La statua che lo celebra è un poco discosta da una delle vie più trafficate del centro, eppure basta quella manciata di metri per condannarla a una vita in secondo piano. E poi diciamola tutta: sconta la vicinanza – terribile e incombente – del capolavoro canoviano che esalta il vigore del giovane Bonaparte nei (succinti) panni di Marte Pacificatore. Tuttavia, prima di entrare a Brera, soffermatevi davanti al monumento a Francesco Hayez, come a rendere omaggio al pittore che tanto ha dato all'arte italiana.
La ricorrenza del 150° anniversario dell'Unità è stata l'occasione per proporre al grande pubblico un “viaggio” nella sua opera, attraverso venticinque lavori di vario tema e di varia natura. Il percorso espositivo si apre con due autoritratti, realizzati rispettivamente a 57 e a 72 anni, quest'ultimo nel 1862, ovvero a Italia finalmente unita. Qui la posizione è meno impettita, per l'aggravato carico di anni che pesa sulle spalle, lo sguardo pare più liquido e la bocca è semiaperta. L'autoritratto è stata una costante nell'opera di Hayez che si è raffigurato numerose volte, da quando aveva 16 anni fino alla tarda età: l'ultima prova risale infatti al 1881, quando il pittore era ormai novantenne. Il pittore storico, del resto, non poteva trascurare il proprio ruolo, niente meno che di Vate della Nazione, tanto che Hayez si autocelebrò in diverse occasioni, anche a sottolineare il coinvolgimento nelle vicende che dipingeva.

Un gradevole sottofondo musicale accompagna la visita, al suono dell'Inno di Mameli (una volta ogni tanto, purché non si strafaccia, ci si può cullare in queste forme di sentimento patriottico...) e delle arie di Verdi fino al celeberrimo ritratto di Manzoni: quando noi pensiamo all'autore dei Promessi Sposi, lo immaginiamo così, seduto con la gamba destra accavallata, la mano sinistra che impugna la tabacchiera e la testa leggermente reclinata in avanti. Ci vollero quindici sedute per completare il ritratto che venne portato a termine alla fine di giugno del 1841 (pochi giorni dopo sarebbe morta la madre, Giulia Beccaria). Il dipinto ebbe subito notevole fortuna, a cominciare dalla famiglia Manzoni, diventando meta di visitatori, curiosi e appassionati d'arte. Qualche anno più tardi il pittore realizzò il ritratto della contessa Teresa Manzoni Borri Stampa, come il precedente entrato nella collezione di Brera grazie al legato del figlio di primo letto Stefano.
Sono soprattutto i ritratti – questi e gli altri in mostra – a comunicare al visitatore l'atmosfera di un'Italia che non c'è più. I volti, le pose e gli abiti trasmettono serietà, sobrietà, forse anche un leggero pudore nel presentarsi agli occhi di estranei, atteggiamenti lontani anni luce (ben più dei 150 anni che ci separano dall'Unità!) da quelli dei contemporanei. Per averne la controprova, immaginate al posto del Manzoni uno qualsiasi degli scrittori italiani di oggi e nei panni dell'abate Antonio Rosmini uno dei preti “da TV”!

Ma prima e forse più ancora di italiano, Hayez si sentiva veneziano, erede della gloriosa scuola pittorica lagunare e veneta. Venezia fa da sfondo all'intenso olio su tela “L'ultimo abboccamento di Jacopo Foscari con la propria famiglia prima di partire per l'esilio cui era stato condannato” e il pittore stesso si autoritrae nei panni del vecchio doge, in precario equilibrio – ahi, che tensione emotiva! - tra la decisione di allontanarsi e il desiderio di stringere per l'ultima volta tra le proprie le mani del figlio inginocchiato. Teatralità e melodramma stavano forgiando il carattere nazionale, e l'amicizia di Hayez con Rossini deve avere una sua parte di responsabilità...

Naturalmente molti visitatori si saranno domandati con crescente ansia dov'è il celeberrimo Bacio... Ed eccolo, finalmente! Uno dei quadri più famosi dell'Ottocento, vera icona dell'arte italiana, infinite volte riprodotto! Lo stesso Hayez ne dipinse diverse versioni, ma nessuna ebbe il successo della prima che aveva come titolo in origine l'enigmatica frase “Il bacio. Episodio della giovinezza. Costumi del XIV”. Giovinezza di un Paese che era all'alba di un'agognata unificazione, a prezzo di lacrime e sangue. Centocinquant'anni dopo pare che siamo ancora lì, con la crisi e i mercati globali al posto dell'Austria. Ci manca però un Vate della Nazione che immortali ansie, paure e desideri di questa Italia, a meno di non scendere alla blasfemia di considerare il “Dito” di Cattelan il “Bacio” del XXI secolo.
Saul Stucchi
HAYEZ NELLA MILANO DI MANZONI E VERDI
Fino al 25 settembre 2011
Pinacoteca di Brera
Via Brera 28
Milano
Orari: da martedì a domenica 8.30 -19.15
(la biglietteria chiude 45 minuti prima)
Lunedì chiuso
Biglietto: intero 11 €; ridotto 8,50 €
Informazioni:
www.brera.beniculturali.it
DIDASCALIE:
Francesco Hayez
Autoritratto a cinquantasette anni, 1848
Olio su tela, cm 124 x 94
Milano, Pinacoteca di Brera
Francesco Hayez
Autoritratto a sessantanove anni, 1862
Olio su tela, cm 125,5 x 101,5
Firenze, Galleria degli Uffizi
Francesco Hayez
Francesco Foscari destituito (I due Foscari), 1842-1844
Olio su tela, cm 230 x 305
Milano, Pinacoteca di Brera
Francesco Hayez
Il bacio, 1859
Olio su tela, cm 112 x 88
Milano, Pinacoteca di Brera
La ricorrenza del 150° anniversario dell'Unità è stata l'occasione per proporre al grande pubblico un “viaggio” nella sua opera, attraverso venticinque lavori di vario tema e di varia natura. Il percorso espositivo si apre con due autoritratti, realizzati rispettivamente a 57 e a 72 anni, quest'ultimo nel 1862, ovvero a Italia finalmente unita. Qui la posizione è meno impettita, per l'aggravato carico di anni che pesa sulle spalle, lo sguardo pare più liquido e la bocca è semiaperta. L'autoritratto è stata una costante nell'opera di Hayez che si è raffigurato numerose volte, da quando aveva 16 anni fino alla tarda età: l'ultima prova risale infatti al 1881, quando il pittore era ormai novantenne. Il pittore storico, del resto, non poteva trascurare il proprio ruolo, niente meno che di Vate della Nazione, tanto che Hayez si autocelebrò in diverse occasioni, anche a sottolineare il coinvolgimento nelle vicende che dipingeva.

