Il reportage di Marco Grassano su Porto prosegue con una tappa dedicata ai ponti della città.
Appena ci siamo rimessi in forze, raggiungiamo il molo in cerca di una motobarca per la famosa “Crociera dei sei ponti”. Il cielo ha recuperato tutto il suo smalto. Ci fermiamo al botteghino della City Sightseeing, in cui la prossima partenza è prevista per le cinque: manca solo un quarto d’ora. Acquistati i biglietti, ci portiamo a bordo del battello – lo scafo piuttosto piatto, come in una giunca orientale, però affusolato e con le estremità gialle – seguendo una comitiva prevalentemente spagnola.
Troviamo posto a sedere solo nell’ampia cabina di legno vetrato, dove il campo visivo è ridotto. Posati borsa e zaino, usciamo quindi verso prua e rimaniamo in piedi contro la parete, dietro le file di panche. Forse a causa del tipo di utenti, l’illustrazione – registrata – di quel che vediamo è diffusa nell’irritante castigliano dei doppiatori peninsulari: fonetica fastidiosamente scabra e tono insopportabilmente mellifluo. La maggior parte delle informazioni riguarda ovviamente i ponti, e viene fornita man mano che ci avviciniamo a essi. Annoto qualcosa, accucciandomi. Mia figlia scatta fotografie.
Il D. Luis I è una struttura metallica a due livelli di transito, costruita a partire dal 1881 – su progetto dell’ingegnere belga Théophile Seyrig – in sostituzione del vecchio ponte pensile, del quale si possono ancora osservare, appena di fianco, le colonne di ancoraggio dei cavi; il piano superiore fu inaugurato nel 1886 e quello inferiore nel 1888.
Il Ponte Infante D. Henrique, infrastruttura stradale in calcestruzzo dall’arco di sostegno molto dolce, è nato dalla collaborazione tra l’ingegnere spagnolo Antonio Fernández Ordoñez e i portoghesi António Adão da Fonseca e Francisco Millanes Mato, e viene considerato il più slanciato tra quelli che attraversano il Douro; concepito come sostituzione del livello superiore del ponte D. Luis I, che si intendeva destinare al transito della metropolitana, fu inaugurato nel 2003.
Il Maria Pia fu realizzato quale struttura ferroviaria a servizio della linea Nord; anch’esso opera metallica ad arcata portante unica, fu progettato dal celebre Gustave Eiffel e venne inaugurato il 4 novembre 1877; è chiuso dal 24 luglio 1991, per l’entrata in servizio del Ponte di San Giovanni.
Il San Giovanni, creazione dell’ingegnere Edgar Cardoso, rappresenta l’attuale valico sul Douro della ferrovia; la struttura, in cemento armato, non è ad arco bensì a portico multiplo continuo, con due pilastri poggiati nel letto del fiume a reggere tre vani: i laterali lunghi 125 metri e il centrale 250; presenta caratteristiche costruttive di sicurezza che garantiscono da ogni rischio di “caduta” dei convogli.
Il Ponte del Frassino, il più a monte rispetto al corso del fiume e il meno alto dal pelo dell’acqua, fu progettato dal professor António Reis e inaugurato nel settembre 1995; consiste in due ampie – a quadrupla corsia di transito – strutture parallele in cemento armato, suddivise in otto campate.
Il battello vira di 180 gradi per dirigersi all’ultimo ponte da visitare: posizionato quasi alla foce, come sappiamo. Di passaggio, la registrazione fornisce dati su ciò che della città possiamo osservare, navigando leggermente dislocati verso la riva destra. Il lungofiume dell’Avenida Eiffel, un tempo passeggiata prediletta dalla buona borghesia portuense che rifuggiva la plebaglia dei moli.
