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Voi siete qui: Teatro & Cinema » “La samaritana” di Kim Ki-duk: alla purezza attraverso lo sporco

18 Luglio 2016

“La samaritana” di Kim Ki-duk: alla purezza attraverso lo sporco

Se avete approfittato dei Monty Python per rilassarvi un poco, adesso dovete tornare concentrati, perché vi aspetta un film impegnativo: “La samaritana” di Kim Ki-duk. Niente di difficile o di pesante, ma qualcosa che vi costringerà a riflettere.

“…Ecco adesso puoi fare da sola. Papà non ti guiderà più…”. Con queste parole si chiude una delle storie più strane che siano mai state portate sullo schermo. La storia di Jae-Yeong, che, alla fine, dovrebbe essere in grado di camminare sulle proprie gambe.

Locandina del film "La samaritana" di Kim Ki-dukIl racconto è ambientato in una Seul più occidentale di una città occidentale. Potrebbe sembrare una storia come tante sul disagio giovanile, sul rapporto con i genitori, sulla prostituzione delle ragazzine, sulla morale comune.

Invece è soprattutto una storia interiore, di maturazione, di riflessione sui valori fondamentali, quelli da ristabilire anche a costo di gravi scompensi personali o violenti strappi alla tradizione. È una storia veramente attuale, con sullo sfondo una società tecnologica, disumana, assente, nella quale è difficile mantenere una visione etica dell’esistenza, una ragione di vita che non sia solo il denaro e il successo.

Al termine del viaggio emergono un’umanità straziante e domande che mettono la pelle d’oca, senza facili risposte. Il tutto è ordinato in un tessuto narrativo secco e conciso, con uno stile preciso, essenziale e apparentemente privo di particolari elaborazioni: ogni inquadratura è perfetta, pulita, agevolmente leggibile da parte dello spettatore. Lo sguardo di Kim Ki-duk è asciutto, implacabile.

Non analizza nessuna condizione esistenziale: semplicemente la colloca in un contesto estetico-narrativo, lasciando al fruitore la possibilità di “lavorare” sul film con un processo che porta inevitabilmente verso un’auto-analisi individuale. Demolita ogni consuetudine etica, tocca allo spettatore decidere come e cosa pensare.

La caratteristica del regista coreano è quella di esprimersi con pudicizia, non urlando il dolore ma insinuandolo sottovoce. Giocando su un crinale sempre più pericoloso tra immoralità e sensibilità, tra innocenza e perversione, Kim Ki-duk realizza una delle sue opere più disturbanti e meritevoli di riflessione, che va ben oltre la superficie del percepito. Abbiamo davanti un abisso di disperazione in cui calarci.

Kim Ki-duk, oltre alla regia, firma il soggetto, la sceneggiatura, la scenografia e il montaggio; sua è anche la casa di distribuzione (Kim Ki-duk Film).

Come molti dei suoi film, “La samaritana” non è stato un successo al box-office nel suo paese d’origine, ma è stato molto ben accolto all’estero. Infatti si è aggiudicato l’Orso d’argento, il secondo premio al Festival del Cinema di Berlino del 2004.

Nota: durante le riprese del film “Dream” nel 2008, l’attrice protagonista Lee Na-yeong è quasi morta durante una scena nella quale ha simulato un suicidio per impiccagione. Questo incidente ha traumatizzato ma anche spronato il regista a girare “Arirang”. Si tratta di un (falso) documentario (vincitore del premio “Un Certain Regard” a Cannes), in cui lo stesso Kim Ki-duk esterna i tormenti interiori conseguenti all’incidente di “Dream”. Nel film è sempre rinchiuso in una specie di prefabbricato e confessa i suoi dubbi e la sua paura nel ritornare a girare. Arirang è il titolo di una canzone popolare coreana.
L D S

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