Mercoledì, 30 Maggio 2012

I tesori delle steppe

I tesori delle steppe
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Elemento rituale in oro
Secondo alcuni studiosi  la ruota è stata inventata nell’area delle steppe anziché in Oriente. A testimonianza di questa ipotesi sono alcuni degli esemplari più antichi di modelli di carro in terracotta, tra cui una kibitka del I-II secolo d. C., esposta nella prima sezione della mostra. E carri dalle ruote piene sono stati rinvenuti anche in 250 tombe del IV-III millennio a.C.
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Rython in oro (V sec. a.C.)
Tra gli oggetti fittili del periodo prenomade si possono ammirare enigmatiche e misteriose statuette antropomorfe femminili, che rappresentano idoli o divinità e che richiamano la dimensione magico-religiosa collegata alla dea Madre di area mediterranea; deliziosi modelli di abitazione con corredi interni – rinvenuti anche nella parte nord-orientale della Bulgaria – che rappresentano lo spirito protettore della casa e del villaggio; vasellame con preziose rifiniture raffiguranti animali.
Il carro è anche uno dei temi conduttori del periodo nomade, poiché gli spostamenti avvenivano su mezzi a ruote, che si trasformavano in una tenda o yurta, in legno e feltro. Ancora oggi le ultime popolazioni semi-nomadi degli altopiani dell’Altaj (al confine tra Russia, Kazakstan, Mongolia e Cina), che vivono di pastorizia transumante, hanno per abitazione yurta non dissimili da quelle dei loro antenati.

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Arte animalistica e antropomorfa
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Pettorale d'oro (VI–VII sec. d.C.)
La più alta espressione artistica dei nomadi delle steppe si ispira al regno animale: cavalli, cervi, felini, rapaci, cinghiali, pesci diventano motivi ornamentali per gioielli, vasellame, statuette, oggetti rituali e finimenti, ora in funzione semplicemente riproduttiva, ora in forme raffinatamente stilizzate. Gli oggetti esposti nella terza sezione rappresentano la parte artisticamente più interessante della mostra. Catturano lo sguardo del visitatore manufatti di calamitante bellezza, come la spilla a forma di delfino in oro e cristallo di rocca, la statuetta del cinghiale d’oro dal muso significativamente sproporzionato, la spada con fodero in oro rappresentante scene di combattimenti fra animali, la coppa d’oro decorata ad alto rilievo con sei teste di cavallo concentriche, le brattee a forma di cervo e di grifone, e i numerosi coronamenti d’asta dalla figure finemente e fantasiosamente stilizzate. L’arte animalistica aveva una valenza totemica, magica e sciamanica. La figura umana aveva uno suo spazio, ma piuttosto ridotto, concentrato alle statue in pietra dette “pietre balbal” o “baba”,  di solito raffiguranti personaggi maschili con l’intera panoplia. Quella di relegare in secondo piano le rappresentazioni antropomorfiche è stata una precisa scelta culturale per gli abitanti delle steppe, funzionale alla loro necessità di rappresentazione simbolica. Solo a partire dal IV secolo a.C., sotto gli influssi della cultura e dell’arte greche e del Mediterraneo orientale, elementi antropomorfi fanno il loro ingresso più significativo nell’arte delle popolazioni nomadi delle steppe: tra gli altri, il grifone, la sfinge, Ercole e Demetra.

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Amazzoni e arcieri
Sembrano usciti dai laboratori di orafi contemporanei particolarmente originali, e invece hanno oltre venticinque secoli i gioielli delle principesse delle steppe pontiche. Come i loro compagni, venivano tumulate con il corredo di ori e argenti, che impreziosivano pure le loro vesti. Occasionalmente nelle sepolture femminili, soprattutto dell’area di influenza degli Sciti, sono state trovate armi, e alcune analisi medico-antropologiche confermano che anche le donne avevano  combattuto. Il mito delle amazzoni trova quindi una corrispondenza archeologica. Nella quinta sezione della mostra si possono ammirare collane e pendenti che uniscono all’oro la luminosità multicolore delle pietre dure quali la corniola, il turchese, il granato, il cristallo di rocca e le paste vitree policrome. Un esempio fra tutti l’incantevole girocollo con pendente a farfalla del I secolo d. C., che si richiama a un modello documentato nella tomba di una principessa dei Sarmati, e il cui motivo figurativo è di stile mediterraneo. Spade rivestite d’oro, una faretra per arco e frecce, elmi, cinture ornate, pettorali ricamati in oro, argento e pietre preziose costituiscono invece il corredo dei principi nella sesta sezione della mostra, dove si trova anche un probabile scettro in oro, un sigillo in pietra per sancire trascrizioni economiche, e monete auree. 

I cavalieri delle steppe

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Phiale del V sec. d.C.
I cavalli erano così importanti per i nobili delle popolazioni delle steppe (Cimmeri, Sciti, Sarmati, Goti, Unni, Avari, Khazari) che a partire dal IX secolo si introdusse l’usanza di tumularli assieme al cavaliere. La storia ci insegna che la forza delle popolazioni nomadi e la loro superiorità bellica dipendeva in gran parte della loro abilità a cavallo. In epoca romana i cavalieri sarmati entrarono a far parte dell’esercito imperiale. Ai Cimmeri viene attribuita un’innovazione nel morso dei cavalli che rendeva più agevole la loro guida, soprattutto durante il combattimento; agli Avari spetta l’onore dell’invenzione della staffa. Nella settima sezione della mostra vengono presentate raffinate bardature in oro e argento per la testa dei cavalli, statuette votive in terracotta che evocano la figura del cavaliere, assieme a una placchetta decorativa che è appartenuta  a un principe slavo del VII secolo d. C. e che è divenuta il logo della mostra: i fori ai suoi lati univano originariamente due grifoni.

Brindisi, canti e danze
Il medico greco Ippocrate (460-370 a.C.) ci tramanda che i nomadi erano pingui, pigri e sempre di buon umore, disposti a fare brindisi alla fratellanza accompagnandoli a canti e danze. La vita aristocratica delle genti delle steppe si svolgeva nel lusso e nella raffinatezza proprio come quella dei nobili greci. Lo testimoniano i preziosi oggetti esposti nella ottava sala della mostra: corni potori decorati in oro, piatti, vasi e coppe di pregiata manifattura greca, pedine e scacchi in avorio assieme ai gioielli dovevano essere il risultato degli scambi con mercanti ellenici che si spingevano fino al Ponto Eusino (axeinos significa originariamente “inospitale”), nelle terre dell’attuale Crimea e della provincia di Odessa, per fondarvi colonie come quella di Olbia.
La mostra si chiude con gli oggetti legati a credenze magico-religiose e a diversi culti. Nella nona sala si possono ammirare specchi in bronzo con manici zoomorfi, vasi e coppe rituali di difficile interpretazione, un elaborato coronamento d’asta con la raffigurazione di una divinità scitica denominata Papai, caratterizzato da numerosi pendagli. Per entrare nell’area del sacro ci voleva un vero e proprio lasciapassare al quale provvedevano gli sciamani, persone che conoscevano così bene le forze naturali che governano i cicli della vita da riuscire a mettere in contatto la realtà quotidiana con quella soprannaturale. Altri preziosi manufatti risalgono al periodo della cristianizzazione delle steppe orientali, coincidente con il Principato Rus di Kiev (fine del IX secolo), che rappresenta la prima formazione statale delle popolazioni slave oltre il Mar Nero.

Cinzia Polino

seconda parte / segue 

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