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Voi siete qui: Europa » Ritorno al castello Petit Sonnailler e dintorni – 5

7 Dicembre 2015

Ritorno al castello Petit Sonnailler e dintorni – 5

Quinta parte del reportage di Marco Grassano sul castello Petit Sonnailler e dintorni.

Il cortile del Domaine de la Reynaude vicino al Castello Petit SonnaillerMartedì 7 luglio vado a cena a piedi, al Domaine de la Reynaude, in fondo ai lunghi filari che circondano il Petit Sonnailler. All’andata seguo il ridotto nastro di asfalto perimetrale alle vigne. Una mietitrebbia rossa sta finendo il lavoro nel campo a destra. L’ingresso del ristorante ha l’aria rustica e ruvida; i tavoli dell’interno sono vuoti; si cena sotto una veranda affacciata sul cortile, ornato, in mezzo, da una tonda fontana asciutta.

Ordino il menu du terroir, costituito di piatti dalla denominazione elaborata e difficilmente traducibile (Roulé de jambon serrano à la brousse; Touche fraicheur concombre; Coulis de tomates aux aromates; Espuma aux olives…), come di solito avviene (e anche questo è il caso) per le proposte della nouvelle cuisine: che, a dirla tutta, non mi alletta particolarmente. Ritorno a piedi, al buio, dalla intrerpoderale che taglia dritta fra i vigneti e arriva dietro al Castello.

Mercoledì 8 luglio ceno a Salon, per salire poi all’Empéri a vedere lo spettacolo musicale. Lascio la macchina appena dopo il semaforo di ingresso, scendo al Municipio e svolto a destra in Corso Victor Hugo, fino alla Fontana Muschiosa. Mi siedo a un tavolino del Café des Arts. Mi accudisce, con il suo palmare, una giovane cameriera bionda e snella, con gli occhi azzurri, che potrebbe, dall’aspetto, essere belga, o del Nord, o semplicemente una discendente dei Galli, come scriveva Rimbaud:

“Dei miei antenati, i Galli, ho l’occhio biancazzurro…”.

Non mangio molto: la solita insalata composita e un piatto di gamberoni (sgusciati) cotti a vapore, accompagnati da verdure alla griglia e da riso bianco. Bevo a lenti sorsi una gradevole birra alla spina. All’interno per pagare, raccolgo qualche pubblicazione locale disposta su un tavolino.

Anziché entrare fra gli spalti dalla Porta dell’Orologio, davanti alla fontana, seguo il marciapiede fino a quella del Borgo Nuovo. In alto, in una nicchia chiusa da una griglia, la piccola statua della Madonna nera con in braccio il bambino. Passo ancora sui gradini fra le rampette, poi di fianco all’Endroit, poi sulla scalinata. Arrivo al botteghino nel primo cortile, dove è montata una tribuna ingannevole (lo spettacolo si terrà infatti nel secondo cortile, a destra, chiuso su due lati e con una loggia che corre sugli altri due).

Chiedo un biglietto; le due mature sportelliste, un po’ stupite dal fatto che io sia straniero, mi assegnano il posto 4 della fila G del blocco B. Mi siedo ad aspettare sulla gradinate, assieme ad un numero crescente di spettatori. Poco, dopo, verso le 21.20, alcune graziose ragazzine (una dai tratti leggermente orientali), probabilmente studentesse delle superiori che si guadagnano così qualche soldo, ci accompagnano all’interno; all’inizio dello spettacolo, si accomodano appena dietro di me.

L’ultima sera, giovedì 9 luglio, torno al Donjon. Prendo posto ad un altro tavolino, laterale, sempre sulla terrazza esterna. Clienti francesi attorno. Mi serve ancora la bella camerierina di domenica. Stavolta, oltre all’insalata (ma con una composizione diversa), voglio provare una pizza toscane: molto spessa e cotta, all’uso francese, ma buona. La accompagno con una bière pression. Non ce la faccio a prendere anche il dolce. Un Génépy mi aiuta nella digestione.

Saluto la ragazza e il ristoratore. Mi complimento con lui per aver saputo coniugare, con ottimi risultati, la cucina italiana e quella di qui. Gli dico che anche mio padre si chiamava Luigi. Gli mostro la Comédie che ho con me, sostenendo che Dante è il più grande di tutti, che il suo italiano è magnifico; lui si mostra interessato al libro, perché riporta sia il testo originale che la traduzione. Forse sente emergere il suo orgoglio di italiano.

Prima di rientrare al Sonnailler, vado a fare una camminata nell’oscurità, fra i ruderi del paese vecchio, incombenti su quello nuovo: salendo una rampa lastricata che parte dalle casette del centro, a poca distanza dal ristorante (in cima, il cielo e i colli d’intorno appaiono ugualmente punteggiati di luci), e scendendo, lungo un tratto sterrato, fino a uno scialbo rione periferico di case anonime e auto parcheggiate.
Marco Grassano

Didascalia:
– Il cortile del Domaine de la Reynaude, vicino al Castello

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