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Voi siete qui: Italia » Una gita al Conero. Quarta parte: tra rupi e cinghiali

25 Settembre 2014

Una gita al Conero. Quarta parte: tra rupi e cinghiali

Quarta e ultima parte del reportage di Marco Grassano sul Conero.

23 luglio 2014

Il mattino dopo, esco per il mio Qi Gong verso le 7.00. Nella notte, ho sentito ancora tuoni e scroscio d’acqua.
Faccio esercizi
sull’erba che la pioggia
ha reso accesa
di iridi sfavillanti;
il cane mi accompagna.

Si tratta di un vecchio animale bianco panna, visibilmente segnato dai maltrattamenti subiti in precedenza ma mite e affettuoso, che i titolari dell’agriturismo hanno recuperato dal canile e che tutti chiamano Bracco…

Scendo con la famiglia alla spiaggia di Sirolo attraverso il tortuoso percorso 304, che parte dai giardini pubblici e divalla tra macchia mediterranea e alti pini. Poi risalgo ad imboccare, dopo il cimitero, il percorso 302 fino all’incrocio col 301, dal quale svolto verso Fonte dell’Olio, che raggiungo passando accanto al bar “L’infinito” e all’albergo “La ginestra”, e quindi prendo il 305 per Pian dei Raggetti – da dove ero già passato ieri in due occasioni – attraversando un paio di interessanti siti geologici, simili agli affioramenti di roccia che sovrastano la frazione Fontanelle di Dernice o la frazione Poldini di Montacuto, o a quelli a picco sul Curone lungo la stradina per Lunassi…
Conero_14
Torno verso l’ex Convento, salutando di passaggio il fico incongruo nel bosco, e quindi da lì prendo per il belvedere sud e la discesa…
(ore 12.40)

Stormire d’aria
tra gli alberi protési
e cinguettii.
—–
Puddinga incisa
dove passa il sentiero,
saldata in ocra.
—–
(ore 13.05)
Varie cicale,
salendo a Pian Raggetti,
stridono forte,
tra l’odore legnoso
di alberi e sottobosco.

Anche qui, le foto documentano forse meglio gli aspetti visivi, ma certo sono inefficaci per i suoni e gli odori.
Il tratto di sentiero che dall’ex monastero scende verso il belvedere sud e quindi verso il paese è decisamente impegnativo: ripido, assai diseguale per rocce e sassi sporgenti o incavati, stretto… ma offre scorci magnifici sul mare, sulle Due Sorelle, sul Passo del Lupo…

Conero_16Non oso pensare di salire lungo il sentiero che porta a queste ultime rupi (che comunque è chiuso per ordinanza): le guide lo classificano con difficoltà 5, per super esperti, rispetto alla difficoltà 1, per turisti, dell’anello 301, del quale peraltro fa parte anche il non facile tratto che sto percorrendo (compresa la deviazione per la Grotta di Montarolo, il cui aspetto esterno ricorda la cengia del nostro Guardamonte, sul Vallassa).

Conero_17Probabilmente, la classificazione generica del cammino non tiene conto della sua complessità reale, almeno in questo ultimo tratto: altrimenti, in proporzione, la salita al Passo del Lupo dovrebbe essere un’arrampicata su parete verticale!

Prendiamo quindi il battello delle 17 per osservare anche dal mare quanto ho visto dai sentieri che ho seguito. Il Comandante ci illustra, con dovizia di particolari, vari aspetti di quanto ci viene mostrato. Ci parla della pietra bianca del Cònero, della vellara (una specie di graminacea che i locali chiamano “tagliamani”). Ci mostra le vecchie cave di pietra (con le casupole dei cavatori) e ci parla delle “vettoline”, le chiatte che trasportavano il materiale cavato. Ci dice che il convento di Santa Maria di Portonovo era probabilmente noto a Dante Alighieri, che sembra farvi riferimento nel canto XXI del Paradiso, per bocca di San Pier Damiani (credo alluda ai versi 122-123: “… fu’ ne la casa / di Nostra Donna in sul lito adriano”).

