
Alcuni suoi ritratti sono celeberrime opere dell’arte rinascimentale, come quello dipinto da Piero della Francesca, esposto agli Uffizi, o quello attribuito a Pedro Berruguete. I visitatori dell’affascinante mostra “Ornatissimo codice. La biblioteca di Federico di Montefeltro” avranno la possibilità di ammirare un ritratto davvero particolare del condottiero, per così dire “intimo”, assai distante da quelli ufficiali. Si tratta di una piccola raffigurazione inserita nel tondo centrale della cornice che circonda la visione di San Bernardo, miniata sul verso del foglio 7 del manoscritto catalogato con la sigla Urb. Lat. 93. Federico vi compare completamente calvo, orbo dell’occhio perso durante il torneo e in atteggiamento umile a sottolineare la sua devozione al santo. Il manoscritto in questione risale al 1478-1480, ovvero qualche anno prima della morte del duca, salito al potere nel 1444 in seguito all’uccisione del fratellastro Oddantonio (dietro la quale, secondo alcuni, anche contemporanei, c’era proprio Federico).

Ritorno a Urbino
Una piccola ma significativa selezione di manoscritti appartenuti a Federico di Montefeltro, confluiti insieme al resto della raccolta nella Biblioteca Vaticana dopo diversi passaggi di mano, è tornata al Palazzo Ducale di Urbino. L’occasione per organizzare l’eccezionale ritorno era data dalla ricorrenza del 350esimo anniversario del trasferimento proprio alla Vaticana (in realtà caduta l’anno scorso: motivazioni pratiche hanno però mosso gli organizzatori a posticipare a questa primavera l’apertura della mostra).
Il visitatore è accolto nella prima sala del percorso espositivo dal ritratto già menzionato attribuito al Berruguete, in cui Federico compare intento alla lettura, con l’elmo deposto ai suoi piedi, in compagnia del figlioletto Guidubaldo.
Si legga con attenzione il pannello che riporta la cronologia delle vicende legate alla biblioteca: alcune date sono fondamentali per comprenderne genesi e sviluppo, nel quadro più generale della storia di Urbino e dell’Italia.
Il primo codice esposto in mostra è un vero capolavoro. Si tratta del salterio ebraico, greco e latino catalogato con la sigla Urb. Lat. 9. Porta la data del 4 aprile 1473. Non è stato scelto casualmente. Spicca per la raffinatezza del fregio floreale che contorna le tre colonne con il testo trilingue, ma deve la posizione di particolare prestigio soprattutto per ricordare al visitatore che la biblioteca di Federico si apriva con la sezione di libri sacri, a sua volta suddivisa gerarchicamente nei codici biblici, in quelli dei Padri della Chiesa e poi dei teologi moderni.
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Cambio di marcia
Un anno fondamentale per la carriera di Federico e per la sua biblioteca è il 1472. In quell’anno Federico prese e saccheggiò Volterra per conto di Firenze. Ricorda l’episodio uno splendido manoscritto (l’Urb. lat. 491), in cui compare una dedica al condottiero, raffigurato vittorioso a cavallo nella miniatura a piena pagina che apre il volume. Contemporanea è la Cosmographia di Tolomeo (Urb. lat. 277, presente in copia), commissionato dal duca prima ancora della Bibbia, del Dante e dei Vangeli, tre opere fondamentali della raccolta. A quell’anno cruciale gli studiosi collegano un sensibile aumento degli investimenti da parte di Federico: è anche l’inizio della commissione dei capolavori e contemporaneamente aumentano le opere a lui dedicate, prova del riconoscimento del suo ruolo di mecenate e uomo di cultura.
Il 1472 è anche l’anno della morte del cardinale Bessarione. La sua cospicua raccolta libraria viene da lui affidata proprio a Federico, perché questi la trasmettesse alla Repubblica di Venezia. “Non esisteva molto di più prezioso, a quel tempo, di una cassa di libri” scrive la professoressa Ronchey a conclusione del suo intrigante saggio “L’Enigma di Piero”, dedicato alla decifrazione della Flagellazione urbinate. “Designare Federico da Montefeltro come garante del destino della biblioteca in cui era conservato il genoma culturale di Bisanzio fu l’ultimo colpo di genio di Bessarione”, aggiunge la studiosa. A Federico va dunque riconosciuto un ruolo fondamentale nella conservazione del patrimonio culturale bizantino in Occidente.
