Prosegue il reportage a puntate di Marco Grassano sulla città di Porto, nel nord del Portogallo.
Ci alziamo e ci prepariamo. Quando scendiamo per la prima colazione, la via si presenta come un triste deserto di serrande abbassate: non sappiamo – essendo oggi domenica – se per la chiusura settimanale obbligatoria o se invece per l’ora “troppo mattutina”. Cerchiamo, nel vuoto di passanti, un altro posto in cui mangiare. Il tempo è grigio, umido, uggioso: ci vogliono le maniche lunghe. Il fondo di Rua 31 Dezembro è nascosto dalla foschia.

Torniamo in Praça da Batalha. La gelateria italiana Mamma Maria: un probabile lascito dei Ricchi e Poveri, a suo tempo famosi anche qui. Ecco: al pian terreno di un grande edificio rosa – l’ingresso e il cornicione sono sovrastati da bandiere internazionali: un albergo, quindi – è aperto il Café Tropical.
Tavolini tondi col ripiano in simil granito; sedie dal curvo schienale consistente in una bacchetta dorata; banco a vetrina, in cui sono esposte bibite, brioches, focacce; pareti bianche ornate da spigoli, da specchi e – in cima a una specie di colonna scanalata – da un busto in (credo finto) bronzo, a seni nudi. Col caffelatte prendo un cruassã – così scrivono croissant – ripieno di cioccolato, scelta di gratificazione sensoriale che manterrò nei prossimi giorni.
Dietro di me, due attempate signore romane commentano il soggiorno a Porto. Un loro concittadino, più giovane, si avvicina e racconta di aver cantato e ballato fino alle ore piccole. Chissà se faceva parte del gruppo di vocianti sguaiati che abbiamo sentito noi. Si danno appuntamento nella hall alle undici, con le valigie, per salire sul pullman che trasferirà la comitiva a Coimbra. Già pregustano la serata di fado che li attende nella città universitaria.
Sono le nove. Vedendola aperta, ci dirigiamo verso la chiesa di S. Ildefonso. Ne osserviamo il fronte, tutto istoriato di piastrelle azzurre. Sopra il timpano, disposte a formare un ampio quadrato, le parole Unus, Trinis, Deus, Caritas. Di fianco agli stipiti, altre due parole: Fides e Spes. Sotto la torre campanaria di sinistra, l’immagine di un uomo aureolato, forse il santo eponimo, mentre contempla reverente la donna che lo sovrasta ieratica dall’alto di alcuni gradini, indossando una maestosa corona – simile a quella della regina Elisabetta II.
Il cartiglio Virginem ipsam vidit – “vide proprio la Madonna” – ribadisce però la natura religiosa della scena. Sotto la torre di destra appare invece Gesù, circondato da numerose persone impegnate in un daffare che si direbbe faticoso o sgradevole. Il cartiglio esplicativo è, qui, una citazione evangelica: Misereor super turbam, “ho compassione della folla”.
Entriamo. È in corso una funzione religiosa, per cui rimaniamo fermi accanto all’acquasantiera, osservando rapidamente il barocco relativamente sobrio delle dorature che orlano le pale d’altare – nell’incavo dell’abside – e le nicchie laterali. Anche qui, il pavimento è in parquet chiaro. Prestiamo finalmente attenzione alle parole del celebrante: sta leggendo un passo del Vangelo, ma, con nostra sorpresa, in italiano. Forse la messa è per il gruppo dei romani diretti a Coimbra – e probabilmente anche a Fatima…
Rua de S. Ildefonso sta riprendendo lentamente vita: i camerieri, dopo aver spazzato accuratamente il suolo, dispongono sedie e tavolini davanti ai locali; sui marciapiedi comincia a transitare un po’ di gente.
La dichinante Rua Cimo da Vila è invece ancora letargica, crepuscolare. Dopo che le si unisce – anch’essa in morbida discesa – la Travessa dallo stesso nome, passiamo di fronte a una chiesetta di pietra grigia cesellata e di azulejos a piccole ramificazioni regolari, inserita fra due abitazioni di grandezza e di pretese ben diverse, ma entrambe coperte dalle stesse piastrelle spartite diagonalmente in un triangolo azzurro e uno bianco. L’intero tratto di marciapiede è delimitato, verso l’esterno, da una fila di sfere in ferro verniciato.
Al termine, accanto a due bidoni della spazzatura addossati a una parete con indecifrabili murales, fotografiamo un gatto bianco e nero. Nel punto in cui la via si fonde con la più inclinata Rua do Cativo, scaturiscono dalla parete di pietra due cannelle che gettano acqua nella vasca sottostante. Si tratta della “Fonte da Rua Chã – 1852“. Posato su una specie di largo radiatore che spunta dal marciapiede, un gabbiano ci scruta severo. A pochi passi, in alto, sporge, perpendicolare al muro, l’insegna Silva Cunha & Filhos, Lda, Solas e Cabedais, “suole e tomaie”.