Un gradevole sottofondo musicale accompagna la visita, al suono dell'Inno di Mameli (una volta ogni tanto, purché non si strafaccia, ci si può cullare in queste forme di sentimento patriottico...) e delle arie di Verdi fino al celeberrimo ritratto di Manzoni: quando noi pensiamo all'autore dei Promessi Sposi, lo immaginiamo così, seduto con la gamba destra accavallata, la mano sinistra che impugna la tabacchiera e la testa leggermente reclinata in avanti. Ci vollero quindici sedute per completare il ritratto che venne portato a termine alla fine di giugno del 1841 (pochi giorni dopo sarebbe morta la madre, Giulia Beccaria). Il dipinto ebbe subito notevole fortuna, a cominciare dalla famiglia Manzoni, diventando meta di visitatori, curiosi e appassionati d'arte. Qualche anno più tardi il pittore realizzò il ritratto della contessa Teresa Manzoni Borri Stampa, come il precedente entrato nella collezione di Brera grazie al legato del figlio di primo letto Stefano.
Sono soprattutto i ritratti – questi e gli altri in mostra – a comunicare al visitatore l'atmosfera di un'Italia che non c'è più. I volti, le pose e gli abiti trasmettono serietà, sobrietà, forse anche un leggero pudore nel presentarsi agli occhi di estranei, atteggiamenti lontani anni luce (ben più dei 150 anni che ci separano dall'Unità!) da quelli dei contemporanei. Per averne la controprova, immaginate al posto del Manzoni uno qualsiasi degli scrittori italiani di oggi e nei panni dell'abate Antonio Rosmini uno dei preti “da TV”!

Ma prima e forse più ancora di italiano, Hayez si sentiva veneziano, erede della gloriosa scuola pittorica lagunare e veneta. Venezia fa da sfondo all'intenso olio su tela “L'ultimo abboccamento di Jacopo Foscari con la propria famiglia prima di partire per l'esilio cui era stato condannato” e il pittore stesso si autoritrae nei panni del vecchio doge, in precario equilibrio – ahi, che tensione emotiva! - tra la decisione di allontanarsi e il desiderio di stringere per l'ultima volta tra le proprie le mani del figlio inginocchiato. Teatralità e melodramma stavano forgiando il carattere nazionale, e l'amicizia di Hayez con Rossini deve avere una sua parte di responsabilità...

Naturalmente molti visitatori si saranno domandati con crescente ansia dov'è il celeberrimo Bacio... Ed eccolo, finalmente! Uno dei quadri più famosi dell'Ottocento, vera icona dell'arte italiana, infinite volte riprodotto! Lo stesso Hayez ne dipinse diverse versioni, ma nessuna ebbe il successo della prima che aveva come titolo in origine l'enigmatica frase “Il bacio. Episodio della giovinezza. Costumi del XIV”. Giovinezza di un Paese che era all'alba di un'agognata unificazione, a prezzo di lacrime e sangue. Centocinquant'anni dopo pare che siamo ancora lì, con la crisi e i mercati globali al posto dell'Austria. Ci manca però un Vate della Nazione che immortali ansie, paure e desideri di questa Italia, a meno di non scendere alla blasfemia di considerare il “Dito” di Cattelan il “Bacio” del XXI secolo.
Saul Stucchi
HAYEZ NELLA MILANO DI MANZONI E VERDI
Fino al 25 settembre 2011
Pinacoteca di Brera
Via Brera 28
Milano
Orari: da martedì a domenica 8.30 -19.15
(la biglietteria chiude 45 minuti prima)
Lunedì chiuso
Biglietto: intero 11 €; ridotto 8,50 €
Informazioni:
www.brera.beniculturali.it
DIDASCALIE:
Francesco Hayez
Autoritratto a cinquantasette anni, 1848
Olio su tela, cm 124 x 94
Milano, Pinacoteca di Brera
Francesco Hayez
Autoritratto a sessantanove anni, 1862
Olio su tela, cm 125,5 x 101,5
Firenze, Galleria degli Uffizi
Francesco Hayez
Francesco Foscari destituito (I due Foscari), 1842-1844
Olio su tela, cm 230 x 305
Milano, Pinacoteca di Brera
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Il bacio, 1859
Olio su tela, cm 112 x 88
Milano, Pinacoteca di Brera
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