Un vero tesoro
La biblioteca urbinate non rappresentava un unicum nel panorama italiano del Quattrocento. Signori e principi non soltanto si affrontavano in battaglia, ma facevano anche a gara per raccogliere i testi più preziosi e assicurarsi l’opera dei miniatori più abili e i servizi dei librai più importanti. A Napoli c’era la biblioteca degli Aragonesi, a Pavia quella dei Visconti e poi degli Sforza, a Firenze erano i Medici i più appassionati (e prodighi) raccoglitori di libri, a Ferrara gli Estensi, a Cesena Novello Malatesta.
La biblioteca di Federico spicca però per la determinazione, per la pianificazione scientifica e gli immensi capitali con cui il proprietario l’ha raccolta. Per queste caratteristiche essa non aveva eguali.
La ricchezza del materiale librario custodito al suo interno era straordinaria: alla morte del duca, infatti, si potevano contare ben 900 codici. Per due terzi erano latini, mentre quelli in greco assommavano a 168, 82 quelli in ebraico e due quelli in arabo. Il valore della raccolta era incalcolabile, ma certamente superava quello delle pur preziosissime suppellettili che adornavano il palazzo.
DIDASCALIA: Codice Urb. lat. 93 (Biblioteca Vaticana): S. Bernardo, manoscritto di origine fiorentina con raffigurazione a piena pagina del Santo inginocchiato rivolto alla Madonna circondata da angeli, attribuita a Francesco di Antonio del Chierico.
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Tre personaggi chiave
I libri raccolti nella biblioteca di Urbino non raccontano soltanto i gusti e le scelte del duca. Permettono infatti di conoscere meglio tre personalità molto importanti per il ruolo che svolsero nello sviluppo della raccolta: l’umanista Vespasiano da Bisticci e Battista Sforza, seconda moglie di Federico, e Ottaviano Ubaldini. Il primo fu il punto di riferimento fondamentale per quanto riguarda la sezione dei manoscritti di provenienza fiorentina. A Vespasiano era infatti riconosciuto il ruolo di più importante libraio dell’epoca e la sua bottega era al servizio dei signori che reggevano gli stati italiani.
Agli interessi della seconda moglie, Battista, gli studiosi addebitano la presenza di testi di grammatica e retorica. Battista conosceva il greco, amava la poesia e aveva conoscenze scientifiche inusuali per le dame del tempo. Che amasse i libri è provato da una testimonianza chiarissima: il Trionfo in cui l’ha ritratta Piero della Francesca la rappresenta proprio mentre è assorta nella lettura.
Il terzo personaggio che emerge dalle ricerche degli studiosi è Ottaviano Ubaldini della Carda, spalla di Federico e suo uomo di fiducia durante le assenze del duca. A differenza del suo signore che poteva dedicare solo una piccola parte del suo tempo alla cultura, preso com’era dagli impegni militari e dalla gestione del potere, Ottaviano era un vero uomo di lettere.
Il catalogo è questo
Alla biblioteca Federico aveva riservato una posizione preminente: era infatti situata in una sala del portico che circonda lo splendido cortile di Palazzo Ducale, in modo che spiccasse come la prima meraviglia che poteva ammirare il visitatore.
Ma quali tesori custodiva? Grazie a un attento programma di acquisti mirati, la raccolta finì per comprendere tutti i principali autori dell’antichità, a cui si aggiunsero numerose opere medievali e umanistiche. I numeri però parlano chiaro: la predominanza del latino sul volgare è schiacciante e testimonia la predilezione del committente per i testi in lingua classica.
