Non capita tutti i giorni l'opportunità di ammirare una tale concentrazione di capolavori per sala: bisogna dunque cogliere al volo l'occasione di visitare la mostra che la Kunsthaus di Zurigo dedica alla collezione Bührle (avete tempo fino al prossimo 16 maggio). L'ha messa insieme nel corso di vent'anni l'industriale Emil Georg Bührle, da quando nel 1937 comprò casa a Zurigo e ottenne la cittadinanza svizzera (era nato nel 1890 a Pforzheim nel land tedesco del Baden-Württemberg) fino alla morte, sopraggiunta nel 1956. Focalizzata sull'Impressionismo e sul Post-Impressionismo francesi, in realtà abbraccia un arco temporale molto più ampio e il percorso espositivo dà conto, anche se per “flash”, della vastità degli interessi artistici del collezionista, nonché della sua invidiabile disponibilità finanziaria. Dunque non stupitevi nel vedere esposte alcune statue lignee di carattere sacro (Madonne col Bambino, un piccolo ma emozionante San Michele che schiaccia il drago, un'enigmatica Pietà con una Madre decisamente sproporzionata rispetto al Figlio): questa raccolta si deve all'entusiasmo che il professor Wilhelm Vöge seppe trasmettere all'allievo Bührle durante le sue lezioni all'università di Friburgo.
Terminata la scalinata che dal piano d'ingresso porta al primo livello, il visitatore viene accolto da una gigantografia che ritrae Bührle seduto in mezzo ai suoi gioielli. Una didascalia riporta una sua pertinente citazione secondo la quale un vero collezionista non è altro che un artista mancato. Altre citazioni sono collocate lungo il percorso e sintetizzano lo sviluppo dell'intera collezione, secondo direttrici tutt'altro che estemporanee. L'affinità d'atmosfera tra gli Impressionisti e i Veneziani, per esempio, condusse Bührle a Canaletto, Guardi e Tiepolo. E alcune loro opere sono qui esposte a rendere concreto più che a evocare questo filo diretto seguito dal magnate. Di Tiepolo è in mostra Il bagno di Diana (1743/4), accanto a una Processione a Valencia attribuita a Goya. Il bacino di San Marco di Guardi fa invece coppia con Il Canal della Giudecca di Signac e il confronto diretto permette di osservare da vicino come è cambiata la pittura nei centoventi anni che separano i due dipinti. Bührle arrivò infine a Rembrandt “grazie” a Daumier, mentre Manet lo condusse a Frans Hals. Non si tratta dunque di una collezione nata già perfettamente delineata secondo uno schema preordinato, come se fosse un semplice (e costosissimo) elenco di desiderata, quanto un mosaico le cui tessere hanno definito un disegno tanto complesso quanto ricco solo col passare del tempo. E il visitatore – a consigliarlo sono le parole dello stesso protagonista - dovrebbe gustare le opere che gli organizzatori gli squadernano davanti senza l'obbligo di un percorso fisso, concedendosi la libertà di andare avanti e indietro, tracciando così un personale filo conduttore.
A me personalmente è piaciuta molto la sala dedicata ai ritratti (mi ha ricordato la scelta simile compiuta degli allestitori della mostra Goya e il mondo moderno, in corso a Palazzo Reale a Milano), nella quale lo sguardo viene calamitato dal superbo ritratto di Hippolyte François Devillers dipinto da Ingres nel 1811, prima di spostarsi sull'autoritratto di Henri Fantin-Latour, sul ritratto dello scultore Louis-Joseph Leboeuf di Gustave Courbet e, con un salto indietro nel tempo di quasi duecento anni, al Ritratto d'uomo di Frans Hals (1660/6). Per quanto riguarda il nucleo di opere realizzate da Cézanne, è illuminante una frase dello storico dell'arte Lionello Venturi, secondo cui i dipinti di quest'artista scelti da Bührle appartengono a vari periodi e rivelano il legame tra il piacere verso queste opere e l'interesse verso il loro status storico. È possibile anche “raggruppare” idealmente alcuni quadri per temi, come quello legato alla moda dell'Orientalismo: su tutti spiccano l'esotica Sultana di Monet e la rappresentazione di Muley Abd-el-Rahman di Delacroix (1862). Di questo stesso pittore si può ammirare un altro gruppo di opere accomunate dal tema mitologico: Apollo vittorioso sul serpente Pitone, Trionfo di Bacco e Trionfo di Anfitrite (ma non perdetevi neppure il Cristo addormentato nella tempesta!).A un certo punto del percorso espositivo, poi, si giunge ad avere di fronte a sé L'Italienne di Pablo Picasso, dipinta a Roma nel 1917 (si riconosce il “Cupolone”); senza muoversi di un passo, ma semplicemente ruotando di pochi gradi il collo, si può ammirare alla propria destra un'infilata di quattro Van Gogh, mentre a sinistra campeggiano tre splendidi Gauguin, tra cui L’Offrande.

