Kosovo? Kosova? Kosovë? In Serbia? In Albania? In Jugoslavia? Forse, nonostante sia passato più di un anno dalla dichiarazione d’indipendenza del Kosovo, aleggia ancora molta confusione sopra questo paese. Una confusione esterna riflessa tuttavia anche da quella interna.
Ritorno in Kosovo, con gli studenti del Master in International Cooperation dell’ISPI, per la seconda volta. La prima è stata nell’aprile 2008, ad appena un mese dall’autoproclamazione d’indipendenza. In quel momento c’era ancora molta attenzione da parte dalla comunità internazionale divisa tra chi riconosceva tale indipendenza e chi no, e di conseguenza ancora molta tensione in particolare nella zona confinante con la Serbia, ovvero la zona di Mitrovica. 
La seconda visita invece è avvenuta poco tempo fa. E questa volta la partenza è stata accompagnata da una curiosità diversa, come succede con tutto d’altronde. Ora mi aspettavo qualcosa dal Kosovo indipendente. Non è importante quali aspettative uno abbia, ma che le abbia. E come me, anche l’opinione pubblica, la popolazione, la comunità internazionale ora si stanno aspettando qualcosa dal Kosovo.
La dichiarazione d’indipendenza (avvenuta il 17 febbraio 2008, dopo il fallimento dei negoziati tra delegazione serba e delegazione kosovara albanese sotto la guida del mediatore ONU Martti Ahtissari) è stata solo la partenza di un percorso in salita. Adesso c’è la sfida più importante per il paese, ovvero quella di dimostrare che ha le carte per essere davvero indipendente, non solo dalla Serbia, ma anche dalla comunità internazionale.
In base alle Risoluzione 1244 del 1999 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il Kosovo infatti fu provvisto di un governo provvisorio sotto il protettorato internazionale UNMIK (Missione ad Interim delle Nazioni Unite in Kosovo) e con una presenza militare internazionale a guida NATO, sostituita nel febbraio 2008 dall’ICO (International Civilian Office) con il compito di accompagnare il Paese in questo periodo di transizione e di supervisionarne l’indipendenza condizionata. Appena atterrati a Pristina abbiamo modo di constatare che qualcosa in Kosovo è già cambiato: il timbro sul passaporto infatti non è più di UNMIK ma della Repubblica del Kosovo.

Ciò significa che è in corso un passaggio effettivo di poteri dalla comunità internazionale alle istituzioni locali, cosa che noteremo anche percorrendo la strada che porta da Pristina a Peja/Pec: la polizia internazionale è diminuita a favore di quella locale.
Il primo sguardo si sofferma anche sullo stato di ricostruzione, che è avanzato decisamente in modo veloce.
Qui a Peja/Pec ci aspettano i militari italiani, che ci ospitano alla Base della KFOR di “Villaggio Italia”. Con loro abbiamo la possibilità di visitare il monastero ortodosso di Decani e il Patriarcato di Pec.
Il giro dei monasteri lo termineremo qualche giorno dopo a Zocishte/Zociste, zona controllata dal contingente austriaco. Il villaggio di Zocishte/Zociste rappresenta il fallimento di un progetto di ritorno di rifugiati serbi: nonostante la costruzione di numerose case tuttora intatte e disabitate, tale villaggio è ancora infatti completamente albanese.
Dopo una visita a Gjakova/Đakovica, dove incontriamo gli ex guerriglieri dell’UCK (Esercito di Liberazione del Kosovo), ci spostiamo nella Municipalità di Rahovec/Orahovac, nel sud ovest del paese, caratterizzata per il suo sviluppo rurale, per la produzione di vino (che alcuni di loro giudicano sì peggiore di quello francese, ma comunque migliore di quello italiano!) e per la presenza di due enclave serbe.
Qui, grazie a diversi incontri con rappresentanti della municipalità, della società civile e delle minoranze, e ascoltando dunque diversi punti di lettura della stessa situazione, abbiamo la possibilità di capire meglio la situazione. A volte, tuttavia, uno sguardo attento vale più di mille parole. Un filo spinato, non più tirato ma ancora appoggiato al muro al confine tra la parte albanese e la parte alta serba della città. Una bandiera albanese appesa a fianco della bandiera del Kosovo nell’ufficio dove ci accolgono i rappresentanti appena eletti della municipalità. Bar pieni di uomini, e non di donne, e a qualsiasi ora del giorno. Bambini per le strade in orari che sarebbero scolastici.

Una famiglia egiziana (oltre ai serbi in Kosovo vi sono infatti altre minoranze: Rom, Bosgnacchi, Gorani, Turchi, Ashkali, Egiziani) che vive in un villaggio isolato e molto arretrato da un punto di vista economico e sociale. Basta osservare per capire insomma che passi in avanti il Kosovo ne ha fatti, ma che la strada verso la vera indipendenza e verso il benessere è ancora lunga. Ovviamente, per capire un popolo è d’obbligo viverne anche la cucina, che qui in Kosovo è principalmente a base di carne e verdure. Il burek (sfoglia con carne o formaggio), la zuppe di pomodoro con la panna, i cebapi (polpettine di carne), la rakjia (grappa).

Vietato anche tralasciare la bellissima e suggestiva città con una forte presenza turca di Prizren, piena di ristoranti e locali, dove poter quindi trascorrere una serata piacevolmente diversa rispetto a quelle classiche kosovare.
Testo e foto di Valeria Lonati