Tra i classici Cicerone fa la parte del leone, con quindici manoscritti contenenti sue opere. Si tratta in gran parte di codici copiati a Firenze nel quarantennio tra il 1430 (i più datati quindi non sono riferibili alla committenza di Federico) al 1470. Hanno la stessa provenienza gli altri più importanti autori della classicità, come i poeti Catullo, Lucrezio, Ovidio, Marziale, Lucano, Claudiano, Stazio e Valerio Flacco. Il codice di Virgilio invece (catalogato con la sigla Urb. lat. 350) fu confezionato a Firenze, ma terminato a Urbino dopo il 1474. Anche Omero, presente nella raccolta nella traduzione latina di Lorenzo Valla, venne copiato nello scriptorium urbinate. La passione più intensa di Federico era però quella per la storia, come testimoniano le fonti contemporanee e la presenza delle opere di Cesare, Livio e Appiano.
La congiura dei Pazzi del 1478 segnò un raffreddamento dei rapporti tra i Medici e Federico, accusato di far parte (se non addirittura essere il principale promotore) del complotto. Il duca si impegnò allora a far sorgere un centro di produzione libraria direttamente a Urbino, per non dipendere da quella fiorentina. I legami tuttavia non si spezzarono, tanto che Federico ricorse alla collaborazione dei Medici per arricchire la propria raccolta anche in questo periodo di particolare tensione politica.
DIDASCALIA: Codice Urb. lat. 9 (Biblioteca Vaticana): Salterio in ebraico, greco e latino fatto a Firenze su commissione di Federico di Montefeltro nel 1473.
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Atlanti e macchine da guerra
Al lettore moderno – e al visitatore della mostra – la raffigurazione che arricchisce il recto del foglio 143 del codice Urb. lat. 281 contenente il De re militari di Valturio, più che timore, desta un sorriso per l’ingenuità della macchina bellica rappresentatavi: sette soldati rivestiti di armatura scendono da un colle sopra un carro dotato di ruote falcate trainato da una coppia di buoi, essi equipaggiati di falci. Il codice reca la data del 11 maggio 1462 e apparteneva a un intimo di Sigismondo Pandolfo Malatesta, prima di confluire nella biblioteca di Federico. Si tratta di una raccolta in dodici libri dedicati all’arte della guerra nell’antichità classica, nella quale l’autore enumera gli indispensabili requisiti del perfetto condottiero. E Federico coltivava l’ambizione di essere riconosciuto come il più abile dei condottieri…
Tra i più bei manoscritti della raccolta si segnala la Cosmographia di Tolomeo (catalogato con la sigla Urb. lat. 277), che gli studiosi ritengono commissionata da Federico a Vespasiano da Bisticci dopo la presa di Volterra. È arricchito da trentasette tavole geografiche e da dieci piante di città. In mostra è presente una copia di questa vera e propria opera d’arte.
Mezzi antichi e nuovi
I codici tornati a Urbino per questa occasione, i fac-simili realizzati dalla Panini e i saggi degli studiosi riuniti nel catalogo permettono di farsi un’idea più che approssimativa di come doveva essere la biblioteca di Federico. Ma è grazie all’informatica che possiamo avere una “visione” più diretta della struttura della collezione. Paolo Buroni ha realizzato infatti una multiproiezione e multivisione virtuale 3D che permette al visitatore di tornare indietro nel tempo: sensori e telecamere danno la possibilità di prendere dalle scansie virtuali il libro che si desidera per sfogliarlo e ammirarne le raffigurazioni.
Lo scopo ricercato era quello di “spettacolarizzare” la biblioteca del duca e si può dire senza dubbio che sia stato raggiunto. Il visitatore può anche accomodarsi in alcune postazioni informatiche per apprezzare la realizzazione digitale curata dalla dottoressa Marcella Peruzzi. Si tratta di un DVD, coedito dalla Soprintendenza e dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, che riproduce la ricostruzione virtuale della biblioteca federiciana esattamente come era nell’anno 1487, ovvero pochi anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1482.
DIDASCALIA: Codice Urb. lat. 666 (Biblioteca Vaticana): Prudenzio, manoscritto copiato a Firenze nel 1481 da Antonio Sinibaldi con miniature di Francesco di Antonio del Chierico e Francesco Rosselli.
