Mercoledì, 30 Maggio 2012

Sulle strade di Charleston: reportage dal South Carolina

charleston_ante Quando atterrammo a Charleston, South Carolina, ci accorgemmo subito che il tempo era tutta un'altra cosa, rispetto al Maryland e alla Pennsylvania, da cui arrivavamo. Se lì la primavera era appena agli inizi, qui era quasi sfacciata.
Massimo Maggiari, scrittore e docente di Studi Italiani al College of Charleston, ci aspettava nella sala degli arrivi. Era la prima volta che ci incontravamo, dopo numerosi scambi di e-mail e varie chiacchierate via Skype. Avevo letto il suo Dalle terre del Nord (ed. Vivalda), un bel libro sulle solitudini sub-polari e alpine, e lui era rimasto incuriosito dalle mie ricerche tolkieniane e dalle mie attività letterarie su internet e non. Così mi aveva invitato a parlare ai suoi studenti, non solo di fantasy, ma anche del mestiere di scrittore in Italia, oggi.
Massimo, appassionato di sciamanesimo, porta sempre il suo tamburo inuit, nel sedile posteriore dell'auto. Lo picchiettò subito, per darci in benvenuto. Poi partimmo verso la città. Tutt'intorno c'erano un'atmosfera e un paesaggio pre-tropicali. Vegetazione abbondante e fiumi larghi, che sapevano di oceano. Infine arrivammo in centro.
Le strade di Charleston, dove fu girato il celeberrimo film Via col vento, avevano un'ombra di antico e quasi di trascurato, fuso a tal punto con la sua bellezza tra il classico e il coloniale che non si sarebbe potuta individuare la linea di confine.
Il cielo era gonfio, ma non c'erano nuvole cattive; solo un senso di umidità rappresa. L'aria era pregna di verde. Giardini, villette che evocavano anni passati di segregazione razziale e un sentore di disordine, tra il livornese e l'africano. Un posto di mare, anche se l'oceano è un po' più in là - il cuore del nucleo urbano è compreso in una sorta di triangolo tra l'estuario del fiume Ashley e quello del fiume Cooper, che qui confluiscono.
charleston_natura
Una cornice elegante ma scanzonata, come pareva di percepire nei movimenti delle persone e nella musica - chi non conosce il charleston, ballo famoso soprattutto negli anni '20?
Tanti studenti in giro, nella zona intorno alla sede centrale del college, con le sue rosate colonne neoclassiche - qui sono state girate varie scene di The Patriot, film di Roland Emmerich con Mel Gibson.
Il nostro alloggio era lì vicino, in una villetta dipinta di bianco, con davanti le tipiche sedie a dondolo del Sud degli Stati Uniti. Lasciammo le valigie, e poi via a cena con Massimo e la sua figlia più grande, fuori dal centro, a Mount Pleasant. Campi, canneti e un canale pieno di barche. 
Il giorno dopo, l'incontro con gli studenti andò bene. Parlammo di un sacco di cose, non ultimi i blog La Poesia e lo Spirito e Nazione Indiana (leggi qui e qui). Un piacevolissimo scambio di idee, in un ambiente che univa alla competenza delle persone la semplicità dei modi. Ebbi poi l'opportunità, sempre grazie al mio amico professore, di fare un'intervista al Dr. Lee Irwin, Direttore del Dipartimento di Studi Religiosi, imperniata sul suo libro The Alchemy of the Soul, sull'arte della creatività spirituale e i cammini di trasformazione dell'anima. Fu una giornata piena e stimolante, che concludemmo con una passeggiata sull'estuario congiunto dei due fiumi, vicino a casa di Massimo, su una spiaggia erbosa dove soffiava il vento e la gente faceva parasailing.
L'ultimo giorno a Charleston ci donò delle folate di magia ambientale. Passammo la mattina a girare intorno a King Street, la strada principale del centro, con i suoi negozi, e a Marion Square, un tempo detta Citadel Green, perché in un suo edificio (dal 1843 al 1922) c'era l'arsenale di stato.
charleston_1
Ancora una volta, provavo la strana sensazione di trovarmi in un luogo tipo il Sudafrica, forse perché suggestionato dalle lontane memorie d'infanzia di Tolkien, che avevo lette nel suo epistolario. Il cielo era carico di un blu più intenso che altrove. Anche la gente che camminava per strada aveva un che di flessuoso, un modo di muoversi plastico e placido, da gente del Sud. A una donna nera in un distributore di benzina chiedemmo dove fosse la più vicina agenzia di autonoleggio. Ce lo indicò con delle unghie lunghissime e dipinte.

