Mercoledì, 30 Maggio 2012

Il dito nella Piaga

 

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Blood Cross, 1985
Le immagini di Andres Serrano non accettano compromessi. Del resto chi va ad una sua mostra sa che di dover essere pronto ad uno spettacolo che a tratti lascia senza fiato, e lo dimostra il fatto che una sezione dell’esposizione sia addirittura vietata ai minori di 18 anni.
Polemiche o discussioni a parte, la retrospettiva organizzata al PAC (Padiglione di Arte Contemporanea) di Milano è una della mostre di fotografia più interessante degli ultimi tempi, che finalmente rende omaggio ad un fotografo originalissimo, capace di scandagliare nei meandri più oscuri della società e di noi stessi.

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Black Supper, 1990
Raccolte all’interno della particolare scenografia del padiglione di arte contemporanea, con il suo bianco a tratti asettico e freddo, le fotografia di Serrano sono ancora più suggestive con i loro colori accesi e i tagli di luce arditi.
La mostra è articolata in diverse sezioni, secondo le varie serie scattate nel corso degli anni dal fotografo newyorkese. La prima sezione è quella dedicata ai Bodyly Fluids, scatti che giocano sui particolari effetti cromatici e visivi ottenuti proprio con l’utilizzo dei fluidi corporali e di soggetti immersi nei liquidi. L’entrata è trionfalmente dominata da Black Supper, rivisitazione dell’ultima cena leonardesca: Cristo e i santi, tutti dipinti di nero, sono immersi in un liquido da cui si generano in maniera del tutto casuale bolle che circondano e sovrastano l’intero gruppo. Immagini suggestive, che Serrano ricava dalla commistione con le sostanze generate dal nostro corpo, sangue, urina, sperma, che si accostano creando suggestioni pittoriche, a partire dal capovolgimento del concetto per cui il bello nell’arte sarebbe dato dalla nobiltà del soggetto. La carica di queste foto è fortissima, soprattutto in quelle in cui il sangue è il soggetto principale, a richiamare nell’immaginario dello spettatore un attacco aperto verso la componente violenta e costrittiva del cattolicesimo, come in Blood Cross per esempio.

 

 

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Piss Christ, 1987
Non manca nella sala Piss Christ, opera che è valsa a Serrano l’accusa d blasfemia  nel 1987 da parte di alcuni senatori repubblicani in America, raffigurante un crocifisso immerso nell’orina dell’artista. Ciò che colpisce di più, al di la delle strumentalizzazioni che di queste foto sono state fatte è la straordinaria bellezza che da esse fuoriesce. Serrano, qui come nel resto delle sue opere, si muove sul filo del rasoio per quanto riguarda i contenuti rappresentati, senza tuttavia dimenticare la composizione dell’immagine e il risultato d’insieme, in ultima istanza la perfezione compositiva. “Credo che sia necessario cercare la bellezza anche nei luoghi meno convenzionali o nei candidati meno insospettabili. Se non incontro la bellezza non sono capace di scattare alcuna fotografia”.

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Father Frank, 1991
L’influenza che la pittura ha sulle sue opere è notevole, basti pensare all’influenza di Caravaggio per quanto riguarda i tagli di luce arditi e suggestivi in primo luogo, e l’uso dei rossi brillanti. Come rimanere impassibili davanti alle suggestioni che l’utilizzo di questi due elementi produce nella serie The Church della seconda sezione. Serrano ha realizzato queste foto girando per chiese e monasteri di Spagna, Francia e Italia, vale a dire in quei paesi dove il cattolicesimo e la religiosità sono più esasperati e sentiti. La provocazione e la critica sociale qui cedono il passo allato più intimo delle persone raffigurate, suore, frati e sacerdoti colti in un momento di preghiera, assorti in un’estasi mistica. Volti in parte oscurati dal forte chiaroscuro, particolari ravvicinati, quasi a voler lasciare i soggetti nell’anonimato perché quello che qui interessa il fotografo non è il soggetto in se ma la carica emotiva che da lui scaturisce, la devozione e la spiritualità semplice e grandiosa allo stesso tempo. Del resto è proprio il ritratto, oltre alla natura morta, il genere in cui la personalità e la carica emotiva di Serrano trovano l’espressione più felice.

 

 

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Bertha, 1990
Il ritratto è la costante del lavoro di questo fotografo, come dimostrano le due serie successive allestite nella terza sezione. La prima, Nomads, trenta ritratti, dei quali sono esposti a Milano soltanto sette, di senza tetto e reietti. L’attenzione e l’occhio di Serrano qui si posano sugli emarginati dalla società, la gente che vive nei parchi, nelle metropolitane, i dimenticati. Foto suggestive, che , nonostante la miseria in cui versano i soggetti raffigurati, mantengono una lucida criticità che allontana qualsiasi caduta verso il voyeurismo o la pietà. Si tratta piuttosto di lavori che tendono a ridare dignità alle persone riprese, il cui atteggiamento e la cui posa sono tutt’altro che dimessi, ritratti orgogliosi e statuari pur nel loro abbigliamento povero, pieni di una dignità incredibile e stupefacente.

