Inizia con questa mini-recensione la nuova rubrica Viaggi tra le righe. Vuole essere un modo, speriamo non noioso, di parlare di libri partendo dal contatto fisico che il sottoscritto, giornalista culturale ma anche magazziniere, quotidianamente ha con questi manufatti (insieme oggetti del desiderio e strumenti di tortura: passatemi la battuta). Si parlerà di novità librarie, copertine, entrate ed uscite, accostamenti, mode letterarie e – forse – di tant’altro. Considerate questi pezzi come spunti, non come recensioni vere e proprie.
Ho incontrato recentemente il professor Gian Piero Piretto, in occasione della prima dello spettacolo Ascolta! Parla Leningrado… Leningrado suona al Teatro Litta di Milano e l’ho intervistato per conoscere il suo apporto di consulente storico alla stesura del testo realizzato da Sergio Ferrentino che poi ne ha curato anche la regia teatrale.
Così sono rimasto piacevolmente sorpreso quando tra le mani mi è capitata una confezione con alcune copie del suo nuovo libro, intitolato Gli occhi di Stalin. La cultura visuale sovietica nell’era staliniana, edito da Raffaello Cortina Editore. Sfogliando il volume mi sono accorto per prima cosa che è arricchito da numerose immagini, alcune a colori, la maggior parte in bianco e nero: sono fotogrammi di film, quadri, pubblicità di prodotti per la casa (ho scoperto con stupore.

Alcuni capitoli sono la rielaborazione di articoli e testi di conferenze già pubblicati in altra sede, spesso però di difficile reperimento per il lettore italiano (come quelli su pubblicazioni inglesi o russe). Il tema della pubblicità (e di sua “sorella” propaganda) torna frequentemente tra le pagine. Io mi sono concentrato sul capitolo 5, intitolato “Saporito e sano”. Vi ho letto la parabola dell’insalata russa, ripresa in epoca staliniana ma solo dopo un’attenta rivisitazione che l’aveva liberata da quell’alone di decadenza borghese in cui era stata creata. Le polpette calde moscovite con pagnottella “altro non erano che l’hamburger, prima eredità del consumismo americano dei fast food. Sanifestazione durante oceaniche rappresentazioni del consenso, ovviamente nella Piazza Rossa che ben presto era diventata il palcoscenico e il luogo sacro per eccellenza della società socialista (per la presenza del mausoleo di Lenin).

E la distanza di spazio e soprattutto di tempo permette ora di sorridere della solerzia dei commissari che tutto organizzavano e tutto prevedevano, tranne ovviamente l’imprevedibile. Come quando due squadre dello Spartak furono chiamate a sfidarsi in un’amichevole di calcio davanti agli occhi di Stalin, su un campo di feltro steso sulla Piazza Rossa.
L’incontro doveva durare mezz’ora e il risultato era stato stabilito a tavolino. Gli organizzatori avevano messo in conto il rischio che il Segretario si annoiasse: in quel caso un discreto gesto del fazzoletto avrebbe segnalato la fine del gioco. Ma Stalin si dimostrò entusiasta e quindi la partita fu protratta per altri tredici minuti, durante i quali i giocatori si trovarono a “recitare” senza copione. La propaganda è una macchina perfettamente oliata che può andare in tilt per un granellino di sabbia… E qui mi torna in mente una delle barzellette più famose sulla propaganda sovietica: invitato in URSS, il Presidente americano viene sfidato dal Segretario del PCUS a una corsa sulle mura del Cremlino. Contro tutte le previsioni il presidente americano vince. Il giorno successivo la Pravda titola: Il compagno Segretario conquista la medaglia d’argento! Penultimo il Presidente americano.
Per una di quelle coincidenze che tanto mi piacciono, due giorni dopo mi è capitato tra le mani un libro che fa da perfetto pendant al saggio di Piretto. S’intitola Rivoluzione in cucina. A tavola con Stalin: il libro del cibo gustoso e salutare ed è edito da Excelsior 1881. Può essere sfogliato come una sorta di amarcord della gastronomia sovietica, anche se il ricettario, secondo le parole della curatrice Ljiljana Avirovic, “non ha perduto nulla della sua attualità”. E può ben dirlo, avendo sperimentato di persona – come confessa nell’introduzione – quasi tutte le ricette che vi sono raccolte. Il libro ha avuto un enorme successo e fu riedito diverse volte, diventando l’Artusi delle massaie sovietiche che grazie ad esso impararono a cucinare piatti come la minestra di visciole con vareniki (specie di ravioli), il plov o pilaf all’uzbeka e il bliny all’ucraina. Guardando le immagini si viene presi però dalla stessa sensazione suscitata dai libri di cucina dei nostri genitori: fotografie vecchie fanno pensare a sapori vecchi, ormai superati. La dittatura dell’hamburger americano regna ancora incontrastata.
PS: unico appunto per la casa editrice Cortina: la mancanza dell’indice è una pecca di non poco conto per un saggio che vuole essere strumento di studio. Se i costi di produzione ne impediscono la stampa, si potrebbe ovviare mettendolo a disposizione in rete.
Tradotte in linguaggio culturale socialista – sovietico e caricate di un’aura nazionalistica e politicamente corretta che, secondo le intenzioni dei responsabili, le avrebbe rese superiori, in qualità oltre che ideologia, al modello originale. Classico esempio di realtà capitalistica nella forma ma socialista nel contenuto”, scrive Piretto. Chissà che sapore avevano quelle polpette!
Saul Stucchi
Flavia Amabile
Marco Tosatti
I Baroni di Aleppo
La Lepre Edizioni
2009, 208 pp., 16.00 €