I resti delle mura fernandine – ossia fatte costruire dal re D. Fernando I (1345-1383) – che nel XV secolo cingevano l’intera città, allora compresa fra tre nuclei: l’altura della Cattedrale, abitata dai religiosi; la Ribeira, zona delle professioni connesse alle molteplici attività del fiume e del mare; il Morro do Olival, o Poggio dell’Uliveto, che ospitava il quartiere ebraico. Le vie e viuzze irregolari, strette e ripide di questa parte di città che scende al Douro sono state riconosciute dall’UNESCO patrimonio dell’umanità.
La chiesa di San Francesco, grande struttura gotica costruita, dal 1383 al 1410, come parte di un convento di frati e i cui interni furono decorati, a metà Settecento, con una ricchissima cesellatura dorata barocca. La Torre dei Clérigos, opera del tardo Settecento progettata dall’architetto italiano Niccolò Nasoni.
L’Alfândega, o Dogana, struttura realizzata nella seconda metà dell’Ottocento e poggiata sull’enorme piattaforma del molo. Le rovine del Convento di Monchique, da una delle cui finestre, nel romanzo Amor de perdição, Teresa de Albuquerque fa il cenno di addio all’amore della sua vita, Simão Botelho, che parte in barca degredado: per il confino. Il Museu do vinho do Porto, inaugurato nel 2004 in un edificio settecentesco precedentemente adibito a deposito di vini e, appollaiati in alto, i giardini del Palazzo di Cristallo. Il quartiere Massarelos con la chiesa del Corpo Santo: quella dei Templari.
Il Ponte di Arrábida, costruito nel 1963, poteva vantare all’epoca il maggior arco in cemento armato del mondo; fu progettato da Edgar António de Mesquita Cardoso in collaborazione con Inácio Peres Fernandes (architetto) e José Francisco de Azevedo e Silva (ingegnere); raggiunge una lunghezza di 270 metri e una larghezza di 26,5; inizialmente, disponeva di due corsie per i veicoli più altre due, laterali, per pedoni e ciclisti, poi, negli anni Novanta, le corsie furono ridisegnate.
Superiamo il ponte e, nell’inversione di rotta, puntiamo al margine sud. La presentazione parla ora della Foce, in particolare del villaggio di pescatori di Afurada, che ha mantenuto struttura urbanistica, ritmi di vita e mestieri di un tempo; molto caratteristico il mercato del pesce che vi si tiene tutti i giorni di prima mattina.
Ecco l’altura del Castello di Gaia, i cui insediamenti primitivi risalgono all’Età del Bronzo e che in epoca medievale fu teatro della vicenda del re Ramiro di León: innamoratosi della sorella dell’emiro Alboazer Almosadam, la rapì dalla piazzaforte, liberandosi a colpi di spada dalle guardie del monarca arabo, e la portò in Spagna per convertirla e sposarla. Il Paço (Palazzo) do Campo Belo, originariamente edificato nel XV secolo e poi più volte ricostruito, vanta un elegante giardino settecentesco e una cappella attribuita a Niccolò Nasoni, che da queste parti operò parecchio.
E infine, il lungofiume di Vila Nova sorto a partire dal XVII secolo, quando i mercanti inglesi che vi si erano stabiliti iniziarono a miscelare, nelle loro cantine tuttora visitabili per la degustazione, il vino della valle del Douro a una piccola quantità di distillato, creando il nettare liquoroso apprezzato in tutto il mondo; ormeggiati in fila indiana a poca distanza dalla riva, i rabelos, tipiche imbarcazioni un tempo adibite al trasporto delle botti – questo lo sapevamo già…
Poiché non c’è spazio per attraccare direttamente al pontile, vi saliamo attraversando la tolda di un altro battello e issandoci con l’aiuto di due addetti, che ci afferrano per gli omeri.
Prima di tornare verso casa, andiamo ai servizi imbucati dietro la gradinata di pietra e legno che conduce al ponte. Gli esigui vani nelle pareti del dislivello ospitano alcune bottegucce, tra le quali un bar dai tavolini esterni sparsi a casaccio, tutti occupati. A ridosso del muro dei bagni, un piccolo complesso sta suonando musica rock.
