È in scena al teatro Litta di Milano, fino al 10 maggio, Il Gabbiano di Cechov, per la regia di Sandro Mabellini. In estrema sintesi la trama racconta e sviscera le passioni
di un gruppo di intellettuali riunito in una tenuta estiva nei pressi di un lago. Un rapido flashforward mostra le stesse persone due anni dopo, deluse e disilluse dalla vita (almeno quelle che ancora nutrivano illusioni).Nella versione di Martin Crimp la scena si spoglia completamente e rimane priva di qualsiasi arredo. Protagoniste sono le parole e dietro di loro i sentimenti che attraverso di esse cercano di raggiungere le persone a cui sono destinate.
Ma la comunicazione pare impossibile. O meglio: comunicare è certamente fattibile, anzi non facciamo altro durante l'esistenza. Quello che invece non ci è dato di ottenere è la comprensione, ovvero l'esatta interpretazione del nostro messaggio da parte dell'interlocutore. Parlare, e tanto più scrivere, significa tradurre in parole inadeguate il pensiero che viene poi “ricodificato” da chi lo riceve. Questa duplice traduzione comporta inevitabilmente un tradimento del significato originale. Se già non bastasse, la faccenda si complica ulteriormente quando il tema è l'amore (e di cos'altro vale davvero la pena parlare?). Complice l'aria del lago tutti non fanno che parlare d'amore, accompagnandolo magari al tema della letteratura, anche se la giovane Maša afferma cinicamente che le donne malate d'amore esistono solo nei romanzi.Ma altri temi assai complessi vengono trattati in questo dramma che ha molti punti di contatto con l'Amleto di Shakespeare, a cominciare dalla passione per il teatro, a cui Cechov rende omaggio con il “gioco” illusionistico del teatro nel teatro. E il pubblico si trova a partecipare direttamente, diventando a sua volta personaggio, tanto che in più occasioni gli attori parlano a un microfono dando le spalle alla sala: con questa trovata gli spettatori hanno l'illusione di trovarsi essi stessi di fronte a una platea.
Il giovane drammaturgo Trepilov e l'affermato scrittore Trigorin sfiorano – più che trattare in modo esauriente – il tema della creatività dello scrittore. Visto dall'esterno, il piacere creativo sembra rendere tutti gli altri insignificanti, ma in realtà scrivere è un gesto di crudele autopunizione.
Trigorin arriva addirittura ad affermare di non avere una vita, ma solo materia prima per la sua letteratura. Uno dei cardini attorno ai quali ruota il testo e la riduzione scenica è il talento artistico e la forza necessaria a non mollare nell'inseguimento della realizzazione della propria aspirazione.Ossessioni, aspirazioni, passioni sono gli ingredienti di una ricetta che minaccia sin dall'inizio di essere esplosiva (e il termine non è incongruo). E poi – ovviamente – c'è il tema della morte, evocato dall'uccisione del gabbiano che dà il titolo al dramma. L'uccello abbattuto è rappresentato da un'attrice in costume da bagno bianco e cuffia, sdraiata esanime sul palcoscenico a memento mori per tutti.
Come anche nella vita più cupa, non mancano tuttavia i momenti di ilarità, con gli attori che si scatenano in balli da discoteca e un accenno alla dissacrante Anarchy in the UK dei Sex Pistols. Ma si tratta soltanto “del mio etere che è scoppiato” tranquillizza un personaggio.
Saul Stucchi
Informazioni
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Il Gabbiano
Di Anton Cechov
Versione di Martin Crimp
Traduzione Leslie Csuth
Direzione Sandro Mabellini
Sala Teatro Litta
Corso Magenta 24
Milano
Dal 21 aprile al 10 maggio 2009
Repliche: dal martedì al sabato alle 20.30; domenica 16.30; lunedì riposo
Biglietto: martedì/mercoledì/giovedì intero 12,00 €, ridotto 9,00 €
venerdì/sabato/domenica intero 18,00 €, ridotti 9,00/12,00 €
Info e prenotazioni: tel. 02.86454545 –
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Foto: Lucia Baldini
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