “Questi piatti sono sempre preparati al momento, cucinati con amore dalle mani di nostra madre, avvisiamo che possono richiedere un po’ di tempo, ma valgono molto la pena”; Não esquecer – Da non dimenticare: patate a fette, fritte o al forno, risi variamente acconciati, germogli in padella, insalata. Il posto si chiama Ö tascö: chissà a cosa sono dovute queste curiose vocali pseudo scandinave.
Entriamo. Sulla parete sinistra, due archetti in mattoni delimitano nicchie colme di ciocchi di legna da ardere; sulla destra, un’enorme lavagna coperta di scritte in gesso multicolori, plurilingui e pluritematiche. Ne annotiamo una: tasco que é tasco tem erroz hotrogáficos – “vero tasco ha erori otrogafici”. Ci accomodiamo a un tavolino di fronte al bancone, a ridosso di una parete foderata di tasselli di legno tutti diversi fra loro per dimensioni, colore e spessore.
Alla mia destra, uno scaffale a forma di albero, denominato appunto “albero genealogico”, pieno di bottiglie di vino coricate. Più in là, sovrastando un tavolo lungo, la grande scritta scura sul muro chiaro All we need is. In fondo, la cucina. Appena prima, sulla destra, una scala che conduce al piano superiore e le porte dei bagni.
Si avvicina un cameriere in grembiule nero. Consultando con fatica – un fermaglio unisce in blocco compatto quelli di varie lingue – una copia del menù studiato fuori, ordiniamo: caldo verde, naturalmente; un baccalà ai ceci; riso ai fagioli rossi; tripas; acqua minerale per due. Il cameriere mi spiega che le tripas sono tutte le interiora, compresa la dobrada – che è ciò che noi chiamiamo trippa – e con l’aggiunta di sanguinacci.
Vengono sistemati sul tavolino sottopiatti di legno a forma di tavolozze da pittore, che hanno spazio anche per tovagliolo e posate. La zuppa è ottima, per quanto abbia un aspetto leggermente diverso da quelle mangiate ieri: ma d’altronde, questi ristoranti ci tengono a personalizzare la presentazione dei cibi. I secondi vengono infatti serviti nei pentolini interamente di acciaio opaco, coi relativi coperchi, nei quali sono stati cucinati: simili a quelli che usa ancora mia suocera, e che erano forse appartenuti alla suocera sua.
[codice-adsense-float]Anche il cucchiaione per scodellarli nel piatto è di quelli usati durante la mia infanzia. Il cameriere ci ha consigliato di limitare il numero delle portate, visto che le porzioni sono molto abbondanti. I fatti gli danno ragione. Le succulente tripas riempiono quasi tutto il pentolino, e sono accompagnate, in un altro pentolino, da abbondante riso bianco. Anche il piacevolissimo riso ai fagioli è parecchio, basta e avanza per togliermi la voglia e per accompagnare più che degnamente il baccalà di Ester.
Alla fine siamo davvero sazi, e non riusciamo a prendere in considerazione i dolci, pure allettanti. Lo diciamo alla graziosa cameriera, coi lisci capelli a frangetta tinti di biondo, alla quale paghiamo la davvero modica cifra – per tutto quel che abbiamo mangiato – di 23 euro. Lei ci replica che la cosa è per loro motivo di soddisfazione. Fuori, il fresco si è fatto più intenso; devo infilarmi il maglioncino appena acquistato sopra l’altro che già indossavo.
Abbiamo bisogno di camminare, per smaltire il copioso pasto. Scendendo Rua do Almada fino a sfociare in Rua dos Clérigos, ci portiamo alla Stazione, quindi verso la Cattedrale e poi sul piano superiore del ponte D. Luis. Lo percorriamo dal lato sinistro e proseguiamo, nel territorio di Vila Nova, lungo Avenida da República, bipartita dai duplici binari della metropolitana e alberata solo a tratti discontinui.
A una fermata dell’autobus, la pubblicità dell’olio extravergine Oliveira. Un piccolo asilo infantile. Costruzioni più o meno alte ma tutte “moderne”, da Liguria rivierasca deteriore; rarissimi e malridotti i superstiti di un’architettura in qualche modo tradizionale. Ecco di fianco a noi un basso palazzotto chiuso, con ingresso angolare e l’avviso molto sbiadito C.M.G. é prohibido lançar lixo na via pública: multa… – il resto è ormai illeggibile – ossia: “Camera Municipale di Gaia, è vietato gettare spazzatura nella pubblica via: sanzione…”.
