
“È incredibile che la prospettiva di avere un biografo non faccia rinunciare nessuno ad avere una vita”: questa citazione di Cioran apre la biografia che Josyane Savigneau ha dedicato a Marguerite Yourcenar (tradotta in italiano da Einaudi). La prendiamo in prestito perché ci sembra che possa adattarsi perfettamente anche al film che Clint Eastwood ha realizzato attorno alla figura e all'opera di John Edgar Hoover, per quasi mezzo secolo uno degli uomini più potenti e soprattutto più temuti degli Stati Uniti d'America. Ne è venuto fuori un ritratto grigio e senza sfumature, ma soprattutto piuttosto noioso. Viene il dubbio che gran parte della colpa sia del personaggio, che il regista ci presenta come del tutto privo di ironia, tuttavia Eastwood aveva i mezzi e la capacità di fare un film appassionante anche su un personaggio noioso: e invece si esce dalla sala, dopo oltre due ore (che superano abbondantemente le due ore e mezza con il blocco pubblicitario iniziale), delusi e un po' affaticati, come se la vecchiaia del protagonista si fosse in parte riversata sulle spalle di noi spettatori.

“Il comunismo non è un partito politico: è un morbo”, esordisce Hoover, e la lotta senza quartiere al bolscevismo e al radicalismo in genere sarà il faro di tutta la sua carriera, anzi di tutta la sua vita. Ma quando, poco più avanti, annuncia alla madre che mostrerà alla giovane miss Gandy il suo “sistema di catalogazione alla Biblioteca del Congresso” comprendiamo che l'approccio non incontrerà il successo desiderato (ma davvero?) e ci domandiamo se non sia il caso che qualcuno si prenda la briga di scrivere Il libro nero della mancanza di (auto) ironia, morbo che ha fatto più vittime di tutti gli -ismi messi insieme.

È proprio il rapporto con la madre, tutt'altro che conflittuale e dunque necessariamente morboso e irrisolto, a fornire la prima chiave di lettura del protagonista, sembra dirci Eastwood. “Preferirei avere un figlio morto che un figlio gerbera” (lei dice “gerbera”, ma pensa “ricchione”) e con questo insegnamento ben piantato nel cervello è ovvio che l'ambizioso Edgar affronti con qualche difficoltà il nodo della propria sessualità, anche se forse si poteva evitare la confessione patetica del sudore d'amore, di tradizione saffica-catulliana, in limine mortis. Più conflittuale, ma ahiloro anch'esso irrisolto, è il rapporto con Clyde Tolson (interpretato da Armie Hammer, che nel fortunato The Social Network aveva impersonato i gemelli Winklevoss) e lo stesso può dirsi della relazione con la fida segretaria Helen Gandy (Naomi Watts).
Edgar si dimostra in grado di gestire soltanto rapporti professionali, da superiore a subalterno, ruolo quest'ultimo a cui è riuscito a confinare anche gli otto presidenti degli Stati Uniti che ha visto sfilare sotto le finestre del suo ufficio. E il messaggio del regista è chiaro: loro passano, lui resta. Eppure lo stesso protagonista riconosce, in uno dei rari momenti di autoanalisi, quando riesce a spogliarsi della pesantissima retorica autoreferenziale: “io uccido tutto ciò che amo”. L'ha detto anche Oscar Wilde, ma per fortuna di tutti noi, lui faceva lo scrittore e non il direttore dell'FBI.Saul Stucchi
J. EDGAR
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Dustin Lance Black
Con: Leonardo Di Caprio, Naomi Watts, Armie Hammer
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