
Liguria. Non basta mica esserci nati. Personalmente l’ho sempre sentita come un ingombro linguistico, una parola con cui neanche in dialetto, che è la prima lingua che ho imparato, son mai riuscito a entrare in confidenza. Forse perché Liguria è un posto che non viene tradotto, e se non viene tradotto non viene nominato. Un nome che non serve, e in Liguria si usa solo ciò che serve. Quando ero bambino io, dalla Liguria la gente non se ne andava mica più come prima della guerra, che partiva mezza popolazione per i lavori stagionali in Francia o per l’America e ci restava tutta la vita.
Negli anni Sessanta non scappava quasi più nessuno. E quando da un posto non te ne vai cosa lo menzioni a fare? È questo che devo aver cominciato a capire in quegli anni. Il posto in cui sei nato è qui, ti circonda, lo respiri, per questo non serve chiamarlo per nome. Dev’essere un po’ come succede per un ricordo, non è che uno in realtà ricordi precisamente una cosa, ad esempio se deve ricordare la volta in cui è stato con una bella donna, ricorderà un profumo, un colore, una carezza, un’emozione, ci pensa un istante e quello è il ricordo e contiene tutto, anche il resto. Contiene tutto ciò che è possibile senza riuscire a descriverlo. Questo era la Liguria, una specie di sguardo veloce e totale senza nome perché gli occhi quel nome non pretendevano di saperlo.
Altri posti sì, Fransa, Piemunte – proprio perché erano invisibili – erano nomi sulla bocca di tutti. Specie sulla mia. In Fransa ci faticava mio padre, lui faceva ancora le stagioni, uno degli ultimi sopravissuti a quella vita. Era vecchio, ma i nostri ulivi non rendevano già fin da allora e così l’estate lui andava a cucinare gli spaghetti e a preparare le insalate in un ristorante della Costa Azzurra.

Un giorno – avrò avuto dieci anni ed ero in vacanza – mio padre venne a prendermi nel paese degli ulivi, nella casa sotto il portico, al fondo della valle, dove vivevamo con mia madre e mia sorella, e mi portò un paio di settimane sulla Costa Azzurra.
A Fransa, la Francia! Mi parve subito così diversa dalla Liguria, non lo so se lo era perché la Liguria per me non esisteva, insomma, ciò che intendo è che non era diversa dalla Liguria solo per quel fatto che ci son posti che se ci abiti non li menzioni, ma perché era veramente diversa, i profumi erano diversi, i colori dei negozi, la faccia della gente, il sapore dell’acqua.
Eppoi era diversa perché in Francia, sulla riva del ristorante dove lavorava mio padre, c’era il mare, mentre nella mia regione, nella mia terra, il mare era al fondo, inservibile e inquietante.
È stato dunque là, in Francia, per la prima volta nella vita, che ho pensato a un posto e l’ho chiamato Liguria. Era la Liguria che riconoscevo mia, un posto piccolo, minimo, non disegnabile sulle cartine come la Liguria vera, che ha quella forma di fetta di anguria, o di bocca piegata che non ride mai…
La Val Prino, quella che saliva dal mare di Porto Maurizio, con una strada tutta storta accanto a un torrente popolato di rane e che finiva dove non si capiva più nulla perché c’era più nulla, neanche più ulivi, ma solo spalliere carsiche e nude e magre come le spalle di una nonna, spartiacque scogliosi e cieli, e altre vallate dietro, posti che non conoscevo ancora e non conoscerò mai. La mia Liguria – compresi in Francia – era una sola valle. Era un nome perimetro.
Io in realtà della Francia conoscevo già gli abitanti prima ancora di passare la frontiera, una decina di francesi venivano ogni anno in vacanza nella mia valle, turisti profumati che affittavano le case in carruggio accanto alla chiesa, mi portavano le maglie che i nipoti non vestivano più e mia madre regalava loro la verdura.
L’altro nome di posto che per un ligure contava molto era il Piemonte. Ogni anno dal Piemonte arrivavano le raccoglitrici di olive, venivano da Mondovì, da Monesiglio, da Gorzegno, Frabosa, raccoglievano per i grandi proprietari da novembre a marzo e terminate le olive ce n’era sempre qualcuna che si fermava in vallata, sposava un ligure e metteva al mondo del sangue.
Mi chiedevo se anche per i bambini francesi e piemontesi succedeva la stessa cosa e cioè che ignoravano l’esistenza della loro regione ma non quella della Liguria. No, forse neanche loro sanno che esiste la Liguria. Mi piaceva ragionare in questi termini. In Liguria si ragionava molto in quegli anni.

