Terza e ultima parte del reportage di Marco Grassano sul Lubéron.
Cammino per un po’ in paese, ritrovando tanti angoli che ricordavo bene: il piccolo, luminoso cimitero dove mi piaceva sedermi a leggere e la vicina chiesa (ora sbarrati da cancelletti in ferro), la casa in cui aveva dipinto Nicolas De Staël prima di ritirarsi ad Antibes e che compare in una delle sue tele, la torre civica con l’arco (vi avevo visitato la mostra degli acquerelli, quasi vangoghiani, di Bob Chatelain), il Municipio (l’allora assessore “plenipotenziario” Christian Ruffinatto, del quale volevo chiedere notizie al bar, è adesso Sindaco), la casa-fortezza coi due leoni in pietra.
La guida acquistata al Parco mi suggerisce un secondo sentiero in zona, il Circuito dei cedri di Lacoste. Vado quindi a prendere la macchina e scendo verso la Provinciale. Sono rimaste in piedi solo un paio di bancarelle di oggetti artigianali.
Arrivo al primo incrocio: Bonnieux dritto, Lacoste a sinistra. Giro e assecondo l’andamento mosso di una strada grigia e secca che corre tra macchie boscate, campi, filari di vigna. Una casa giallo sole mi rimane impressa nella memoria per la sua colorazione vistosa. L’indicazione per l’Abbazia di Saint Hilaire non mi attira: ricordo bene questa sobria costruzione monastica, oggi residenza privata, con la doppia fila di pilastrini che adorna e scandisce il giardino. Passo sotto il Castello del Marchese De Sade (ora di Pierre Cardin) e in un po’ di curve arrivo in centro paese.
Non so dove trovare il sentiero. Mi fermo davanti ad alcune macchine parcheggiate ed entro nel Bar Restaurant de France (scritta verde su insegna bianca; alti sgabelli di legno, impagliati) per comprare dell’acqua e per chiedere informazioni. La barista, che parlava inglese con due clienti, mi si rivolge in quella lingua, pronunciata con il suo accento provenzale. Non capisco nulla: la prego di parlarmi in francese. Si scusa; mi dice che per l’acqua sono due euro; il marito mi suggerisce di tornare leggermente indietro e di imboccare una stradina che scende fino all’altra provinciale (Ménerbes-Bonnieux): il parcheggio della Valmasque, da cui inizia il percorso, è lì di fronte.
Faccio la strada fino in fondo, fra rare case, campi e alberi, come in certi angoli dei nostri alti colli preappenninici, ma non trovo quel che cercavo: pensavo infatti ad un parcheggio attrezzato vero e proprio, con indicazioni e tutto, mentre lì c’è solo un piccolo spiazzo inghiaiato e un paio di cassonetti. Vado allora avanti, cercando attentamente e imprecando man mano che avanzo, fino alla parte alta di Bonnieux e ai sensi unici delle sue vie a zeta. Scendo dalla macchina ed entro nel Café Clérici, dove una gentile cameriera, giovane e bruna, mi aiuta a orientarmi sulla cartina. Riesco quindi a individuare il punto: proprio quello che prima avevo escluso. Ci arrivo. Inizio la camminata.
La salita è impegnativa, ma il sentiero è meno disagevole (i sassi sono un po’ più piccoli e uniformi) e meno pericoloso (non si stringe a sfiorare baratri) di quello del mattino, anche se altrettanto o forse più serpeggiante. In mezzo al paesaggio che si domina salendo si scorge il Castello De Sade. Un tratto scoperto (anche da qui il Ventoux si vede più grande), poi di nuovo boscaglia, poi pochi pini giovani, finché non si arriva, alla fine di un’ultima salita, su un altopiano coperto di enormi cedri, ultracentenari (Le Pré de Roustan, 712 m).
Soccorrono ancora le parole petrarchesche:
“Illius in vertice planities parva est” –
“sulla sua cima vi è una piccola pianura”.
Vicino ad un pick up fuoristrada, due uomini, forse addetti alla manutenzione dell’area (vi sono, sparsi in giro, resti di operazioni di pulizia, soprattutto rami), stanno conversando. Seguo un percorso didattico attrezzato, di recente allestimento: pista in terra battuta, cartellonistica esplicativa (anche per non vedenti), giochi ricavati dai vecchi tronchi, un labirinto. Capanni costituiti da ramaglia appoggiata agli alberi. Gruppi di tranquilli, lenti visitatori dimostrano che ci si può arrivare anche in macchina, ma sono contento della mia scarpinata. Mi invoglia, anzi, l’indicazione per il belvedere di Portalas.
Domando ad una famiglia di ritorno se è lontano; mi rispondono di no, una decina di minuti al massimo. Ci vado. I cedri si fanno meno imponenti, poi cessano del tutto, lasciando spazio a un ridotto tavoliere di rocce, scarsi cespugli, cespi patiti, licheni. Si domina, verso sud, un ampio tratto della valle della Durance, i colli di fronte, le ondulazioni via via più sfumate che corrono verso l’orizzonte. Mi siedo anche qui a mangiare una pesca e a bere. Reimbocco il sentiero nel bosco. Raccolgo un grosso ramo di cedro, da portare a casa per ricavarne eventualmente un bastone, arrivo al bordo del pianoro, ridiscendo, salgo in macchina mentre il sole inizia a declinare nella sera.
Prima di valicare la Durance, mi fermo in uno sterrato a fianco strada per osservare da vicino il ponte antico scorto all’andata. Non vi si può accedere neppure da questo lato, ma almeno sono ben visibili i pilastri di testa, dove compaiono, incisi, i perentori divieti di fumare (chiaramente comprensibile: la pavimentazione era in legno) e di trottare (più difficile da capire: ma poi penso all’effetto che la vibrazione provocata dal movimento ritmico sincronizzato di più mezzi può avere sulle strutture portanti).
Non passo dal centro di Mallemort, stavolta: dirigendomi verso Lamanon, torno ad Alleins svoltando al primo incrocio nel quale vedo l’indicazione del paese.
(terza parte – fine)
Marco Grassano
Didascalie:
– Dove dipingeva Nicolas De Staël
– La casa-fortezza coi due leoni in pietra
– Salendo verso il Circuito dei Cedri; al centro, il Castello del Marchese De Sade
– Dal belvedere di Le Portalas
– Sul vecchio ponte non si fuma e non si trotta
Leggi la prima parte del reportage Camminando con Petrarca sui sentieri del Lubéron e la seconda