La frana di Portonovo risale a un migliaio di anni fa; ha creato laghetti di acqua salmastra che rappresentano un habitat unico per molte specie. La Torre Clementina, invece, denominata così perché voluta dal papa Clemente X, risale al 1716, pur avendo un aspetto molto più antico in quanto realizzata sulla base di disegni di Leonardo da Vinci; ha ospitato il poeta dialettale De Bosis e Gabriele D’Annunzio. Il fortino napoleonico, a lungo abbandonato, è stato recentemente rimesso in funzione come sede di un albergo di lusso (e per quello infatti lo avevo scambiato vedendolo dall’alto).

Il geologo Alessandro Montanari ha trasformato le diverse concentrazioni di carbonato di calcio rilevate nei successivi strati di roccia della falesia in note musicali: ne è risultata la composizione geofonica La musica della terra. Ci parla quindi della roccia calcarea del Cònero e del terremoto dell’Ottocento.
Conero_18 “Cònero” potrebbe derivare dal greco kómaros, ossia “corbezzolo”, pianta qui assai diffusa (anche Madrid, del resto, ha preso il nome dal corbezzolo, in spagnolo madroño), ma anche dalle due parole, pure greche (i rapporti, soprattutto commerciali, con la Grecia sono sempre stati intensi), kuma, “onda”, e oros, “montagna”, per la sua posizione di roccia a picco sul mare.

Scopriamo che i boschi, all’apparenza così simili a quelli del nostro Appennino, sono dovuti a una massiccia piantumazione, soprattutto in epoca fascista, di pini d’Aleppo e di lecci (piante poco idroesigenti), per fornire alle popolazioni una riserva, di legno e altro (più o meno lo stesso era successo da noi, a Bruggi e sul Giarolo). Fino a quel momento, tutto il territorio, qui, era coperto da una bassa macchia mediterranea, per cui non vi sono animali di grandi dimensioni (con l’eccezione del cinghiale, introdotto però dai cacciatori in epoca più recente e per il quale è difficilissimo il controllo demografico; per di più è dannoso, perché tende a stare verso valle, dove può trovare le sorgenti per bere ma anche le colture da devastare). Il sito è comunque importante per i flussi migratori aviari. Sono rimaste poche superfici paludose (prima lo era il litorale della località Marcelli, ora trasformato in stabilimenti balneari), per cui i migratori presenti sono per lo più rapaci, che sfruttano le correnti ascensionali create dal monte.

Ci illustra alcuni termini locali: “varolo”, ossia spigola; “mòsciolo”, ossia cozza; “vàllaro”, ossia dattero di mare bianco. Plinio definì Numana un borgo “vetustissimo”, fondato dai Siculi nel V secolo avanti Cristo. Poiché, come si è detto, erano stretti i contatti della zona coi Greci, si ipotizza che anche il suo nome venga dal greco, e in particolare da nomos, “legge”, trattandosi di una tuta civitas, una città cinta da mura, disciplinata da regole ben precise. Seppellivano i morti coi loro beni: una testimonianza esemplare di ciò è rappresentata dalla cosiddetta “tomba della regina”. Ci parla infine della croce santa, custodita a Numana (ma nel perdurare di un vecchio contenzioso campanilistico con Sirolo sulla titolarità di tale possesso), dalla quale si dice sia sgorgato un sangue miracoloso; ne è derivato il proverbio marchigiano: “Chi va a Loreto e non va a Sirolo, vede la madre e non vede il figliolo”.

24 luglio 2014
Conero_19 Non racconto la visita a San Marino: pur scattandovi alcune immagini dal punto più elevato della torre più alta (cui pervengo con una non facile arrampicata lungo una scala di legno quasi verticale e alcuni pioli di ferro murati), mi pare un borgo certo ben tenuto, ma troppo pieno di negozi per turisti (con scritte spesso in russo, anche per i menù esposti sulle lavagne), in molti dei quali si vendono armi bianche (comprese le spade da samurai e coltelli di tutti i tipi) e raffinatissime riproduzioni non letali di armi da fuoco modernissime…
Marco Grassano

Nelle foto:

  • Sito geologico lungo il sentiero 305.
  • Il Passo del Lupo dal sentiero 301.
  • La cengia di fronte alla Grotta di Montarolo.
  • Le Due Sorelle e il Passo del Lupo dal mare.
  • Vista dal punto più alto della torre più alta di San Marino.

Una gita al Conero. Prima parte: tra scandali e Qi Gong

Una gita al Conero. Seconda parte: tra Angeli e Leopardi

Una gita al Conero. Terza parte: si va per sentieri

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