Deviamo alcuni minuti verso la stazione, per caricare, all’erogatrice nell’ampio atrio della metropolitana, i tesserini elettronici di viaggio presi in aeroporto.
Raggiungiamo l’area della cattedrale. Su una parete, due frecce indicano, in direzioni opposte, il cammino di Santiago de Compostela e quello di Fatima. Un uomo non più giovane, pantaloni e giubbotto di jeans, occhiali dalla montatura nera, barba, baffi e capelli ancora scuri, incolti ma puliti, ci si avvicina zoppicando, appoggiandosi a un bastone. Mi domanda, in un inglese comprensibile, se voglio fare il pellegrinaggio a Santiago. Gli dico di parlarmi pure in portoghese, e gli rispondo che per il momento no, forse quando sarò in pensione: ma mancano parecchi anni.
Mi fornisce allora, con voce piana e garbata, alcune indicazioni sul viaggio, in particolare sulla possibilità di pernottare per soli due euro, lungo tutto il percorso, in una serie di locande, se si dispone di un carimbo – “timbro” – che attesti la qualità di pellegrino. Mi dice poi, in un tono più basso ma sempre dignitoso, che non ha ancora fatto colazione. Gli porgo due euro, e allora mi invita, sobriamente, a chiedergli altre informazioni, è a disposizione per darmi quelle che mi servano. Noi sappiamo già cosa fare, ma ugualmente gli domando, per rispetto alla sua dignità, dove possiamo prendere il tram 1, diretto a ovest, all’oceano. Mi suggerisce di imboccare, dietro l’arcivescovado, as escadas das verdades e scendere fino al Cais da Ribeira, lì svoltare a destra e proseguire fin quasi in fondo, dopodiché rimontare alla piazza della Borsa e poi chiedere. Lo ringrazio e gli stringo forte la mano (1).
Attraversiamo obliquamente il sagrato, scendiamo una serie di gradini e passiamo di fronte all’enigmatica Fonte del Pellicano, con elementi decorativi forse ebraici o forse preromani. Aggiriamo il palazzo episcopale da questo passaggio lievemente inferiore e ci incrociamo con le scale che discendono dall’ingresso, assecondate da una balaustra che si conclude in una specie di piccolo capitello barocco.
All’arco das verdades svoltiamo nelle escadas do Barredo. Scendiamo ancora fra i muri gialli, bianchi e rossicci di questi vicoli da Liguria interna, selciati o acciottolati, con improvvisi terrazzamenti di pietra, serviti da scale che ci permettono di andare su a curiosare, e panni stesi un po’ dovunque. L’Alfama c’entra, davvero, ben poco.
In fondo al Cais da Estiva – “Molo del Caricamento” – risaliamo verso la Borsa, come avevamo fatto venerdì. A sinistra, un vicolo genovese incorniciato da impalcature che lo riducono a un passaggio coperto: ci attira, ma abbiamo troppa fretta per esplorarlo ora. Da Rua do Infante D. Henrique raggiungiamo rapidamente le pensiline della fermata. Il tram previsto per le 9.40 non c’è più. Prenderemo quello delle 10. Alcuni turisti – forse tedeschi – sono già in attesa, ma sui sedili di ferro c’è ancora posto. Ci guardiamo intorno: la fila di alberelli del lungofiume, l’incombente chiesona di S. Francesco, l’imbocco di un carruggio, con ogni probabilità quello notato prima.
Il gruppo in attesa si ingrossa: una coppia di francesi di mezza età, un gruppo di giovanissimi italiani, una coppia di toscani sulla soglia della pensione, una ragazza dai capelli biondi e lisci, abito bianco, davvero molto graziosa, accompagnata da una donna matura, anch’essa in bianco, con la permanente seminascosta da un cappello di stoffa molle, ad ampia falda; fra loro parlano qualche lingua slava.
Alle 10 non si vedono tram, e vien da dubitare che quello delle 9.40 sia mai partito. Speriamo ne arrivi uno almeno per le 10.20. Il tempo continua a essere umido e fastidiosamente fresco. I ragazzi, bontà loro, non riescono a star fermi, gli altri consultano cartine e guide o l’orario attaccato alla parete di plastica trasparente, le due slave, sedute accanto a noi, continuano a chiacchierare fitto di chissà cosa, a voce bassa, monocorde.