Charlestown

Una volta fissata la macchina per l'indomani, incontrammo Massimo, che ci portò a Charlestown (o Charles Towne), l'originario insediamento coloniale inglese (creato nel 1670), a qualche chilometro dalla città odierna, in una zona immersa nella vegetazione e ancora popolata - in parte - da coccodrilli e tartarughe capaci di staccare un dito con un morso. Il percorso di visita, peraltro, era ben curato, e partiva da un museo con pannelli esplicativi e riproduzioni a grandezza naturale di scene di vita degli indigeni e dei primi coloni. Poi proseguiva nella vegetazione, e comprendeva voliere e gabbie con animali più e meno feroci. Un tuffo nel passato prima del passato, in quell'eterno seno della natura che è il bacino da cui nascono leggende e remote tradizioni ai confini con la spiritualità.
Tornammo in albergo e, fatta una doccia, andammo a cena al self-service degli studenti. Per 8 $ si poteva mangiare a volontà, da primi piatti a insalate, dalla carne ai dolci. Atmosfera rilassata, gente giovane e tranquilla. Ad un tratto, per errore, mi trovai a schivare la coda per le tagliatelle, e la signora che serviva me lo fece notare. Non mi andava poi così tanto di provare quella pasta, così tornai al tavolo; avrei preso qualcos'altro più tardi. Tempo un minuto, e il ragazzo a cui prima stavo passando davanti mi portò un piatto bello fumante. Massima spontaneità, come se fosse la cosa più scontata del mondo.
Poi facemmo un giro a piedi nel cosiddetto French Quarter ("quartiere francese"), delimitato da Meeting Street, S. Market Street, Tradd Street e il Waterfront Park.
charleston_oldmarket
Al centro di questo quadrilatero, la suadente Chalmers Street, in acciottolato, fiancheggiata da tipiche abitazioni del Sud, in legno verniciato e dalla raffinata eleganza. Qui si trova l'Old Slave Mart Museum, dove un tempo c'era il mercato degli schiavi. Tutt'intorno, negozietti-gioiello e gallerie d'arte.

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E un silenzio che, verso il tramonto, si tingeva di perla. Passeggiammo ancora sul vicino lungofiume, con le acque limacciose e il sentore di palude che ci accompagnavano. Dondoli su un pontile di legno. Poi il rientro in albergo, nella luce di lapislazzulo della prima notte. Giardini prima intravisti di sfuggita, che ora si accendevano di luci intime e si rivelavano come tesori segreti. Ai margini di qualche abitazione, gruppetti di turisti con una guida che teneva in mano una lanterna e parlava in tono sommesso. Erano i ghost tour, le visite imperniate su presunti luoghi popolati da fantasmi.
Entrammo in un cinema in stile liberty e sostammo davanti alla vetrina di un negozio di arredi per la casa che emanava un'atmosfera curatissima, quasi rarefatta. Lungo tutta King Street, i contorni delle cose erano netti come in un quadro di Edgar Hopper. Ma senza quella malinconia residuale di vita metropolitana. Solo con un senso di vuoto cosmico, che sembrava rimandare alla luce delle stelle.

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Testo e foto di Giovanni Agnoloni

Ho realizzato questo viaggio, queste foto e questi filmati con Agnieszka Moroz, che oggi non è più fisicamente con me, ma continua e continuerà sempre ad accompagnarmi. Tutto quello che scrivo, da oggi, è anche e soprattutto per lei.

In archivio:
- Gettysburg e dintorni: un viaggio tra Lincoln e Tolkien
- Massimo Maggiari canta l'esploratore Roald Amundsen
- Reportage: Dublino resta in bilico tra passato e futuro

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