| Albertazzi e Branciaroli: due modi diversi di dire Dante a teatro |
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| Domenica 07 Febbraio 2010 08:06 | ||||||||||
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Nell'arco di poche settimane ho avuto la possibilità di assistere a due spettacoli teatrali molto diversi, accomunati però dal tributo che i due mattatori sul palcoscenico hanno voluto riconoscere a Dante. Mi riferisco a Dante legge Albertazzi, scanzonato già nell'iperbolico titolo, in scena al Teatro Nuovo di Milano dal 4 al 7 febbraio e a Don Chisciotte di e con Franco Branciaroli, visto nella sua tappa al Teatro San Giuseppe di Brugherio (la tournée 2010 proseguirà fino al prossimo 5 marzo). Quello di Albertazzi è un omaggio diretto, completo e di cuore. A mio modesto avviso, però, l'attore toscano ("di Fiesole", come tiene a precisare durante la recita, sottolineando la complessità del rapporto con Firenze madre-matrigna) ha portato in scena uno spettacolo che rimane a metà strada tra il teatro di parola e quello "scenico", grazie a un minimo di scenografia, all'accompagnamento musicale dal vivo (apprezzabile però soltanto nell'emozionante rievocazione del folle volo di Ulisse) e la vivace presenza dell'attrice che impersona la maestra Cinita. Fu lei a trasmettere al piccolo Giorgio l'amore per Dante e insieme a ispirargli i primi pensieri d'eros ("le cosce delle donne sono una delle prove dell'esistenza di Dio", afferma l'attore, suscitando l'applauso degli spettatori in sala). Davvero Galeotto fu Dante, allora. E Albertazzi ricorda più volte, col giusto orgoglio del precursore, di essere stato il primo a portare il Divin Poeta nelle piazze, a cominciare da Santa Croce a Firenze. Nelle due ore di spettacolo si snocciolano ricordi personali, citazioni colte da T.S. Eliot, spunti polemici sull'attualità: di tutto un po', con passaggi a volte anche molto tortuosi. Il finale è la parte decisamente più riuscita e Albertazzi vi arriva in crescendo, meritandosi i calorosi applausi del pubblico. Da consumato mattatore, pone a sigillo dello spettacolo la celeberrima Canzona di Bacco e Arianna di Lorenzo il Magnifico, con l'inno alla giovinezza: Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza. Branciaroli invece ha allestito uno spettacolo più classico, ma anche decisamente più riuscito. Se all'inizio l'imitazione di Vittorio Gassman fa sorridere e sorprende, il suo Carmelo Bene sembra più vero del vero. E l'attore arriva all'autoironia, quando impersona Bene che ricorda un giovane Branciaroli che aveva recitato con lui nel Faust Marlowe Burlesque...Il Don Chisciotte è un omaggio innanzitutto al capolavoro di Cervantes, poi al teatro e a due giganti - assai diversi tra loro - delle scene italiane, ma anche a Dante e alla sua Commedia. "Io non ho colleghi", esordisce Bene e più avanti non ha remore a confessare al pubblico "V'invidio, voi che potete ascoltarmi!". Intanto Gassman si rigenera con quattro dita di champagne (biondo amico della notte) per affrontare la parte di Don Chisciotte, lasciando allo sfidante quella di Sancho Panza. Persino il gesticolare delle mani è ricalcato su quello dei due maestri e imitando Gassman, Branciaroli ha cura a eliminare le doppie ("è un cavaliere solo che vi ataca!" urla ai mulini a vento...), mentre il suo Bene sibila e sghignazza come un serpente. Ma chi è il più bravo dei due? Soltanto una prova può dissipare il dubbio e non può che consistere nella recitazione di Dante, per la quale Bene chiede l'accompagnamento musicale ("non ti ho mai sentito recitare senza musica!" lo punzecchia il rivale). ![]() Ma la sorpresa è dietro l'angolo e la voce infernale del Poeta gelerà i due contendenti, sentenziando che l'alloro va proprio al succitato Albertazzi (e vi risparmio il termine con cui Dante mette in rima il suo cognome). L'omaggio di Branciaroli al teatro è profondo e ricorda da vicino quello attorno al quale Aristofane ha confezionato le sue Rane, commedia in cui Dioniso e il servo Xantia scendono all'Ade per riportare in vita il poeta drammatico più grande. Possiamo immaginare i grandi Gassman e Bene sorridere soddisfatti della prova del loro erede, un grande Branciaroli. Saul Stucchi INFORMAZIONI IN ARCHIVIO: - Vita di Galileo - Francesco Paolo Cosenza è un Erostrato che infiamma il Litta - Un Macbeth svedese
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Quello di Albertazzi è un omaggio diretto, completo e di cuore. A mio modesto avviso, però, l'attore toscano ("di Fiesole", come tiene a precisare durante la recita, sottolineando la complessità del rapporto con Firenze madre-matrigna) ha portato in scena uno spettacolo che rimane a metà strada tra il teatro di parola e quello "scenico", grazie a un minimo di scenografia, all'accompagnamento musicale dal vivo (apprezzabile però soltanto nell'emozionante rievocazione del folle volo di Ulisse) e la vivace presenza dell'attrice che impersona la maestra Cinita. Fu lei a trasmettere al piccolo Giorgio l'amore per Dante e insieme a ispirargli i primi pensieri d'eros ("le cosce delle donne sono una delle prove dell'esistenza di Dio", afferma l'attore, suscitando l'applauso degli spettatori in sala). Davvero Galeotto fu Dante, allora. E Albertazzi ricorda più volte, col giusto orgoglio del precursore, di essere stato il primo a portare il Divin Poeta nelle piazze, a cominciare da Santa Croce a Firenze. Nelle due ore di spettacolo si snocciolano ricordi personali, citazioni colte da T.S. Eliot, spunti polemici sull'attualità: di tutto un po', con passaggi a volte anche molto tortuosi. Il finale è la parte decisamente più riuscita e Albertazzi vi arriva in crescendo, meritandosi i calorosi applausi del pubblico. Da consumato mattatore, pone a sigillo dello spettacolo la celeberrima Canzona di Bacco e Arianna di Lorenzo il Magnifico, con l'inno alla giovinezza: Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza.
Branciaroli invece ha allestito uno spettacolo più classico, ma anche decisamente più riuscito. Se all'inizio l'imitazione di Vittorio Gassman fa sorridere e sorprende, il suo Carmelo Bene sembra più vero del vero. E l'attore arriva all'autoironia, quando impersona Bene che ricorda un giovane Branciaroli che aveva recitato con lui nel Faust Marlowe Burlesque...