Seconda parte del reportage di Marco Grassano.
Vado a prendere la macchina. Attendo il verde all’incrocio del ponte e imbocco Avenue Victor Hugo. Lavori in corso provocano, col loro semaforo alterno (in cui un contasecondi segnala quanto tempo manca al via libera), una coda da ogni lato, che si scioglie un lento pezzetto alla volta.
Giro quindi a destra per seguire ancora la provinciale 943. La strada si allontana dai capannoni, si lascia indietro un bacino artificiale dai morbidi contorni, monta fra distese di filari e di alberi disposti geometricamente. Una curva finale ad U, e mi trovo a lambire il borgo di pietra dagli intonaci chiari, popolato di bancarelle. Trovo parcheggio più avanti, dopo l’incrocio per Roussillon, in uno spazio circondato di scarni alberelli (quasi inesistente l’ombra) in cui è posizionata un’area ecologica con molti cassonetti.
Oltre l’agenzia immobiliare una viuzza sale leggermente verso il Municipio e la chiesa. Seguendola, passo accanto alla terrazza predellata del ristorante L’Estrade (che significa, appunto, “la pedana”). La mia guida tascabile lo raccomanda “per la sua gustosa cucina preparata esclusivamente con ingredienti freschi e stagionali; una tappa all’Estrade nel corso della perlustrazione in auto del Lubéron vale sicuramente la pena”. Ne prendo nota.
Mi infilo tra le bancarelle del mercato, per lo più di generi alimentari, saponi e abbigliamento. Mentre scendo da una piazzetta leggermente inclinata, il venditore di una bancarella di formaggi mi offre un assaggio. Accetto. “Chèvre ou brébis?” (“Capra o pecora?”) mi chiede. Decido per la capra. È veramente buono, peccato che, dovendolo portare in giro con questo caldo, non possa comprarne.
Vado, in salita, verso i ruderi del villaggio antico. Sulla facciata della chiesa, dedicata a Maria Immacolata, sorprende la scritta “R.F. Liberté Egalité Fraternité”. L’interno è sobrio e luminoso. Sui banchi sono distribuite buste con le quali il Parroco (Père William Olivares Vidal: dal nome, mi sembra più un latinoamericano che un discendente di immigrati iberici, come pure ve ne sono non pochi in zona) e l’Arcivescovo di Avignone (Monseigneur Jean-Pierre Cattenoz) chiedono ai fedeli un’offerta al “Denier de l’Église”, perché “noi, i vostri sacerdoti, abbiamo bisogno di voi non solo per la vostra preghiera, ma anche per la nostra vita materiale: infatti, né lo Stato, né il Vaticano – che non ne ha i mezzi – ci versano una remunerazione o assicurano la nostra copertura sanitaria e previdenziale”.
Tanto di cappello agli stati laici, in cui tutte le confessioni religiose sono trattate paritariamente: cosa importante soprattutto qui, terra che ha visto il massacro dei Valdesi-Albigesi da parte dei cattolici…
Continuo a sinistra dell’edificio. Passo un portale e sbocco in uno spiazzo con auto parcheggiate, listato di cespugli mediterranei (ulivetti, cipressetti, mirti, lavande…) e sovrastato da rovine di pietra. Salgo nel sole e nel caldo verso il Castello, lungo un acciottolato ad ampi e lunghi scalini che poi si muta in pista di grezza pietra.
L’angolo di visione da cui si domina il paesaggio si fa man mano più ampio: a sud, il caseggiato e il dolce dispiegarsi dei rilievi; di fianco, aspri costoni semispogli che mi fanno venire i mente i versi montaliani “mentre si levano tremuli scricchi / di cicale dai calvi picchi” (il suono di sottofondo è infatti un forte frinire); ai piedi della rocca, una diga e un bacino verdazzurro.
Arrivo al sagrato (chiuso da un muretto e ornato di piccoli cipressi, come un vecchio cimitero) di una cappella fortificata e chiusa. Il calore è intenso; mi cava un copioso sudore che però evapora rapidamente. Mi siedo sotto un alberello a mangiare una pesca e a bere un po’ d’acqua.
Dietro la chiesetta imbocco un sentiero di breccia scabra e polvere (il n° 2, tra quelli delle cartine acquistate stamattina) che sale fra una vegetazione asciutta e aromatica di lecci e di pini. Sassi irregolari e piatti impilati ai fianchi del sentiero. L’indicazione (a beneficio degli escursionisti) di un’antica tartufaia, di cisterne, di cave di pietra. La boscaglia si arricchisce di un arbusteto, prevalentemente formato da ginepri, mirtacee, pinacee.
Quando il percorso inizia a scendere, decido di tornare indietro, per non mancare l’ora del pranzo al ristorante. Attraverso, scendendo in paese, le rovine del Castello e del villaggio medievale, coi loro archi a sesto, portali e pareti ancora in piedi. Esco dalla porta a torre della cerchia di mura.
Arrivo all’Estrade e chiedo di poter mangiare. Rimane un tavolino libero, per metà al sole, sulla terrazza. Ordino un’insalata con formaggio di capra caldo e un pavé (bistecca) di tonno alla griglia. Mentre aspetto di essere servito, leggo, come è mio solito, qualche pagina del libro che ho con me.
Mi paiono appropriati alla mia precedente passeggiata questi versi di Cheng:
“Il sentiero tortuoso / attraverso i pini, / perché lo abbiamo scelto? / L’altro, più dritto, / avrebbe condotto allo stagno, / si dice… / L’ora pesa, gravida di memoria; / si fa profonda degli odori di cortecce screpolate, / del ronzio di mosche / che eternizzano la sete e la fame. / Laggiù, / fuori dallo schermo della luce, / sfilano gli anni fioriti / – lungo gregge in transumanza -; / il loro passo risuona nella valle, / disperso, a tratti, / da un falco taciturno. / Perché tanti sbigottimenti, / perché tanta nostalgia, / perché attraverso i pini / abbiamo scelto / questo sentiero / che si interrompe a metà del cammino?”.
Una ragazzina bionda che parla una lingua germanica entra ed esce a ripetizione, spingendo un passeggino e costringendomi ogni volta a spostarmi, ma non mi distoglie dalla fruizione degli ottimi piatti. Mostro alla cameriera la recensione positiva della Lonely Planet, i cui giudizi sono sempre attendibili perché gli autori hanno provato personalmente i locali che raccomandano.
Mi dice che anche la Guide du routard è fatta così. Le chiedo dove posso fotografare dei campi di lavanda. Mi suggerisce di andare verso Sault, prendendo la “strada dei mulini”, all’incrocio dove c’è l’officina Renault.
(Seconda parte – continua)
Marco Grassano
Didascalie:
– La chiesa “repubblicana” di Saint Saturnin
– Vista dal Castello di Saint Saturnin
– Le rovine del villaggio medievale