Si è conclusa domenica sera, con il concerto dell'Orchestra Estudiantina Neas Ionias & Moni Ovadia al Blue Note di Milano, la quarta edizione del festival Milano incontra la Grecia. Possiamo dirlo senza tema di smentite perché c'eravamo: è stata una serata magica che ha emozionato e stregato il folto pubblico in sala. Per una volta Moni Ovadia ha fatto da presentatore, introducendo i brani e raccontando la storia della musica neo-ellenica, una musica travagliata perché figlia di una storia travagliata, quella della grecità d'Anatolia. L'artista ha voluto rendere omaggio alla cultura neo-ellenica, ai suoi giganti, poeti e musicisti, parlando nella loro stessa lingua e invitando il pubblico milanese (almeno quella parte composta da italiani) a impararla perché è bellissima, così ricca di venetismi e turchismi. Lui - ha confessato - quell'area geografica c'è l'ha "dentro", grazie a un nonno di Salonicco i cui parenti avevano vissuto il dramma dell'esilio.Quando sono partite le prime note, subito si è creata un'atmosfera orientale che non ha più lasciato la sala. Ai primi brani strumentali sono seguite le canzoni di tema amoroso, i cui testi venivano letti (in traduzione italiana) da Ovadia che ne commentava gli aspetti più popolari e "veraci". "Quando mi guardi, il mio cuore fa tic tac"; "Voglio una principessa; in Grecia ci sono tante belle donne, ma sono tutte povere. Io voglio una principessa..."; "Sul mio narghilè ti giuro....!" ("Sentite che giuramento!", diceva ridendo Ovadia), ma anche strofe del tipo "la gnocca che ti sbatti è da urlo, sei proprio un drago!".

Il pubblico, prima timidamente, poi con sempre maggiore convinzione, ha cominciato ad accompagnare la musica battendo le mani, mentre i componenti dell'orchestra, a turno, si esibivano in un assolo. Particolarmente bello quello con il bouzouki, applauditissimo. Il viaggio nel rebetico (così si chiama questo genere musicale che canta le imprese dei rebetes, gli anticonformisti anarchici e spesso emarginati della società greca) è arrivato poi a esplorare il suo periodo classico. Per gli esuli dall'Anatolia l'integrazione nella "nuova" madrepatria, lo stato greco, fu tutt'altro che facile. Quando erano in Turchia, venivano trattati come Greci; mentre in Grecia venivano trattati come Turchi, ha ricordato Ovadia. Il rebetico fu proibito e represso sotto la dittatura militare, proprio per il suo carattere anticonformista.
I brani parlavano non solo di struggimento per l'esilio, ma anche di passioni consumate fino alla feccia e penetrate nel midollo, di bisbocce, amori e gelosie, mentre gli strumenti davano vita a fughe di note, inseguimenti, scale vertiginose, funambolismi musicali e virtuosismi da maestri. Qualcuno, intanto, si faceva trascinare in un sirtaki, in fondo alla sala. La serata si è conclusa con un ultimo brano del più grande di tutti, Tsitsanis, cantato questa volta anche da Moni che ha utilizzato un tablet digitale come "karaoke", non prima però di aver reso omaggio all'encomiabile opera dell'editore Crocetti (colui che più di tutti ha fatto in Italia per la diffusione della cultura neo-ellenica) e della sua rivista Poesia.
Saul Stucchi
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