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Voi siete qui: Biblioteca » Il giornalismo culturale è vivo! Almeno in Spagna…

3 Settembre 2015

Il giornalismo culturale è vivo! Almeno in Spagna…

Personalmente considero la cultura un’avvincente avventura che permette di esplorare il mondo e arricchirsi (solo interiormente, è chiaro) senza correre troppi pericoli. Ma soprattutto la vivo con intensità e trasporto come vero e proprio piacere, con vette paragonabili a quelle che si conquistano a tavola e a letto. Mi fa quindi male vederla così negletta e bistrattata, dalla società in genere e, quel che è più grave, dai mezzi di comunicazione che invece dovrebbero trovare nella cultura un faro e insieme un granaio.

Incuriosito da una bella recensione pubblicata sul quotidiano El País (prova che il giornalismo culturale a qualcosa serve!) ho deciso di leggere durante le vacanze estive l’agile libro Una crónica del periodismo cultural di Sergio Vila-Sanjuán, edito da Publicacions i Edicions de la Universitat de Barcelona: agile perché è la trascrizione del discorso d’ingresso alla Real Academia de Buenas Letras de Barcelona letto dal giornalista il 12 marzo di quest’anno, ma soprattutto perché l’autore ha dato alla sua scrittura un ritmo scorrevole e ha arricchito la prolusione di aneddoti, proprio come se fosse un articolo culturale, solo più lungo della media.
Una cronica del periodismo culturalIn realtà è molto di più. È una panoramica sul giornalismo culturale in Spagna, in Europa e negli Stati Uniti e insieme una lezione sulla storia del genere, con riferimenti puntuali alle origini e a tre figure che Vila-Sanjuán identifica come i pionieri. Confesso di aver provato un certo orgoglio nello scoprire che il capostipite della disciplina è stato Giorgio Vasari con le sue Vite, oltre 130 profili di artisti realizzati raccogliendo informazioni (dunque con un lavoro d’indagine e d’archivio) e interpellando, se erano ancora in vita, gli stessi protagonisti. Il caso di Michelangelo è forse il più celebre ed emblematico del modo di procedere dell’aretino e dei risultati del suo lavoro di “giornalista” ante litteram.

Un rapporto diretto e prolungato nel tempo è anche quello che unì Johann Peter Eckermann al grande Goethe. Il frutto di dodici anni di assidua frequentazione tra i due fu il primo libro – intervista della storia. En passant va notato che già agli albori del genere la familiarità che inevitabilmente si crea tra “giornalisti” e “personaggi importanti” mise in evidenza i propri difetti: Goethe comandava a bacchetta il suo giovane ospite e decideva quello che costui poteva raccontare e in quale forma. Anche il rapporto tra James Boswell (il terzo pioniere) e Samuel Johnson conobbe alti e bassi. La moglie del biografo, sconvolta dalle maniere rozze di Johnson, un giorno disse: “Comprendo che gli orsi inseguano un uomo, ma non che un uomo insegua un orso”. Ciascun giornalista culturale impara a mettere in conto che familiari e amici restino indifferenti al fascino delle personalità eccentriche con cui loro vengono in contatto per motivi professionali.

Ammetto invece di aver provato non poca sorpresa nel leggere l’ottimismo dell’autore circa il potere del giornalismo culturale, ottimismo che è il

“producto de la experiencia y la convicción de que divulgar creativamente la cultura puede contribuir a mejorar la vida de la gente haciéndola más profunda, más rica y más interesante”.

La traduzione mi pare superflua, tanto chiaro è il passaggio.

La copertina del libroLa lettura in parallelo con un libro di un tema molto diverso (1177 a.C. Il collasso della civiltà di Eric H. Cline, edito da Bollati Boringhieri) ha messo però in evidenza similitudini a prima vista incredibili, ma a ben guardare tutt’altro che campate in aria. Oggi come allora stiamo attraversando un’epoca di forti contrasti e di cambiamenti radicali e si affaccia alla mente il dubbio che gli articoli culturali siano un po’ come le tavolette d’argilla conservate negli archivi dei popoli mesopotamici: affare (per quanto interessante) di pochissimi specialisti, mentre il mondo guarda altrove. Ed è un peccato perché anche oggi ci sono storie che meritano l’interesse di lettori non distratti, così come ci sono giornalisti bravi a scovarle e a raccontarle, anche se non hanno l’acume (e la perfidia) di Borges (capace di incenerire la letteratura svedese con una frase). Allo stesso Borges il giornalismo culturale è servito come palestra per esercitarsi nella presentazione chiara dei temi a lui più cari, ma spesso ostici per i lettori comuni.

Vila-Sanjuán naviga con l’abilità di un capitano di lungo corso nello spazio e nel tempo, illustrando le sue tesi con storie gustose e aneddoti illuminanti. Dà spazio all’altra metà del cielo rievocando il contributo di alcune giornaliste come la critica teatrale Emilia Pardo Bazán, si sofferma sulla carriera di Alberto Manguel che da ragazzo andava a casa di Borges ormai quasi cieco per leggergli i suoi amati libri, racconta di come Tom Wolfe sia uscito vincitore contro il New Yorker nella polemica sul “Nuovo Giornalismo”, ripesca negli archivi pezzi di bravura come le interviste di Manuel del Arco che scriveva i pezzi durante le chiacchierate con gente del calibro di Orson Welles, Jean Cocteau e Roberto Rossellini, in modo da sottoporli subito all’approvazione degli interessati (il che comportava un’eccezionale capacità di sintesi e abilità nel comporre l’articolo via via che la conversazione procedeva).

Alla fine della lectio magistralis Vila-Sanjuán stila una sorta di decalogo del giornalismo culturale che si ferma però a otto comandamenti. Sono tutti assolutamente condivisibili, ma le caratteristiche per così dire fondamentali, senza le quali non vi è giornalismo culturale, sono la prima e l’ultima, che si meritano la citazione di chiusura:

“Uno. Informada pasión por la cultura.
Ocho. Capacidad de combinar lo trascendente y lo anecdótico”.

Saul Stucchi

Sergio Vila-Sanjuán
UNA CRÓNICA DEL PERIODISMO CULTURAL
Publicacions i Edicions de la Universitat de Barcelona
2015, 124 pagine, 12 €
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