“Non ti piace vivere?” “No. Sono un fallito.”… “La vita è solo delusione.” Sono parole tratte da uno degli ultimi (ed anche uno dei pochi) dialoghi del film “Ho affittato un killer” di Aki Kaurismäki (1990).
Kaurismäki allarga gli orizzonti
La vicenda narrata è abbastanza paradossale, ma si tratta solo di un espediente per far passare un altro discorso: in questo mondo, per le classi più umili non c’è possibilità di riscatto e gli ultimi resteranno ultimi.
Però, come in altri film di Kaurismäki, affiora anche una speranza, un’illusione di felicità. Forse la società non cambierà, ma – nel loro piccolo – i personaggi perdenti e diseredati (oggi li definiremmo “sfigati”) del regista finlandese riescono a trovare un’oasi in cui continuare a vivere serenamente le loro storie. *
Dopo i film sulla “Finlandia marginale”, con questa pellicola, Kaurismäki allarga i suoi orizzonti geografici e culturali. Sono i sobborghi di Londra quelli in cui si svolge l’azione, ma sembrano quelli della sua nazione di provenienza, le stesse abitazioni degli operai con i loro interni sciatti e i loro esterni poveri .
Non-luoghi disumani
Davvero eccellente il lavoro del location manager Andy Pavord e dello scenografo John Ebden, accompagnati dalla fotografia di Timo Salminen, che, con i suoi colori intensi e con un uso raffinatissimo di luci soffuse, riscalda gli ambienti, ma – al contempo – isola i personaggi in una solitudine cronica.
Ovunque vada, Kaurismäki riesce a trovare quartieri fatiscenti e marginali, tristissimi ma pieni di dignità. I non-luoghi in cui ambienta le sue vicende potrebbero essere una qualunque città globalizzata: Londra, Parigi, Helsinki sono la stessa cosa, posti in cui sussistono le medesime logiche disumane.
Come caratteristica fondamentale del cinema del maestro finnico, bisogna però aggiungere l’ironia. Quello che mi azzardo a definire “umorismo nordico”, nasce dalle inquadrature, dai dialoghi, dal montaggio (ovviamente, tutti curati dallo stesso Kaurismäki). Il risultato è un gioiello per leggiadria e sottile cinismo, quasi una fiaba noir ambientata ai tempi della Thatcher.
Aki Kaurismäki (nato nel 1957) è senza dubbio uno dei cineasti europei più talentuosi. È un autore che ha sempre dimostrato grande sensibilità e abilità nel raccontare vite di gente smarrita, di un mondo in crisi, crisi prima morale e poi economica e politica.
Come i romanzieri dell’Ottocento
Per chiudere con una riflessione molto personale, io metto questo regista sullo stesso piano dei grandi romanzieri russi o francesi dell’Ottocento. Come quelli raccontavano la miseria e le difficoltà dei ceti più bassi, così Kaurismäki è oggi uno dei pochi capace di mostrarci il lato più oscuro della nostra società e di fermarci a riflettere sul mondo nel quale viviamo. Credo inoltre che, rispetto ad altri registi più impegnati politicamente (Ken Loach in primis), sia in grado di illuminare le sue storie con la leggerezza e l’ironia cui facevo riferimento in precedenza.
Nel 2002 Kaurismäki è premiato al Festival di Cannes con il Grand Prix Speciale della giuria per “L’uomo senza passato”. La stessa pellicola riceve la nomination agli Oscar quale miglior film straniero, ma il regista si rifiuta di partecipare alla cerimonia di premiazione, affermando di non voler festeggiare in un paese in stato di guerra.
Curiosità: La macchina da presa di Aki Kaurismäki è quella che, vent’anni prima circa, era stata di Ingmar Bergman.
Nota: In “Ho affittato un killer”, il regista appare nel ruolo di un venditore ambulante dal quale Henri acquista degli occhiali neri. E ancora, in uno scalcinato locale, Joe Strummer, leader dei Clash, si esibisce per pochi assorti intimi, in una ballata per chitarra e percussioni (“Burning Light”). Suo è anche il pezzo che accompagna i titoli di coda.
L S D
* Dice in un’intervista, Kaurismäki: “Ogni volta che faccio un film, lo faccio perché mi piace raccontare storie, non perché mi piace trasmettere messaggi. Ogni spettatore è libero di interpretare un film attraverso la propria sensibilità e ognuno ci vede sempre qualcosa di diverso. Penso che nel momento in cui non avremo più speranze, non avremo neanche più motivo di essere pessimisti, perché il peggio sarà già arrivato”.