È che c’è qualcosa, è che in Liguria le parole non riescono a dire i posti, e allora si ragiona. Il più grande sbaglio dei liguri è che non hanno saputo inventare nuove parole, e quelle che si usano per chiamare i posti sono sempre le stesse. In Liguria, credetemi, ci sono trecento terre che si chiamano Ciaze e trecento altre che si chiamano Creuza o Poggio. E trecento altre Pozzo. La Liguria è una foglia di palma, un pettine, ecco, ogni dente del pettine è una valle, e ogni dente del pettine conta sulle sue Ciaze, i suoi Poggi, le sue Creuze. I suoi Pozzo.
Tutti questi nomi di posti, un giorno ho capito che li dettava la luce che ricevevano. Non me lo disse nessuno, ci giunsi da solo, ragionando.
Ciaze e Suiì, tanto per far due nomi, sono le campagne sul versante al levante, terre all’aprico, terre al sole e in faccia c’è l’Ubagu, l’opaco, U Servaighu, il selvatico. Parole che in italiano non significano nulla. O si può forse dire che le colline del Chianti sono domestiche? Che il cortile dietro il palazzo delle scuole è selvatico?
Pure ci sono parole in dialetto come Ciaze che non hanno una traduzione in italiano, sono cose che ci sono perché esistono in dialetto e solo in dialetto appartengono alla geografia dell’uomo ligure.
Solo in dialetto entrano nella coscienza.
Imperia, ad esempio, che è una delle quattro province che formano la Liguria, non ha mica una traduzione, è un nome che ha inventato Mussolini, mi pare nel ’23. Mussolini ha preso le città di Porto Maurizio e di Oneglia e le ha fatte diventare Imperia. Ma la gente della valle non gli ha ubbidito e per dispetto il nome Imperia non lo usa mai. Da sempre, quando uno va in città va a Porto Maurizio, au Portu, o a Ineja, a Oneglia.
La gente della valle – e quando parlo di gente della valle intendo gli abitanti dei paesi che fanno comune e delle frazioni di questi paesi, immersi negli ulivi ( ora nei rovi) o distesi lungo i torrenti – tutta questa gente invero non menziona neanche Portu o Ineja, ma dice: in giù. Semplicemente così: in giù. In pratica si va in giù quando si va in riviera. Ed è un po’ come se da un posto elevato ci si degnasse di scendere ai bassifondi, alla zona magmatica pulsante, isterica, su cui si riversa il traffico.
Il ligure, come sosteneva Calvino, è di scoglio se è della costa e di roccia se interno. Questa è la prima frontiera, poi ci sono le frontiere visibili, quelle fisico orizzontali, che dividono la città dall’entroterra. E quelle verticali, che separano la Liguria dalla Francia, frontiera di passeur e burroni, che tanto ha ispirato le pagine di Francesco Biamonti.
Calvino parlava anche di un’altra frontiera, del tipo orizzontale, è la frontiera dell’anima che a noi liguri di roccia riconsegna il tempo in cui i padri provavano a insegnarci quanto valesse di più la severità di un uliveto che tutte le risate della riviera. Allora, noi, sedici-vent’anni, quasi per far dispetto ai nostri padri, disubbidivamo, sceglievamo il mondo, scendevamo in giù, verso quella sorta di peccaminosa e ridanciana spiaggia. Per sempre, credo, ci si è portati dentro quel tradimento. Ma alla fine anche per quelli come me che se ne sono andati, prima o poi, il cercare la Liguria severa e perduta che ci era stata indicata, sarà l’unica consolazione possibile. sarà un rito quotidiano, un’incisione, un tatuaggio.
Uno sguardo sul mondo. Come disse un giorno un ottimo recensore di Francesco Biamonti. Vedere e guardare sono due attività completamente opposte. Vedere è un’operazione scientifica, matematica, che studia distanze. Guardare è inventarsi il mondo.
A me è successo davvero questo, ho visto parecchie cose del mondo, ma ho sempre e soltanto guardato la terra severa e interna che tanti anni fa mi chiedeva di essere scelta.

E tutto questo vale anche per la scrittura. Scrivo sempre e solo quel pezzo di terra, solo quella valle. Scrivo gli ulivi e i rovi che li assediano, i muri che crollano, la cattedrale di ulivi di boiniana memoria. Franante e desolata.
Certo, qualcuno mi ha chiesto: e se al posto degli ulivi fossero campi di carote, di asparagi, o fabbriche, magazzini, mobilifici, ciminiere o distese di vigne, litorali? Come sarebbero le tue pagine, di quali parole e toni e colori sarebbero fatte?