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Il primo meritava l’argento
Grazie alle approfondite ricerche compiute in occasione dell’organizzazione della mostra, gli studiosi hanno scoperto che la scelta dei colori e dei materiali impiegati per le rilegature era tutt’altro che casuale. La stessa dottoressa Peruzzi, durante la conferenza stampa di presentazione, ha tenuto a ricordare una particolarità emersa nel corso degli studi: la maggior parte dei libri aveva una copertura in cuoio rosso o verde, ma la legatura più preziosa, caratterizzata da borchie e serrature in argento, veniva impiegata per segnalare i manoscritti più importanti e consentiva di distinguere, nella disposizione sugli scaffali, il primo volume con le opere di un autore importante.
Lo stemma e l’impresa
Se guardiamo con attenzione i manoscritti esposti in mostra, noteremo alcune presenze che ricorrono con frequenza, insistentemente. Sono lo stemma e le imprese del duca urbinate. Il primo rappresenta uno scudo sormontato da una corona e affiancato dalle iniziali FE DUX (ovvero Federicus Dux), circondato da una ghirlanda di foglie di quercia, simbolo di forza. In due quarti compare una composizione di strisce diagonali, blu e oro, mentre i restanti sono occupati dall’aquila nera imperiale, a ricordo dell’investitura dei conti di Montefeltro da parte del Sacro Romano Impero (nel 1228). Al centro c’è infine spazio per una striscia verticale con la raffigurazione delle chiavi di San Pietro sormontate dalla triplice tiara papale, a segnalare il ruolo di difensore della Chiesa rivestito da Federico.
Mentre lo stemma serviva a identificare la famiglia gentilizia, l’impresa aveva la funzione di contrassegno personale, simbolo individuale – spesso affiancato da un motto lapidario – scelto per veicolare l’idea che il proprietario voleva dare di sé, oppure per commemorare un episodio rilevante della sua vita.
Nel già citato codice di San Bernardo, all’angolo superiore sinistro compare la raffigurazione di un ermellino circondato da un cerchio di sudiciume. Secondo la tradizione, questo animale preferisce morire piuttosto che insozzare il suo bianco manto. Federico teneva a sottolineare, oltre alle doti militari, questa sua caparbia volontà di rimanere fedele ai patti sottoscritti e nobile d’animo anche nelle avversità.
DIDASCALIA: Codice Urb. lat. 325 (Bibliotea Vaticana): Campano, manoscritto di origine urbinate, miniato da Giovanni Corenti.
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La fine in Vaticano
Alla morte del duca, la biblioteca riuscì a sfuggire alle “attenzioni” del Valentino, Cesare Borgia. Il catalogo dei manoscritti continuò a essere arricchito, anche quando il ducato passò ai Della Rovere. Erano però tramontati ormai per sempre la passione e gli investimenti messi in campo da Federico. Francesco Maria II, nel 1631, lasciò in eredità la raccolta a Urbino. La città stessa però non era più florida come in passato, impoverita dal dominio pontificio e decaduta di rango, anche dal punto di vista culturale. Stringe il cuore leggere la dichiarazione d’impotenza del consiglio cittadino che ammetteva di non potersi accollare un tale lusso “da principi”: le spese di conservazione e gestione della biblioteca erano troppo elevate per la città. Nel 1657 la collezione finiva per confluire nella Biblioteca Vaticana.
DIDASCALIA: Codice Urb. lat. 352 (Biblioteca Vaticana): Anticlaudiano di Alain de Lille, manoscritto con miniature di tipo ferrarese (attribuite al Giraldi) che riporta anche un medaglione con il ritratto del Duca Federico.
Saul Stucchi
ORNATISSIMO CODICE
La Biblioteca di Federico di Montefeltro
Galleria Nazionale delle Marche, Palazzo Ducale
Urbino
Fino al 27 luglio 2008
Orari: da martedì a domenica 08.30-19.15; la biglietteria chiude alle 18.00
Lunedì 08.30-14.00; la biglietteria chiude alle 12.30
Biglietto: intero 8,00 €; ridotto 4,00 €
Info e prenotazioni: tel. 0722.322625
www.bibliotecafederico.it
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