Seconda e ultima parte del reportage di Marco Grassano sulle Cinque Terre. La prima è qui.
Dodici anni dopo, mentre fango e detriti coprono i vicoli nei quali ho camminato, ritrovo le foto e i ricordi dell’epoca. Certo, i sentieri offrivano scorci di geologia e di botanica magnifici, colori, luci e trasparenze di grande intensità emotiva. Ma già allora si potevano intravedere i presupposti del disastro odierno. Sopra il borgo antico di Monterosso, colava il cemento recente di edifici incongrui (altro che “non si è più costruito dal 1966”!): “Troppe case con vista mare dove non ci dovevano essere case” ha opportunamente osservato qualche giorno fa il vicedirettore de La Stampa Massimo Gramellini. L’allora sindaco (andreottiano) di Monterosso era già vocato di suo alle “opere”, più o meno “grandi”, e voleva realizzare un parcheggio sul mare, allargando una piazzola già in parte “gettata” (il progetto, con tanto di simulazioni fotografiche, era esposto in Comune). Ma anche il Presidente del Parco, esponente del PD, è di recente finito in carcere per una gestione dell’Ente ritenuta, diciamo, “disinvolta”.

L’alluvione dell’estremo ponente ligure che si verificò nell’ottobre 2000 trovò come commentatore amaro e profetico Francesco Biamonti. Passati più di due lustri senza che quella lezione venisse recepita, è lo scrittore “dirimpettaio” Maurizio Maggiani a sfogarsi altrettanto amaramente: “Questo non è un angolo di paradiso violentato dalla Natura, ma un angolo di Natura violentato dall’uomo”; “Non serve piangere in televisione, come ha fatto il Sindaco di Monterosso, bisogna piangere sugli errori commessi e sulla propria malafede”; “Il Presidente del Parco è in galera… aveva fatto approvare una variante ai vincoli, per consentire la costruzione di trenta villette definite alloggi popolari… qui dove tutti hanno la casa, molti ne hanno due e qualcuno anche tre… E che dire della piscina di un albergo di lusso, realizzata a picco sul mare? Si è scelto scientemente di arraffare più milioni possibile costruendo un turismo mordi e fuggi che porta ogni anno milioni di presenze nel punto più delicato del territorio italiano, in un’area grande come un quartiere di Roma. Si è preferito guadagnare tantissimo e subito anziché guadagnare di meno, ma nel tempo. Nel giro di una generazione hanno spolpato fino all’osso una risorsa paesistica denominata Patrimonio dell’Umanità!”. Non posso che condividere totalmente le posizioni di Maggiani, autore attaccato a questa terra come il collega Biamonti lo era alla sua e al pari di Biamonti impegnato da tempo a denunciare lo scempio del territorio.

Troppo spesso la malafede di alcuni si sposa all’ignoranza (nel senso di “non conoscenza”) di altri, a tutto danno dell’ambiente, del paesaggio, della natura. Se un torrente esonda perché nel suo bacino sono aumentate a dismisura le aree cementificate e impermeabilizzate, e pertanto si è drasticamente ridotto il tempo di corrivazione, la colpa è, naturalmente, dei “verdi” che “non hanno lasciato togliere la ghiaia dall’alveo”. Se lo stesso torrente va in secca, perché l’acqua è stata derivata o pompata ad uso industriale o agricolo, ecco che la colpa è ugualmente dei “verdi” e della ghiaia che non è stata tolta: “Se si scava la ghiaia, l’acqua c’è!” (e certo: è acqua di subalveo, collegata alla falda sotterranea; ci mancherebbe che non ci fosse più nemmeno quella!). Insomma, si piange, si protesta e si minaccia per favorire, sostanzialmente, i cavatori, i quali a loro volta estraggono la ghiaia a beneficio di quanti vogliono costruire, costruire, costruire… Così il rimedio invocato finisce per coincidere con la causa del male.
Lo scorso anno, la classe di mia figlia (all’epoca, una quinta elementare) mi chiese: “Come mai la popolazione della nostra città non aumenta, eppure continuano a tirare su palazzi di appartamenti, che rimangono vuoti?”. Bella domanda. Ma come spiegare ai bambini che gli operatori economici, e quanti stanno “nella stanza dei bottoni”, tendono troppo spesso a confondere lo sviluppo (che può anche consistere in un aumento della qualità della vita grazie al miglioramento dei servizi messi a disposizione) con la crescita (incremento continuo del ciclo produzione-consumo-produzione, anche di beni inutili)?
Mi sono chiesto a lungo come sia possibile che persone dotate di intelligenza non indifferente, e di altrettanto cospicue conoscenze tecniche settoriali, si prestino a questo gioco, che offre benefici immediati per alcuni ma, più a lungo termine, provoca danni a tutti. Nessun filosofo, nessuno psicologo mi ha mai saputo dare una risposta. Finché ho letto il bel libro La creazione (Adelphi, 2008) del biologo americano Edward O. Wilson, dove si osserva che l’Uomo è una curiosa chimera nella quale una tecnologia da semidei si abbina a emozioni e ambizioni rimaste all’età della pietra. Insomma, siamo come dei bambini che hanno fra le mani un’arma micidiale. Qualcuno ci fermi, o ci faccia ragionare, prima che sia troppo tardi.
Marco Grassano
(seconda parte – FINE)
Didascalie:
- Il centro storico di Monterosso dal sentiero per Vernazza: nella parte alta della foto, alcune costruzioni “inopportune”
- Vernazza dal sentiero di Monterosso