Davvero sono poche le gallerie che possono offrire una vista che può competere con questa. Anche nelle altre sale le pareti ospitano capolavori celeberrimi (per cui si ha la tentazione di avvicinarsi ai quadri che “riconosciamo”), ma anche opere meno note e tuttavia altrettanto degne di ammirazione, come la Jeune femme di Chaim Soutine (1928). Nel lungo elenco dei quadri “imperdibili” trovano posto sicuramente la Messalina di Toulouse-Lautrec, le tre tele con le Ninfee di Monet (la mia preferita è quella intitolata Le bassin aux Mymphéas, le soir), il Matrimonio russo di Chagall (1909) e il Nu couché di Modigliani (1916). Una lunga sosta meritano I pioppi vicino a Vétheuil di Monet e Il ramo di castagno in fiore di Van Gogh, anche solo per il fatto che hanno avuto la sventura di essere rubati nel 2008 durante una rapina a mano armata, ma anche la fortuna di essere ritrovati, mentre di due altre opere sottratte in quell'occasione non si conosce la sorte.

Prima di lasciare la mostra per tuffarsi nell'altrettanto splendida raccolta permanente è bene fare tappa nella sala dedicata alla documentazione relativa alle opere della collezione Bührle, anche se purtroppo i pannelli (tranne il primo) sono scritti soltanto in tedesco. Qui è esposto il Ritratto di Bührle di Oskar Kokoschka (1951-2) e da alcune riproduzioni fotografiche veniamo a sapere che l'artista austriaco ebbe a ritoccarlo in alcuni particolari non secondari, come il colore del vestito e la posizione della mano sinistra. Ma soprattutto conosciamo la complessità della collezione che non si può riassumere nel mero elenco degli acquisti. La storia, come sempre, è molto più intricata e dunque più interessante. Bührle conobbe anche delle delusioni, come quando un collezionista americano gli soffiò – ad asta già chiusa – l'Autoritratto di Van Gogh che il pittore aveva dipinto per l'amico Gauguin. Era il 1939. Nove anni più tardi la ferita non era ancora rimarginata, quando al magnate venne proposta quella che passava per essere una seconda versione dello stesso quadro. Bührle non se la fece scappare, ma dovette assaporare di nuovo il gusto amaro della delusione quando scoprì che si trattava in realtà di una copia realizzata dalla pittrice Judith Gerard (l'opera è esposta in questa saletta). Come si vede, anche i collezionisti ricchi piangono. Ma sempre meno dei poveri, va da sé.
Saul Stucchi
Van Gogh, Cézanne, Monet
La Collezione Bührle
Kunsthaus Zürich
Heimplatz 1
Zurigo (Svizzera)
www.kunsthaus.ch
Orari: martedì, sabato e domenica 10.00–18.00; mercoledì, giovedì e venerdì 10.00–20.00
Lunedì chiuso
Biglietto: intero 18 CHF; ridotto 12 CHF
Didascalie:
Vincent van Gogh
Il seminatore al tramonto (1888)
Olio su tela, 73x92 cm
Foundation E.G. Bührle Collection, Zurich
Dmitri Kessel
Emil Bührle in his collection at the Zollikerstrasse (giugno 1954)
© Getty Images
Pablo Picasso
L’Italienne (1917)
Olio su tela, 149,5x101,5 cm
Foundation E.G. Bührle Collection, Zurich
© 2009 ProLitteris, Zürich
Paul Gauguin
L’Offrande (1902)
Olio su tela, 68,5x78,5 cm
Foundation E.G. Bührle Collection, Zurich
Eugène Delacroix
Muley Abd-el-Rahman
Olio su tavola, 69,5x57,5 cm
Foundation E.G. Bührle Collection, Zurich
Informazioni:
Svizzera Turismo
Numero verde 00800.10020030
www.svizzera.it
Link su Zurigo
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