Sono passati due mesi dall’ultimo capitolo del racconto di questa mia vita capovolta. Dopo la lunga parentesi di viaggio tra Tanzania, Kenya e Italia, ho fatto ritorno in questo luogo così difficile da etichettare – perché non è il mio paese ma sono arrivata più di un anno fa e sono incapace di pensarmi altrove, perché è impossibile da comprendere ma mi è totalmente familiare, perché la famiglia e gli amici sono altrove ma quando cammino per la strada, pedalo nei compound, faccio la spesa al mercato, la gente mi chiama per nome e mi saluta come se…
La sensazione di essere totalmente immersa nel tutto zambiano (ma sempre e comunque a testa in giù) si è fatta sempre più intensa da novembre a questa parte, quando ho lasciato la grande comune dei volontari e ho accettato di trasferirmi in una casa vera, di cui non vi ho mai davvero raccontato.
Abito in uno dei quartieri signorili di Ndola, Kansenshi, con i muri di cinta e i cancelli di ferro che celano giardini di piante e fiori meravigliosi, con le strade ben tenute, la luce elettrica e l’acqua corrente. C’è la fermata dei minibus, che bloccano il traffico da mattina a sera e riempiono l’aria di fumo nero, di colpi impazienti di clacson, degli strilli dei co-piloti che procacciano passeggeri e contano con mani esperte banconote e monetine. Ci sono una fila di empori ed il mercato coperto di generi alimentari, casalinghi e paccottiglia, ma anche le signore che vendono sedute per terra la verdura dell’orto, le ricariche telefoniche, le patate e gli ifitumbwa appena fritti sul braciere, i bambini che offrono arachidi, tuberi e banane da grandi cesti portati in equilibrio sulla testa, i vecchietti che spazzano l’entrata dei negozi in cambio di spiccioli o cibo. Ci sono due scuole pubbliche che sembrano alveari, le più grandi e centrali di Ndola, i cui studenti in uniforme appaiono e scompaiono come grandi macchie monocromatiche al suono della campana, e alcune scuole private, esclusive e costose, nascoste nel cuore del quartiere, ad uso e consumo dei residenti.
Noi siamo tra quelli. Il nostro cancello è nero, coronato da una fila di punte e da una cascata di fiori di bouganville; oltre c’è il giardino, verdissimo e indomabile durante la stagione delle piogge, con un quadrato coltivato a mais e piante da frutto che nel corso dei mesi hanno elargito con abbondanza manghi raccolti acerbi per impazienza, caschi di piccole banane, avocado e guava che sono marciti sui rami più alti spargendo un profumo dolciastro. Poi c’è un’enorme insaka, la costruzione tradizionale, con il tetto di paglia e un giro di panche a completarla, che funge da pensatoio di giorno e da riparo per il watchman di notte. All’angolo opposto, invece, una cappellina, magnifica nella sua semplicità, ricavata da un container ora irriconoscibile dopo l’aggiunta della veranda, delle finestre e della porta sul fianco, con pavimento di legno, le pareti color crema, le tende di velo, l’altare ed il tabernacolo finemente intagliati. C’è anche una piccola dependance, disabitata da anni, perfetta per ospitare visitatori e volontari – per me era però pronta una stanza dentro la grande casa, nulla più di un letto di ferro rosso e due armadi incassati nel muro, che sono da subito diventati una calamita per i bambini.
Loro sono Endson di 4 anni, Luckson di 6 ed Esther di 9, con l’aggiunta delle ragazze, Olipa adolescente e Yvonne ormai giovane donna – hanno tutti storie diverse ma ugualmente difficili, vivono insieme sotto il tetto di una casafamiglia della comunità papa Giovanni XXIII e la loro madre affidataria è Victoria, zambiana d.o.c., che regge il tutto dall’alto della sua figura statuaria, fiera e testarda.
La quotidianità ha un ritmo regolato dagli orari e dal calendario scolastico, combinati con i tempi dilatati propri delle abitudini locali: la prima sveglia suona che è notte fonda, perché Olipa, come tutti gli studenti della scuola secondaria, si concentra sui libri quando la casa è silenziosa; poi all’alba mette l’acqua a scaldare sulla stufa, che servirà di lì a poco per il bagno. Sono gli ultimi istanti di tranquillità: da quando i tre piccoli apriranno gli occhi sarà tutto un vociare, schizzare, scappare, acchiappare, incitare, stirare le uniformi, imburrare le fette di pane, preparare la merenda o la lunch-box per chi pranza fuori, e poi finalmente arriva lo school-bus. A quel punto la casa sembra un campo di battaglia e pulirla da cima a fondo, ogni giorno, è compito di Yvonne, che uscirà più tardi per andare a lavorare, di Victoria, che invece rimarrà ad aspettare i bambini, e in minima parte mio, che spesso salto in sella alla bicicletta subito dopo aver sistemato la cucina. Rientrerò solo nel tardo pomeriggio, sapendo già cosa mi aspetta: varcato il cancello dovrò subire l’assalto dei tre piccoli più il cane e da quel momento non avrò più spazio privato né tempo autonomo, ma sarò prigioniera di abbracci richieste capricci pretese dispetti pianti, e poi aiuterò Olipa a cucinare, quasi sempre piatti zambiani tranne rare volte in cui mi si chiede la pasta, e poi siederemo tutti intorno al grande tavolo ovale, e dopo aver lavato e sistemato rimarrà solo l’energia per rimboccare le coperte ai bambini. Durante i giorni lavorativi la casa e i suoi abitanti mi assorbono solo per poche ore, mentre tutto ciò è quel che riempie totalmente i fine settimana, quando spesso l’unica uscita prevista è quella per la messa.
È una realtà simile a quella sperimenta lo scorso anno durante il periodo trascorso nella casafamiglia di Mansa, ma lì si era trattato di una manciata di settimane di vita bucolica e idilliaca, qui sono mesi di convivenza e adattamento reciproco. Non c’è nulla di facile né di poetico: il ritmo quotidiano è estraneo alle mie abitudini e spesso sembra inutilmente faticoso, mi trovo a dover rispettare regole e seguire consuetudini di cui non capisco davvero il senso e se il rapporto d’amore con i bambini mi ripaga dalla fatica, non devo mai dimenticare che la mia presenza è provvisoria ed è comunque un’intrusione.
(prima parte – segue)
Carlotta
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