

Il carro è anche uno dei temi conduttori del periodo nomade, poiché gli spostamenti avvenivano su mezzi a ruote, che si trasformavano in una tenda o yurta, in legno e feltro. Ancora oggi le ultime popolazioni semi-nomadi degli altopiani dell’Altaj (al confine tra Russia, Kazakstan, Mongolia e Cina), che vivono di pastorizia transumante, hanno per abitazione yurta non dissimili da quelle dei loro antenati.
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Arte animalistica e antropomorfa
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Amazzoni e arcieriSembrano usciti dai laboratori di orafi contemporanei particolarmente originali, e invece hanno oltre venticinque secoli i gioielli delle principesse delle steppe pontiche. Come i loro compagni, venivano tumulate con il corredo di ori e argenti, che impreziosivano pure le loro vesti. Occasionalmente nelle sepolture femminili, soprattutto dell’area di influenza degli Sciti, sono state trovate armi, e alcune analisi medico-antropologiche confermano che anche le donne avevano combattuto. Il mito delle amazzoni trova quindi una corrispondenza archeologica. Nella quinta sezione della mostra si possono ammirare collane e pendenti che uniscono all’oro la luminosità multicolore delle pietre dure quali la corniola, il turchese, il granato, il cristallo di rocca e le paste vitree policrome. Un esempio fra tutti l’incantevole girocollo con pendente a farfalla del I secolo d. C., che si richiama a un modello documentato nella tomba di una principessa dei Sarmati, e il cui motivo figurativo è di stile mediterraneo. Spade rivestite d’oro, una faretra per arco e frecce, elmi, cinture ornate, pettorali ricamati in oro, argento e pietre preziose costituiscono invece il corredo dei principi nella sesta sezione della mostra, dove si trova anche un probabile scettro in oro, un sigillo in pietra per sancire trascrizioni economiche, e monete auree.
I cavalieri delle steppe

Brindisi, canti e danze
Il medico greco Ippocrate (460-370 a.C.) ci tramanda che i nomadi erano pingui, pigri e sempre di buon umore, disposti a fare brindisi alla fratellanza accompagnandoli a canti e danze. La vita aristocratica delle genti delle steppe si svolgeva nel lusso e nella raffinatezza proprio come quella dei nobili greci. Lo testimoniano i preziosi oggetti esposti nella ottava sala della mostra: corni potori decorati in oro, piatti, vasi e coppe di pregiata manifattura greca, pedine e scacchi in avorio assieme ai gioielli dovevano essere il risultato degli scambi con mercanti ellenici che si spingevano fino al Ponto Eusino (axeinos significa originariamente “inospitale”), nelle terre dell’attuale Crimea e della provincia di Odessa, per fondarvi colonie come quella di Olbia.
La mostra si chiude con gli oggetti legati a credenze magico-religiose e a diversi culti. Nella nona sala si possono ammirare specchi in bronzo con manici zoomorfi, vasi e coppe rituali di difficile interpretazione, un elaborato coronamento d’asta con la raffigurazione di una divinità scitica denominata Papai, caratterizzato da numerosi pendagli. Per entrare nell’area del sacro ci voleva un vero e proprio lasciapassare al quale provvedevano gli sciamani, persone che conoscevano così bene le forze naturali che governano i cicli della vita da riuscire a mettere in contatto la realtà quotidiana con quella soprannaturale. Altri preziosi manufatti risalgono al periodo della cristianizzazione delle steppe orientali, coincidente con il Principato Rus di Kiev (fine del IX secolo), che rappresenta la prima formazione statale delle popolazioni slave oltre il Mar Nero.
Cinzia Polino
seconda parte / segue
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