Ecco che finalmente una vettura si avvicina, prosegue fino in fondo ai binari, attiva lo scambio, si trasferisce sulle altre rotaie, quelle dell’andata, ritorna, si ferma alla nostra altezza. La manovratrice – tarchiata, mora, coda di cavallo – apre le porte e ci fa salire. Passo la mia tesserina davanti al lettore, da cui effettivamente proviene, in risposta, un “bip”, ma la donna ci dice che non serve: bisogna fare il biglietto cartaceo, da 3 euro. Solo i turisti, infatti, prendono il tram…
Partiamo. Nuovamente i binari si unificano, per un’estesa tratta. Un fronte di palazzi abbastanza uniformi e decorosi si interrompe verso la metà, facendo posto ai muretti di pietra che sostengono le Escadas do Recanto, “Scalinate del Recesso”.
A sinistra, sempre il fiume. A destra inizia una serie di case disposte a un livello inferiore. Un largo ombreggiato da platani e chiuso in fondo da una parete di roccia poco elevata – su cui gravano un palazzo bianco e il suo caratteristico rione – a perpendicolo sulla predella e sui tavolini di un ristorante. Altre case, pure poggiate su un piano più basso: strette, spente, alcune coi tetti un po’ sbilenchi rispetto alla facciata, mi paiono bisognose di un restauro.
Il tram ora procede, con andatura flemmatica, lungo antichi fabbricati a uso commerciale. La rosea caserma dell’Unità Antisofisticazioni GNR. Il Museo del Vino di Porto. Subito dopo, diminuendo lo spazio lasciato dal brusco impennarsi della riva, il traffico automobilistico viene dirottato su un viadotto dai piloni conficcati nel fiume, mentre la banchina pedonale e i binari proseguono sulla terraferma, di rincalzo ad altri massicci edifici bianchi o a ruderi di pietra. Attorno alla candida estremità posteriore di una chiesa, marchiata dalla croce rossa dei templari, le case si fanno più piccole e difformi.
Le auto ritrovano la loro corsia ordinaria. A destra si schiude un ampio piazzale parzialmente alberato e inerbito, dove i binari tornano a sdoppiarsi per qualche centinaio di metri: qui scendono la nobildonna russa in esilio e la sua giovane e bella dama di compagnia, orfana accolta per snobistica carità… Mi compiaccio un po’ a immaginarle personaggi di un racconto di Nina Berberova. Sul fiume, una piattaforma tonda da cui decolla, in questo momento, un elicottero nero. L’insegna della Helitours esorta i potenziali fruitori: “Offra emozioni! Compri qui il suo regalo! Offra un volo!”.
Grandi costruzioni moderne e ben tenute, ma architettonicamente piuttosto brutte. Su una, dall’aspetto esterno di parcheggio multilivellare, tre enormi medaglioni in pietra: al centro, lo scudo della Repubblica; ai lati, due vignette con marinai in cappa e cappellaccio da maltempo, nell’atteggiamento di chi lotta contro una tempesta. Altri fabbricati recenti e poco gradevoli, cementati da un basamento continuo e uniforme di vetrine: bar, ristoranti, negozi, attività imprenditoriali. Di fronte, a pochi passi, le onde cineree del fiume.
Nota 1: Al ritorno in Italia, ho ritrovato e riletto il “Diario di viaggio in Portogallo” di Reinhold Schneider, in cui l’autore tedesco racconta le sue impressioni risalenti al 1927. Due cose mi hanno colpito, nelle pagine dedicate a Porto. Questa annotazione, che richiama l’episodio che ho appena raccontato, vissuto nella stessa piazza: “Uscito dal portone dell’antico palazzo episcopale, ormai in preda allo sfacelo, mi si avvicina un uomo dal portamento eretto. Accenna un inchino e tende la mano, scusandosi, ma non senza dignità. Nel suo gesto c’è qualcosa del decoro dei grandi eroi, di chi sa di rappresentare una grande nazione”.
Ecco, invece, l’altro passo: “Ovunque rovine: in cima al colle, all’ombra delle splendide palme, va decadendo un palazzo, lunghe crepe ne solcano le pareti, l’intonaco si gonfia e si sgretola. Nella parte bassa della città, fra case strette, addossate l’una all’altra, i ruderi sono ancora abitati”. Il numero impressionante di edifici dal tetto sfondato o dalle porte e finestre murate o dall’aspetto fatiscente che ho visto in città conferma, ancora dopo novant’anni, le parole di Schneider. Mi si stringe il cuore. Vorrei avere denaro sufficiente per acquistare una di queste case, e ristrutturarla, e venirci ad abitare quando, davvero, sarò in pensione…
Tredicesima parte – Segue.
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- Foschia in Rua 31 de Dezembro
- Rua Cimo da Vila