"I millepiedi – recita un vecchio adagio – sono il più classico esempio della pigrizia dell’uomo, che non ha avuto la pazienza di contare fino a 340". Anche i miriapodi più dotati, infatti, arrivano a non più di 170 paia di zampette. Solo che giungere al termine della conta è abbastanza gravoso. Un discorso analogo si potrebbe avanzare a proposito delle Thousand Islands nordamericane. L’unica differenza è che, nel caso specifico, la fretta ha spinto il matematico di turno ad arrotondare i calcoli per difetto. D’altro lato, in questo frangente l’addizione era sicuramente complicata, tanto che si sono dovuti preventivamente concordare alcuni criteri generali. Si è ad esempio stabilito che ogni isola da inserire nella somma doveva rimanere sopra il pelo dell’acqua per tutti i 365 giorni dell’anno, superare almeno i 900 centimetri quadrati ed essere in grado di reggere almeno un albero o un cespuglio. In conclusione, le unità che soddisfano ognuna delle condizioni prefissate arrivano oggi alla cifra ufficiale di 1865.
Certo, alcuni esemplari vantano dimensioni ragguardevoli. Wolfe Island, la più grande, è lunga 29 chilometri e larga 9. Le persone residenti arrivano a 1200 e possono anche triplicare nelle stagioni più calde. Ha la chiesa del Sacro Cuore di Maria, un’industria di formaggi, ristoranti, gallerie d’arte e campi da golf. La seconda in graduatoria, ossia Howe Insland, raggiunge una lunghezza di 13 chilometri e una larghezza di 5. Il grosso dell’arcipelago, comunque, è costituito anche da semplici spuntoni di roccia e da lembi capaci di alloggiare qualche arbusto o al massimo un minuscolo cottage. Ed è in mezzo a un dedalo così intricato che passa il confine tra Canada e Stati Uniti stabilito nel 1793. Partendo dall’accordo che nessuna lingua di terreno deve essere spaccata in due, è saltata fuori una linea di demarcazione che distribuisce ai due Paesi press’a poco la stessa superficie ma che in compenso è tutto un zigzagare. Le guide segnalano situazioni paradossali, per non dire incredibili. C’è una famigliola che possiede una casupola e una dependance erette su due isolette vicine e collegate da un ponticello. Ebbene, la frontiera passa proprio dove c’è la passerella. Per cui, quando il marito litiga con la moglie, sbatte la porta e si dirige verso l’edificio accessorio esclamando: “Non ne posso proprio più e vado a vivere in un altro stato!”. E meno male che, durante il brevissimo tragitto per espatriare, non è costretto a mostrare il passaporto o a subire una perquisizione dei doganieri.
La partenza da Kingston
La visita della zona parte da Kingston, posta sulla costa orientale dell’Ontario. La città ha un glorioso passato, tanto che nel 1812 diviene la base della marina reale e nel 1841 è designata capitale della colonia britannica delle Province Unite canadesi. Nel 1844, però, considerata troppo esposta agli attacchi nemici, perde l’ambito ruolo a favore di Toronto e poi di Montreal e infine di Ottawa. Basta comunque scrutare la maestosa sede municipale, firmata dall’architetto Gorge Browne, per capire d’essere in un’urbe dai fastosi trascorsi.
Non meno monumentale appare il Royal military college, anche se sorto soltanto nel 1877. Di qui si parte lungo il San Lorenzo su imbarcazioni a due ordini gestite da diverse società. E pensare che, fino a non molti decenni or sono, per poter compiere un’escursione del genere occorreva chiedere un passaggio di fortuna a chi provvedeva alla distribuzione della corrispondenza. Anzi, sarebbe stato proprio un postino dotato di fiuto per gli affari a iniziare l’attività turistica con la compagnia Gananoque.
L’itinerario completo si esaurisce a Brockville, dopo un percorso di quasi 40 miglia. Ma basta poco per cogliere l’assoluta singolarità del luogo. Il letto del fiume, in alcuni tratti, si allarga al punto che sembra d’essere in alto mare. Ai lati si snodano scorci panoramici difficili da descrivere ma anche da dimenticare.

Non si può dire d’avere davanti agli occhi una natura incontaminata, perché si vedono le scie lasciate dai motoscafi e dai gommoni, lo sventolio delle bandiere nazionali issate in ogni angolo, le colorate torrette dei fari. Eppure si avverte come la sensazione d’essere in un mondo altro, quello abitato da tempo immemorabile e fino al Seicento dalle tribù Iroquesi degli Onondaga, dei Mohawks, degli Oneida, dei Seneca e dei Cayuga.

Stanziati su entrambi gli argini, abitavano nelle loro “longhouses” fatte di pali biforcuti conficcati in modo da formare un tetto arcuato e ricoperto di cortecce. Vivevano coltivando mais, fagioli e zucche, che chiamavano le tre sorelle. Praticavano la caccia e la pesca, affumicando le prede in eccesso per le provviste invernali. Si spostavano su piroghe e costruivano con incredibile abilità canestri e stuoie. A conferma dei capillari insediamenti esistono una quarantina di siti archeologici, che secondo alcuni etnologi risalirebbe a 7 mila anni or sono.