 

 

 

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Grand Dragon of the Invisible Empire, 1990
Accanto ad esse le foto della serie Ku Klux Klan, uno straordinario documento, importantissimo sia a livello iconografico che storico. Per realizzare questo servizio Serrano si è infatti recato ad Atlanta, nel cuore dell’America più tradizionale, dove ha ritratto numerosi klansmen, membri di un associazione che si scaglia contro gli omosessuali, gli emigrati di razza nera e gli ebrei. Si tratta di lavori che mettono a confronto chi per necessità contingenti, a causa della miseria, è reso anonimo dalla società, e chi invece a causa delle proprie posizioni estreme decide di scegliere l’anonimato. Gli uomini incappucciati, raffigurati ciascuno con le vestige proprie di ciascun gruppo, in posa davanti all’obiettivo, come del resto i diseredati, i clochard delle foto precedenti, costringono chi guarda ad interrogarsi sui lati più oscuri delle proprie coscienze. Da notare, da un punto di vista compositivo, un ulteriore particolare: qui, come in quasi tutti i suoi lavori, Serrano sceglie di ritrarre i propri soggetti dal basso, esaltandoli indiscriminatamente ed evitando con cura di fornir qualsiasi giudizio morale o chiave di lettura a chi guarda le sue opere.

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Rachel King, Amish, 2002
L’indagine di serrano è originale e critica, provocatoria e diretta. Nella terza sala da una parte troviamo A History of sex, ad illustrare secondo la particolare prospettiva di ognuno dei soggetti rappresentati una ricerca antropologica nei confronti delle diverse pratiche che riguardano l’atteggiamento nei confronti della sessualità. Non si tratta d’immagini pornografiche, o che cercano un coinvolgimento particolare da parte di chi guarda. In un certo senso si tratta di fotografie raffreddate, prive di emozioni, che sembrano quasi stereotipate, una sorta di esercizio estetico.
America è invece la rappresentazione de particolare punto di vista di Serrano sulla società americana contemporanea. “Voglio fare una dichiarazione su ciò che penso dell’America”: con queste parole egli introduce la serie, che nel totale consta di oltre 112 scatti.  Una galleria di ritratti che esplicano la sua particolare idea dell’America attuale, in cui la patinatura dei visi e la costruzione dell’immagine, la loro posa e la plasticità dei personaggi contribuisce a farne una sorta di archetipi. Dal vigile del fuoco al cantante rap, alla hostess dal sorriso perfetto e dai capelli biondissimi fino al pilota di aerei; una galleria curiosa , elaborata nel periodo post 11 settembre in un America che andava riscoprendo i propri valori fondanti e la propria identità, e che in un certo senso sentiva il bisogno di creare delle figure rassicuranti e inserite all’interno di schemi sociali facilmente determinabili.

 

 

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Infectious Pneumonia, 1992
La sala successiva è solo un assaggio di quello che il visitatore potrà vedere nella balconata superiore. In essa si trovano infatti cinque scatti provenienti dalla serie the morgue: Si tratta di immagini che non lasciano indifferenti, per le quali alcuni hanno tacciato serrano di necrofilia  e perversione. Secondo Daniel Arasse esse costituiscono “un importante antidoto contro la negazione generalizzata della morte che caratterizza la cultura alla fine del XX secolo”. Anche qui Serrano non esprime giudizi o fornisce punti di vista: il suo lavoro si esplica nel cercare di rendere nella maniera più bella possibile ritratti cadaveri, morti in maniera naturale o assassinati. Questa prima sezione illustra le morti naturali, un bambino morto di meningite, o un cadavere ripescato dall’acqua, probabilmente un suicida. Non c’è spazio per spettacolarizzazioni: Serrano racconta la morte in maniera raggelante, tenendo sempre conto della composizioni e del risultato d’insieme dell’immagine. Riprendendo una certa tradizione tipicamente sudamericana dove l’artista cerca di ricreare nei ritratti post mortem scene tipiche della vita quotidiana, sottolineando al contempo il rigor mortis, la freddezza dei corpi e gli ineluttabili segni della morte. Nonostante il terrore che si prova di fronte a queste morti naturali, al senso di impotenza verso qualcosa che non si può controllare e governare, resta il fatto che si tratta di fotografie strabilianti per la loro bellezza; basti pensare a Knifed to death I e II, che idealmente richiamano le mani tese dipinte nella Cappella Sistina da Michelangelo.

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Knifed to Death, 1992
Dopo The interpretatoin of dream, la serie Budepest e gli ultimi lavori sulle nature morte, su raggiunge il cuore della serie The morgue. In questa sezione sono raccolte le dieci opere inedite, che vengono qui presentate in anteprima mondiale.  Si tratta di una serie di ritratti che Serrano realizza all’interino di un obitorio, primissimi piani di particolari anatomici, una mano bruciata, uno sterno ricostruito una nuca segnata dalla lama di un coltello. Anche in questo caso lo sguardo di Serano rimane lucido e critico: “c’è un che del predatore nel fotografare i morti. Io penso riaverlo evitato avendo rispettato completamente l’identità e l’integrità delle persone ritratte: per il gioco delle inquadrature molto serrate, non prendendo mai alcuna visione d’insieme. IN questo modo il mistero della morte è rimasto intatto”.
L’opera di Serrano si muove costantemente sulla falsariga del sacro e profano, sul confine tra morale e immorale riuscendo sempre a fornire un’interpretazione originale e lucida della nostra società. Un grande fotografo, che probabilmente come tutti i grandi personaggi può essere soltanto odiato o amato, di cui però non si può non sottolineare l’estrema finezza nel cogliere anche le sfumature più sottili della natura umana.

 

Simona Silvestri

Andres Serrano
Il dito nella Piaga/The Morgue
fino al 30 novembre presso e sale espositive del PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, via Palestro 14, Milano

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