Lunedì 6 luglio 2015. È la prima mattina del mio ritorno al Castello. Appena dopo le otto scendo per la colazione, che faccio con tutto comodo. Parto alle nove, e il sole si fa già sentire massicciamente. Scendo a Pelissane, svoltando sulla Statale per Salon. Trovo subito un distributore nel quale fare il pieno; mi incuriosiscono, alla cassa, i volantini con cui viene reclamizzato l’uso dell’etanolo come carburante di grande convenienza.
Seguo le indicazioni per Arles, senza prendere l’autostrada, ma mi ritrovo così a dover superare diversi viali di platani e rotonde prima che il percorso si affianchi a quello della A54 e quindi vengano meno le interferenze viarie. Appena prima di Saint Martin de Crau, la Nationale confluisce nell’Autoroute fino ad Arles, dove esco e mi dirigo verso il centro.
Sul lato destro di Boulevard Clemenceau vedo, sotto una duplice e lunga fila di alberi che separa il viale da una viuzza a ridosso delle case basse, quello che sembrerebbe un parcheggio gratuito. Mi ci inserisco e cerco un posto. Ne trovo uno non del tutto soddisfacente, ma mi accontento. Sceso dalla macchina, un uomo dai capelli bianchi e dai lineamenti che mi paiono nordafricani attira la mia attenzione e mi informa che c’è dello spazio più avanti. Seguo con successo la sua indicazione. Per ringraziarlo voglio offrirgli del denaro, ma lui rifiuta. Sono le dieci e un quarto.
In pochi metri arrivo alla banchina del fiume e la seguo fino al ponte immortalato da Van Gogh in un suo famoso dipinto arlesiano.
“Infine Le pont de Trinquetaille, con tutti quegli scalini, è una tela dipinta un mattino grigio; le pietre, l’asfalto, il lastricato sono grigi, il cielo azzurro pallido, figurine colorate, un albero stento dal fogliame giallo”
scrive al fratello sabato 13 ottobre 1888; nel frattempo, il tratto centrale del ponte è stato sostituito da una struttura più moderna e l’alberello è diventato un grande platano. Lo supero passando sotto l’arco e arrivo in Piazza Nina Berberova, dove, dopo aver atteso qualche minuto, con altri clienti, l’apertura (l’orario del lunedì inizia alle 10.30), entro nella libreria Actes Sud.
Mi aggiro fra i banchi espositivi e i ricchi scaffali della letteratura internazionale, suddivisa per Paese (vedo tradotti autori italiani di cui ignoravo l’esistenza, accanto ad altri più noti), ricevo una telefonata da mio suocero, mi affaccio sull’Hammam interno, riservato alle visitatrici (me lo lasciano vedere perché al momento non ci sono bagnanti), sento due elettricisti, al lavoro in uno dei meandri dell’articolato negozio, dialogare in portoghese.
Alla fine scelgo la Commedia dantesca tradotta dal poeta Jean-Charles Vegliante, il Voyage en Italie di Jean Giono, Le mas Theotime di Henri Bosco, una raccolta di canzoni di Georges Moustaki (all’anagrafe, Giuseppe Mustacchi… che sfilza di italofrancesi!) e Il faudra repartir, vecchi taccuini, appena recuperati, di Nicolas Bouvier, lo scrittore di viaggi svizzero di cui avevo acquistato proprio qui L’usage du monde nell’ormai lontano 1998, poco dopo la sua morte.
Esco e mi avvio per Place du Forum, che trovo traboccante di persone. Non è posto per me. Cerco di ritrovare il negozio di César, in Rue du 4 Septembre, anche se so che ormai il vecchio armeno avrebbe 100 anni ed è abbastanza improbabile che sia ancora lì. Giro un po’ a vuoto nelle viuzze. Finisco dalle parti del Centro Van Gogh, in una Rue du Docteur Fanton piena di gente (in gran parte giovani, alcuni portando in spalla custodie di strumenti musicali) e stentorea di voci amplificate, per l’apertura di un festival di fotografia con laboratori d’immagine e mostre. Proseguendo lungo la serpeggiante Rue du Sauvage, arrivo alla via cercata e proseguo fino al numero 20.
L’insegna c’è ancora, un po’ sbiadita e scrostata, ma la serranda è definitivamente chiusa, costellata di locandine affisse. Decido di continuare verso la vicina Piazza Voltaire e da lì all’Arena, in cerca di un posto, negozio o bancarella, dove comprare una cravattina (cordelière) con la Croce della Camargue, come quelle che indossava Leonard Cohen nei suoi concerti del 2012-2013. Dopo vari tentativi lungo Rue Voltaire (dal punto in cui diverge a forca da Rue Agustin Tardieu fino alla piazza dell’antico teatro) la trovo in una bottega di souvenirs (La Boutique de l’Olivier) vicina alla biglietteria dell’Arena.
Anche qui lo spazio è colmo di turisti internazionali che cercano di fotografare l’arrivo dei torelli per la corrida locale. Mi allontano più in fretta che posso da questa bolgia, dirigendomi (passando ancora da Place Voltaire) verso il Rodano, la cui banchina, in questo tratto, è oggetto di lavori di rifacimento. Gli operai che faticano sotto un sole feroce sono tutti africani. Un uomo che mi passa di fianco con suo figlio dice al ragazzino: “Fanno un lavoro che gli altri non vogliono fare”.
È mezzogiorno. Mi fermo all’altezza di Piazza Berberova e mi siedo sui gradini del lungofiume (poco più in là, tre turiste parlano una lingua nordeuropea che non conosco) a mangiare un paio di prugne e a sfogliare i libri acquistati, poi vado a prendere la macchina, imbocco la via che si infila nel centro storico salendo a valicare il ponte Trinquetaille e mi inoltro in Camargue, verso le Saintes Maries de la Mer.
Man mano che avanzo, e che le aree palustri si fanno più ampie, trovo conferma a quanto scriveva ancora Van Gogh ad Émile Bernard il 18 marzo 1888:
“Voglio cominciare col dirti che la regione mi appare bella quanto il Giappone per la limpidezza dell’atmosfera e gli effetti di allegro colore. Le acque creano nei paesaggi macchie di un bellissimo smeraldo e di un ricco azzurro carico, così come le vediamo nei crépons”.
Marco Grassano
(prima parte – continua)
Didascalie:
– Il pont de Trinquetaille
– Il negozio di César l’Armeno, che non c’è più
– Le acque nel paesaggio