Mercoledì, 15 Febbraio 2012

La Fine di Shavuoth

Davvero un bello spettacolo, quello in replica al Teatro Litta di Milano fino al prossimo 1° febbraio. È La fine di Shavuoth, per la regia di Cristina Pezzoli. Ambientato nel ghetto di Praga, mette in scena un incontro casuale tra un attore e uno scrittore destinati ad avere successo, incontro da cui entrambi usciranno con una migliore conoscenza di se stessi. Il giovane Kafka è innamorato di una bella attrice, Maria Tschissik, ma più ancora ama il teatro. “C’è l’anima, qui”, dice, “dove il tempo che passa non va sprecato”. Attende la sua beniamina con un mazzo di fiori alla porta sbagliata, dentro il vecchio Caffè-Teatro Savoy e finisce per addormentarsi. Lo risveglia il cameriere per riportarlo alla realtà della sua timidezza impacciata. Sta per andarsene, ma il cameriere lo convince a lasciare tra i fiori almeno un biglietto col suo nome. Il corso della serata viene però stravolto dall’arrivo dell’attore Jitzach Löwy, braccato da un oste a cui deve pagare la cena. Kafka si offre di saldare il conto e Löwy ne approfitta per irretirlo nella sua ragnatela di parole. Vuole stringere con lui un patto solenne, tra attore e spettatore. Il vecchio cameriere prende i soldi ed esce per portarli al collega, chiudendo i due giovani nel Savoy. La conversazione stenta a decollare, ma Löwy ha una gran voglia di parlare e trova nel teatro la chiave giusta. Kafka resta a lungo sulla difensiva e nulla dice di sé, mentre Löwy improvvisa uno spettacolo che è un collage di tante rappresentazioni, un repertorio sapientemente organizzato per sedurre l’unico spettatore. Il caffè diventa luogo d’incontro di due passioni, che poi coincidono in quella per il racconto. Löwy le dà vita con il mestiere di attore, che qualcuno abbassa a guitto e saltimbanco e che invece Kafka invidia per il suo potere evocativo.
Ma il tema della serata diventa l’identità. Con chi ha il piacere di parlare, stasera, il giovane Löwy? Dalla faccia si direbbe un venditore porta a porta, con tanto di occhiali, di certo non un assicuratore. Kafka si lascia trascinare nel gioco e ricambia la “cortesia”: il volto del suo interlocutore ricorda quello di uno stalliere, anzi a guardarlo bene, quello di un cameriere, piuttosto che di un attore. Löwy ha scoperto da tempo, senza farne parola, il nome dell’ammiratore della Tschissik, ma gioca con lui come il gatto col topo. Gli propone il gioco dell’identità e quando Kafka declina l’invito, lo convince a iniziarne un altro: quello dell’identità “per negativo”. “Se non vuoi dirmi chi sei, allora dimmi chi NON sei!”. Dovrebbe essere più facile. E allora, come in una seduta psicanalitica, i due si confessano al contrario. Kafka ammette di non essere fortunato, bravo con le donne, né tranquillo. Ma soprattutto non è felice. Ma Löwy gli spiega che la felicità è come Cracovia, la città che da bambino tanto desiderava vedere ma che in realtà lo deluse perché non si accorse di attraversarla quando il padre lo portò con sé in viaggio. Così è la felicità : ci si passa senza accorgersene. Nel processo di introspezione Kafka confessa di sentirsi scorrere via la vita senza che niente riesca a riguardarlo, senza che lui riesca a prendere una decisione, sia pur piccola come quella di salire sul tram che vede sempre vicino alla cattedrale. Pur amandola, si sente soffocare da Praga che definisce la città dei morti, dove solo i defunti contano. Ma il peso che più lo schiaccia - lo tradirà il sogno che racconterà alla fine – è quello del padre, ingombrante e irraggiungibile. C’è molto ebraismo condito con una buona dose di psicanalisi in questo spettacolo che inscena una doppia discesa nell’io attraverso il teatro. Messo alle strette, Kafka finisce con il gridare il suo insopprimibile desiderio di scrivere. Lo nutre la stessa passione dell’ormai amico Löwy, quella per il racconto che, in ultima analisi, altro non è che finzione. Come il teatro, appunto.
Saul Stucchi

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La fine di Shavuoth
Quella notte del giovane Kafka in un teatro del ghetto di Praga

di Stefano Massini
regia Cristina Pezzoli
scene e costumi Giacomo Andrico
con Alvise Battain, Jacopo-Maria Bicocchi, Mattia Fabris
 
Teatro Litta
Corso Magenta 24
Milano

Repliche dal martedì al sabato alle 20.30; domenica 16.30; lunedì riposo
Biglietti: martedì, mercoledì,giovedì posto unico 12.00 €
Venerdì, sabato e domenica posto unico 18.00 €
Riduzioni 12.00/9.00 €

Info e prenotazioni: tel. 02.86454545
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Commenti 

 
#1 2010-01-27 17:12
Perché non riprendere questo bellissimo spettacolo, convincente in tutti i suoi aspetti: drammaturgia, scenografia, regia, attori (i giovani e bravissimi Jacopo-Maria Bicocchi e Mattia Fabris!)? Il pubblico, che già l’ha applaudito a Bolzano e Milano nella scorsa stagione, certo non si lascerebbe sfuggire l’occasione di partecipare a un evento non solo spettacolare, ma anche profondamente vitale, di grande suggestione e respiro: un vero nutrimento per l’anima!
FLAVIA ROSSI
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