
La versione che ho visto pochi giorni fa alle Limone Fonderie Teatrali di Moncalieri è stata il mio secondo Macbeth di quest’anno. Nel primo, messo in scena al Teatro Libero di Milano, il regista Corrado d’Elia ha puntato molto sull’aspetto magico del testo shakespeariano, esaltandone i toni gotici (ricorrendo per esempio a una colonna sonora molto dark, con tanto di brano cantato dal “reverendo” Marylin Manson…). La scenografia era particolarmente cupa e i protagonisti si muovevano come rapiti in un demoniaco sabba.
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Ma torniamo al dramma. I personaggi, tutti maschili con la sola eccezione di Lady Macbeth e di una cantante nella parte finale, indossavano l’uniforme militare, a evidenziare l’aspetto guerresco e maschile della tragedia. Anche in questa versione (recitata ovviamente in lingua svedese), è Lady Macbeth a giocare il ruolo predominante nella coppia infernale: è infatti alla sua determinazione che si deve il piano di assassinare il re, ospite del loro castello. Nella scena del ricevimento a palazzo, il suo vestito rosso poteva apparire come un sinistro preannuncio del sangue che sarebbe scorso nella notte, a compimento di un tradimento doppiamente ripugnante, in quanto re Duncan era ospite e benefattore di Macbeth.
Le prove più convincenti mi sono parse quelle di Lady Macbeth e del servitore, bravissimo – e apprezzato dal pubblico – nell’alternare toni profondamente drammatici (a lui è riservata la parte delle ultime profezie che il testo affida alle streghe, mentre quelle che aprono la tragedia sono affidate ai cadaveri dei soldati morti, stesi su un lettino da infermeria – e questa mi è sembrata la scelta meno felice) a toni invece comici e perfino burleschi.
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Segnalo che il regista è salito sul palco prima dell’inizio dello spettacolo per scusarsi delle pause tecniche necessarie agli spostamenti in scena, dovute alla differenza del palcoscenico piemontese rispetto a quello svedese. In realtà le pause sono state molto brevi e non hanno compromesso la concentrazione degli spettatori che invece è stata inevitabilmente indebolita dalla posizione molto alta dello schermo con i sopratitoli in italiano. All’uscita dalla sala, infatti, la maggior parte dei commenti riguardava la difficoltà di seguire gli attori e nel contempo tentare di leggere la traduzione italiana.
Saul Stucchi

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