Passiamo ancora dalle ripide scalinate e dalle creuze che ormai ci sono abituali. Arrivati al palazzo diocesano, svoltiamo a destra, in Rua de D. Hugo: stretto vicolo con qualche auto parcheggiata, che nulla ha a che spartire col magniloquente autore dei Miserabili. Nel cortile acciottolato della Casa Museo Guerra Junqueiro, la locandina di una mostra per i 150 anni dalla nascita di Raul Brandão: “Pittura e Illustrazione”. Il centro culturale, essendo domenica, è però chiuso. Ci ritroviamo di fianco alla Cattedrale e da lì rientriamo in albergo.
Oggi abbiamo superato noi stessi, camminando per più di 21 chilometri. Decidiamo pertanto di cenare il più vicino possibile a casa, senza guardare troppo per il sottile. Sull’orlo di Praça dos Poveiros, ci accomodiamo davanti al ristorante Casa Ribeiro, perché l’interno ci pare caotico. Fa però molto fresco, fin troppo. I maglioncini leggeri che indossiamo non bastano a proteggerci adeguatamente. Domani mattina ci compreremo qualche capo di rinforzo.
Accanto a noi, una tavolata di tedeschi e tedesche, piuttosto maturi. Si avvicina una loro coetanea; cominciano a dialogare, in inglese, sulla partenza dell’indomani, per un’altra città, di certo Coimbra (gli itinerari di questi viaggi sono scontati). Anche l’accento della nuova arrivata ha durezze teutoniche, ma non può essere tedesca, sarebbe assurdo. Forse di un altro Paese germanico del Nord, Danimarca o, chissà, area scandinava. La donna si accomiata canticchiando una parafrasi del celebre brano di Renato Rascel: “Arrivederci, Porto…”.
Ordiniamo di nuovo caldo verde per due, poi io scelgo un bacalhau com broa, cioè – come scoprirò – cosparso di pane di mais grattugiato e tostato, e mia figlia un’insalata tropicale. Per concludere, mi concedo una rabanada à Ribeiro, che consiste in fette di pane inzuppate nel latte, passate nell’uovo, fritte e quindi servite cosparse di uno sciroppo di zucchero e cannella; Ester, più spartana, si attiene a un ananas al naturale. Da bere, acqua minerale per entrambi.
I piatti sono gustosi e cospicui, certo, ma i 43 euro e 70 del conto ci paiono sproporzionati, da queste parti. Per di più, il giovane cameriere dal quale siamo stati serviti ci informa, in perfetto italiano (ma lo sento parlare anche in perfetto portoghese, coi colleghi), che non c’è bancomat, e quindi occorre pagare in contanti. Pazienza.
Facciamo un giretto digestivo lungo il Passeio de S. Lázaro, appena oltre la piazza. A sinistra, un’ampia e profonda rientranza nel fronte di case, bordata, su un lato, da una pergola e animata di tavolini e di faretti. A destra, un giardino pubblico dal cupo fogliame notturno. Meglio tornarci alla luce del sole, per apprezzarne forme e colori.
Mi sdraio sul letto e accendo la TV. Seguo, su RTP Memória, il programma Inesquecível, “Indimenticabile”, in cui il conduttore veterano Júlio Isidro – lui e Carlos Cruz corrispondono un po’ ai nostri Pippo Baudo e Mike Bongiorno – colloquia dapprima con l’attrice Fátima Belo e poi con l’umorista Nilton, inframmezzandovi il video di una vecchia intervista, in inglese, al cantante James Taylor, che mi ricorda quella di Enzo Biagi a Woody Allen.
Diciasettesima parte – Segue.
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- Il ponte ferroviario eiffeliano (in disuso) e il nuovo ponte
- Il lungofiume Gustave Eiffel
- La Ribeira vista dal fiume
- I due belvedere di Vila Nova de Gaia