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Voi siete qui: Mondo » Una Pasqua in Zambia, tra battesimi, fuochi e lacrime

8 Maggio 2014

Una Pasqua in Zambia, tra battesimi, fuochi e lacrime

La sfida con un mondo che gira seguendo una rotazione diversa è diventata doppia, perché le domande, le frustrazioni, lo sforzo di comprensione e la fatica dell’adattamento non rimangono fuori dalla porta ma mi seguono fin dentro la camera, dove i bambini hanno costruito le loro casette, rispettivamente sotto il letto, sotto la zanzariera e nell’armadio, alla ricerca di un luogo deputato al gioco, dove ci sia qualcuno disposto a dedicare loro attenzioni, ma soprattutto seguendo l’esempio dei tre porcellini, la prima fiaba che hanno ascoltato – la lettrice ero io, e quando mi hanno chiesto cosa vuol dire “once upon a time”, vale a dire “c’era una volta”, mi si è stretto il cuore. Però è come sempre una sfida istruttiva – bisogna solo mettersi in ascolto, con pazienza e umiltà, senza presupporre di essere nel giusto.

Allora poi si capisce che è vietato preparare la colazione ad Olipa non per farle uno sgarbo, ma perché a 16 anni ancora non sa gestire il proprio tempo e deve imparare dalle piccole cose; si capisce che quando Endson e Luckson si inseguono e rotolano in giardino e si picchiano come se volessero ammazzarsi si stanno solo comportando come due leoncini nella savana, perché nessuno ha mai insegnato loro a giocare in modo diverso; si capisce che è bene Esther impari a fare il bucato a mano perché forse non avrà mai una lavatrice, che la cura per la pulizia e il decoro della casa, dei vestiti, dei capelli, non è segno di superficialità  ma di rispetto per sé e per gli altri.

Poi, certo, ci sono tutta una serie di cose che potrebbero e andrebbero fatte in tutt’altro modo – e lì è ancora più difficile, perché bisogna trovare la via per innescare il cambiamento, prima nella testa e poi nelle mani. In questi mesi ho capito che ciò che funziona è la presenza, anche silenziosa, anche apparentemente passiva: esserci, anche quando a tavola si parla solo in icibemba ed il senso di esclusione chiude lo stomaco; esserci, anche quando i bambini vengono spediti a dormire a metà pomeriggio perché le loro voci coprono quella della tv, quando Olipa brucia l’uniforme mentre la stira o la pentola dell’inshima sulla stufa, quando Victoria proibisce qualsiasi altra attività domenicale diversa dal pulire tutte le superfici di casa.

Esserci e basta può essere terribilmente sfiancante quando, come nel mio caso, la modalità è l’agire e la velocità è la fretta, però in certi casi è ciò che serve, tutto il resto sarebbe buttato al vento. Comunque, giusto per sottolineare una volta di più quanto la vita da volontari non sia né eroica né sacrificata, vorrei dirvi che il lunedì vado a lezione di aerobica e il trainer è una specie di maciste nero che tara gli esercizi sulle capacità di lui stesso medesimo e io se resisto divento durissima
e ho conosciuto ragazzi che vivono da veri muzungu in case galattiche full-optional e amano invitare noi italiani perché cuciniamo la pizza e guardiamo con gli occhi grandi come piattini da thè la piscina con vasca idromassaggio.

E poi c’è stata Pasqua: quattro magnifici giorni in cui mi sono trasferita con i bambini nella bolla italiana dove vivono i volontari – non si è vista ombra di inshima e caterpillar fritti, abbiamo fatto a mano la sfoglia all’uovo per le lasagne al ragù e i tortelli verdi, arrostito i polli del progetto cicetekelo e affogato la nostalgia di casa nel gelato di gigibontà.
La tre-giorni di lutto veglia gioia pasquale è stata vissuta con l’intensità che accompagna tutte le feste religiose nell’Africa nera, con l’aggiunta, per i nostri ragazzi, di un party di musica e balli, di una caccia al tesoro con in palio qualsivoglia schifezza a base di coloranti e soprattutto, per molti di loro, di battesimo e comunione. Qui funziona infatti diversamente: i sacramenti si ricevono una volta raggiunta l’età della ragione e dopo aver sostenuto un esame che io sarei rimandata a settembre.
Il giorno deputato è la Pasqua e potete immaginare quante persone si allineano in quell’occasione davanti agli altari delle chiese dei compound, veri e propri formicai di fedeli.
Durante la veglia del sabato sera sono stati battezzati parecchi ragazzi del progetto cicetekelo, grandi e piccoli, femmine e maschi, emozionati e splendidi con i loro abiti, camice e sorrisi candidi.

Vuoi la bellezza della notte profondissima del compound, vuoi la suggestione del fuoco e della funzione a lume di candela, vuoi le voci limpide delle donne avvolte nei citenghe, io non ho saputo frenare le lacrime: è stato quando ho visto tracciare la croce su quelle fronti che tanto amo, ma soprattutto quando il loro padrino li ha stretti in un abbraccio ampio e benevolo – era lo stesso per tutti, ba-sokota, uno degli educatori storici del progetto cicetekelo, perché nessun parente ha voluto o potuto essere presente per quei ragazzi.

Questa Pasqua è stata la degna conclusione di un capitolo: sto infatti partendo di nuovo, con un bagaglio leggero.
Carlotta

(seconda parte – fine)

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