Dopo averci pensato a lungo, la risposta è stata che io, probabilmente, senza ulivi non avrei scritto. Forse perché se non fossero gli ulivi ciò che ho sempre guardato io non sarei me stesso. La spiegazione è che soffro di vertigini, e questo l’ho capito a dieci anni, un giorno che volevo fare come gli olivicoltori della mia valle, che salgono col bacchio a bastonare le fronde per far scendere le olive o a maggio che salgono col gancio a potare. E salire sulle piante e lavorarci significa avere una confidenza col vuoto, per questo uno che soffre di vertigini deve arrendersi. È stato esattamente quel giorno che ho capito che presto sarei andato via dalla Liguria. Sudato e abbracciato al tronco, paralizzato, che non riuscivo più a scendere, quel giorno si è aperto tra me e la Liguria una ferita che neanche i ciclici ritorni sarebbero mai riusciti a medicare.
Ora da vent’anni vivo in Olanda. Bizzarro che uno per guardare la verticalità della Liguria fatta di terrazze che salgono o sprofondano, abbia scelto una terra tanto orizzontale. Ma ciclicamente ritorno per ritrovare tutto, come un esercizio di fiction ripetuto, un esame a cui si è rimasti rimandati, torno e trovo tutto nascosto, tutto da riscoprire, perché da almeno un decennio la Liguria delle vallate, tolte le case di pietra e le strade che menano all’Aurelia, è impenetrabile. E lo è per via dei rovi: i rovi sono diventati la vera frontiera tra presente e memoria, un’autentica giungla che ha inghiottito tutto senza peraltro soffocare. Una giungla che conserva, mantiene, poiché oltre i rovi ogni volta mi attende la Liguria che era. Ecco la riscoperta. Penetro dolorosamente la corazza vegetale, mi lacero, sanguino, trascinandomi dentro una sorta di archeologia botanica, come la chiama Paolo Veziano, e oltre i rovi ritrovo il bambino che respira. Ecco la mia ciclica riscoperta della Liguria, dietro la corazza vegetale, la Liguria rimasta intatta, con le sue pietre a sbalzo che formano le scalette, e i suoi muri a contenere gli affasciati, e i suoi ulivi che non producono più perché conviene comprare l’olio spagnolo o tunisino e spacciarlo per ligure.
Ora si tenta di salvare il prodotto ligure inventando etichette, olio doc, olio dop, origini controllate o protette, ma i grandi industriali dell’olio non vogliono, i grandi venditori che esportano l’olio in tutto il mondo spacciandolo per ligure, si sentono attaccati se sulle etichette saranno costretti a specificare la provenienza delle olive. Poiché con l’olio ligure prodotto da olive liguri non ci si condirebbe nemmeno l’insalata dei liguri.
La verità è che gli ulivi in Liguria non si coltivano più, ma di qualcosa bisogna pur vivere, e allora in Liguria ci si è inventati la ricchezza turistica, gli agriturismi che sono spuntati come funghi dopo un giorno di pioggia a settembre, e si riempiono di tedeschi e olandesi, le strutture nate coi fondi che l’Europa elargisce a chi vuol trasformare, agriturismizzare.
Una corsa all’eldorado del contributo europeo. Così, anche i pochi contadini che ancora pulivano le campagne, rialzavano i muri, e pulivano i condotti perché le piogge non sfondassero la già pericolante cattedrale degli ulivi, ora passano il loro tempo a riempire moduli, e giorni, settimane e mesi a inseguire piccoli funzionari di comunità montane e di uffici che si chiamano confagricoltori o coltivatori diretti, e pagano geometri che scarabocchiano per loro computi metrici, progetti di agriturismo, fatture, collaudi, una macchina infernale che mette a disposizione miliardi di cui solo l’1% sarà speso perché la Liguria non crolli.
Ma la Liguria crolla, vengono spaccate le montagne, riempite di dinamite e fatte saltare, traforate le falesie per farci passare macchine e camion, distrutte le falde acquifere, e con gli scogli vengono costruiti i nuovi megaporti, i megamoli, i campi da golf in riva al mare, e autostrade.
In Liguria si stanno realizzando più di 9000 nuovi posti barca, e sempre sulle spiagge più di 37000 metri cubi di edilizia residenziale.
Grandi arterie a segnare l’antica frontiera tra Liguria di scoglio e Liguria di roccia, e nuovi asfalti e doppi binari, perché transitino carovane sempre più lunghe dirette in Francia, e tutti gettino un’occhiata alle terre all’opaco e a quelle scuoiate dal mistrale luminoso, e si domandino anche loro chi possa mai vivere in quei posti.
Testo di Marino Magliani
Foto di Alberto Cane