E ora, qualcosa di completamente diverso… I più cinefili fra voi avranno riconosciuto una citazione dai Monty Python (1971). Ma cosa ci azzeccano i Monty Python con Hellzapoppin’? Niente. O forse tanto. Tanto, perché i Monty Python, come Mel Brooks, come il primo Woody Allen e via dicendo, sono sicuramente debitori nei confronti di questa pellicola e del suo folle umorismo.
Tratto da un musical di successo del 1938 a Broadway, presenta due caratteristiche fondamentali: la prima è che la storia risulta infarcita di nonsense, di gag e di situazioni assurde; la seconda, che si assiste a un film nel film, a un primo esempio di “metacinema“.
Raccontare la trama è un’impresa difficile. Diciamo solo che c’è un giovane autore che vorrebbe convincere un produttore a finanziare il suo spettacolo, ma, nello stesso tempo c’è una storia d’amore, pezzi musicali, balletti acrobatici, balletti in piscina e vari tormentoni (anche estranei alla storia).
In più, è spesso assente la “quarta parete”: si entra e si esce dal film (“torna indietro con la pellicola”, rivolto al macchinista); ci sono spezzoni proiettati a marcia indietro o capovolti, sguardi in camera, attori che parlano con gli spettatori, fino a che non si entra davvero in un altro film (un western classico con sparatoria fra cowboy e indiani).
Già nei titoli di testa, campeggiava la scritta “ogni somiglianza tra Hellzapoppin’ e un film è puramente casuale”. E, se oggi, questa affermazione potrebbe sembrare curiosa, figuriamoci negli anni Quaranta, all’interno del mondo di Hollywood con i suoi canoni e le sue regole ben precise.
Il film è stato anche considerato una bandiera del postmoderno ante litteram, visto che la prima caratteristica di questa farsa composita e imprevedibile è il miscelamento di generi diversi (comico, parodia, musical) e il continuo gioco di scambio dei meccanismi della finzione cinematografica.
Di fronte a ogni trucco, immagine, azione, sorpresa, interviene qualcuno a dirci: “Questo è un film”. Tutto il mondo di Hellzapoppin’ non è che un funambolico palcoscenico senza confini, un caleidoscopio di suggestioni e di occasioni puntualmente raccolte e immediatamente abbandonate per fare spazio ad altre invenzioni, altrettanto gratuite, nel trionfo del nonsense.
Il cinema è un meccanismo spettacolare mandato allegramente in pezzi, in modo che sia possibile riconoscerne il passato funzionamento (la retorica, i luoghi comuni, i trucchi), ma che sia impossibile ricomporlo.
Volendo quindi trarre un insegnamento da questa pellicola, al di là del puro divertimento, essa racconta quasi tutto quello che sta dietro la realizzazione di un film e quali sono gli errori che bisognerebbe evitare.
Nota: Hellzapoppin’ si presenta sin dal nome come crasi onomatopeica di tre parole: hell (“inferno”), zap (” colpire”, e vi è già profeticamente inscritto lo zapping tv), pop (“botto”, ma anche “popolare” come la cultura di massa).
[codice-adsense-float]Dal 1941, è diventato sinonimo (in inglese, ma anche al di fuori dei paesi anglosassoni) di baraonda senza capo né coda, confusione, caos. Le citazioni tratte da Helzapoppin’ sono innumerevoli.
Da questo film hanno preso spunto, in Italia, trasmissioni radiofoniche (e mi piace ricordare almeno, negli anni Ottanta, “Helzapoppin’ Radio 2” con cui iniziarono la loro carriera insieme Solenghi, Marchesini e Lopez), televisive e spettacoli teatrali.
Per chiudere, due citazioni “dotte”. Marilyn Manson nella canzone The Golden Age of Grotesque, tratta dall’omonimo album, in una strofa dice: “Hellzapoppin’, open your Third Nostril / Put on your black face and your god is gone” (Hellzapoppin’, apri la terza narice / metti sulla faccia nera e il tuo dio è andato).
Umberto Eco, poi, ne Il pendolo di Foucault, cita la scena in cui un indigeno americano a cavallo, arrivato evidentemente da un’altra pellicola, chiede dove fossero andati gli altri.
Pssst: approfittate di questo film e rilassatevi… Vi aspettano due sfide impegnative…
L D S