Più avanti, sul lato opposto, dopo uno spazio a giardini pubblici costituiti solo da marciapiedi, specchi di prato e panchine, una spenta villetta art nouveau con l’aria malinconica da zuccheriera di peltro ossidata. Per il resto, continua la rassegna del cattivo gusto. Procediamo ancora un po’ in questa direzione, senza che il livello estetico degli edifici – dotati ora di brutti portici squadrati sotto cui si rannicchiano bar, negozi di telefonia o di informatica o di apparecchi acustici, banche, ambulatori privati, farmacie – accenni a migliorare.
Ci fermiamo – giunti a una piazzetta, ombreggiata da qualche albero, che ha di fronte, dall’altra parte dell’Avenida, una garbata costruzione bianca, in stile un po’ da sud degli Stati Uniti, affacciata su un prato bordato da una fila di cespugli tondi – a comprare bottigliette di acqua minerale, nel Café Snack Bar Tabacaria Veneza.
Il richiamo alla Serenissima non si addice al banco e sedili di triste plastica marrone, ai giornali sportivi spiegazzati sui tavolini, ai gestori cortesi ma dall’aria poco felice. Dopo ancora qualche centinaio di metri di monotonia urbanistico-edilizia, ci arrendiamo e torniamo su nostri passi. All’incrocio che precede la salita pedonale per il belvedere della Serra do Pilar, cartelli indicatori: Porto (Ponte dell’Infante), Oliveira do Douro, Osservatorio Meteorologico.
Scendiamo – passando dalla scala di fianco ai giardini del Morro – in Calçada da Serra e, come avevamo fatto il primo giorno, attraversiamo il ponte sul livello inferiore. Vogliamo percorrere il lungofiume Eiffel, che le notizie forniteci sul battello avevano definito “la passeggiata prediletta dalla borghesia locale”.
E forse un tempo lo era davvero; ora però si presenta come una successione di squallori: a fianco della funicolare, un paio di edifici piastrellati implorano la ristrutturazione; il minuscolo Club Sportivo e Culturale dei Guindais, ossia di questo rione; una fila di strette case a tre o quattro piani, sbrecciate e con panni non certo principeschi stesi ai balconi, ma munite di numerose antenne paraboliche e fronteggiate da ombrelloni e tavolini di qualche bar.
Le costruzioni finiscono lasciando il posto a un lungo tratto dominato da un’altura la cui base ha un aspetto poco stabile, costellata com’è di strutture di rinforzo, muretti e staccionate di contenimento, reti di protezione. Più in là, incassato al centimetro nella scarpata di pietra, un alto condominio o albergo di recentissima costruzione, in due ali parte intonacate di bianco e parte a piastrelle verdemare; dal terrazzo del piano mansardato, sull’angolo verso la foce, pende la bandiera di qualche stato scandinavo e provengono voci di bambini che urlano nella relativa lingua.
Dalla parte del fiume, l’aspetto è migliore: il marciapiede è stato rifatto; sono stare costruite, in alcuni punti, piattaforme grigliate di metallo aggettanti sull’acqua per facilitare curiosi e pescatori, alcuni dei quali stanno effettivamente lanciando e raccogliendo le loro lenze; anche le panchine appaiono nuove o comunque in ottime condizioni, e sono spesso occupate.
Il tempo è mutevole: nei brevi istanti in cui il sole esce e ci picchia addosso, dobbiamo toglierci i maglioncini, ma appena le nubi lo coprono di nuovo, la temperatura della brezza oceanica crolla e ce li dobbiamo rimettere. Un branco di pesci è assiepato come un fitto grappolo nel punto in cui si riversa lo scarico fognario: anche qui, spero ci sia un depuratore.
A bordo strada, una fila di vetture e di camper con targhe di varia nazionalità, i cui occupanti si affacciano allo sportello o siedono all’esterno su poltroncine pieghevoli. Passiamo l’elegante Ponte do Infante, poi il ponte progettato da Eiffel, assai bello a vedersi da sotto ma sopra in desolato abbandono come nel film “Cassandra crossing”, quindi il nuovo ponte ferroviario. Nient’altro di interessante da osservare.
Ventesima parte – Segue.
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
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- Rua do Almada
- Il lungofiume Gustave Eiffel