Il giardino del grande spirito
Sono stati loro a battezzare l’habitat con il termine “Manitouana”, che si può grosso modo tradurre con “Il giardino del grande spirito” e che esprime a suo modo un’istintiva visione panteistica della realtà. E quale luogo più di quello sarebbe stato in grado di trasmettere la sensazione della presenza di un’anima cosmica generatrice di vita? Gli unici rumori di fondo erano le nenie delle onde e lo stormire delle fronde. E nell’austero silenzio d’ogni giorno non doveva essere difficile ascoltare quanto possono sussurrare il firmamento, il sole, la luna, la vetta d’un monte, lo scorrere d’un ruscello, le stille della rugiada, il nido d’un passerotto. E con ogni creatura si poteva dialogare e comprendersi. Non si spiegherebbe altrimenti come i nativi d’un tempo praticassero ben 32 tipi di danza, comprese quelle dell’orso, del granoturco e persino del buio.
Le prime invasive forme di colonizzazione risalgono al 1553, con l’arrivo dell’esploratore Jacques Cartier. Dopo di lui giungono Samuel de Champlain, il conte Frontenac e Renè Robert Cavalier. Compaiono i couriers de bois, ossia i cacciatori che in canoa vanno verso l’ovest alla ricerca di pellicce. Poi prende il via l’abbattimento degli alberi ad alto fusto per la fornitura di legname alla Gran Bretagna. La richiesta aumenta con l’arrivo delle imbarcazioni a vapore, che necessitano sempre più di combustibile per le caldaie. Vaste aree vengono rapidamente disboscate, anche se una serie di provvedimenti restrittivi riesce in qualche modo a tamponare il fenomeno. Le misure più drastiche arrivano comunque nel 1904, con la proclamazione del St. Lawrence Islands National Park. Ad esso seguono quelli di Beau Rivage, Burnt, Endymion, Camelot, Gordon, Mulcaster e altri, per un totale odierno di quattordici zone protette. Ed è grazie alle severe misure di tutela che si salvano almeno in parte gli equilibri dell’ecosistema.
Seduzione elitaria e di massa
Qualche carta geografica attendibile viene abbozzata soltanto nel 1687 ad opera di Jean Desbayes, che da francese chiama tutta l’area Les Milles Iles. E nel 1816 l’idrografo William Fitzwilliam Owen completa la problematica opera di censimento suddividendo l’arcipelago in vari gruppi e battezzando tutte le isole con nomi inglesi di lord, ammiragli e vascelli. Frattanto il fascino della regione inizia ad ammaliare i viaggiatori. Il facile accesso da metropoli come New York, Boston, Montreal e Toronto trasforma ben presto le escursioni episodiche in vacanze estive. I primi ad essere sedotti sono senatori, banchieri e industriali. Poi le sollecitazioni dei media riescono a catturare l’attenzione di molte altre fasce. Tra i nomi più noti figurano personaggi come Pullman, inventore dell’omonimo vagone ferroviario, il finanziere John Jacob Astor ed Helena Rubenstein, produttrice di cosmetici d’alta qualità. Spuntano quindi le voluminose residenze signorili e persino qualche castello. 
Famoso è soprattutto il maniero fatto erigere da George Boldt ai primi del Novecento. L’uomo, nativo della Prussia, emigra a New York nel 1860. Da umile sguattero di bottega diviene uno degli individui più facoltosi dell’epoca. Investe la ricchezza nel settore immobiliare e si ritrova proprietario d’una catena di alberghi, tra cui il rinomatissimo Waldorf Astoria. Inguaribilmente innamorato della moglie Louise Kehrer, a un certo punto decide di acquistare l’intera Heart Island per costruire una rocca da dedicare alla sposa. Affida la progettazione allo studio di architettura GW&WD Hewitt e nel 1900 partono in grande stile i lavori, che vedono impegnati centinaia di addetti. Sorge il fortilizio, dotato di quattro torri angolari merlate e con copertura conica. Spunta l’ingresso di pietra, costituito da una specie di arco di trionfo con 4 colonne. Compare anche il magnifico giardino con tanto di gazebo. Però nel gennaio del 1904 giunge improvvisa la morte della dolce metà e il marito abbandona tutto. Per 73 anni il complesso resta in balìa dei vandali e subisce anche un incendio. Solo nel 1977 intervengono le autorità, che acquisiscono l’intero lascito e provvedono al restauro delle opere murarie.
Con tutta la buona volontà del mondo non è certo immaginabile un ritorno all’eden primordiale. Quanto ha attraversato indenne le vicissitudini dei secoli continua comunque a costituire uno scenario che non ha riscontri. Un poeta francese, alla vista dello spettacolo, parla d’un rosario sgranato nell’acqua, conferendo all’ambiente una nota quasi sacrale che forse è andata perduta per sempre. Di sicuro rimangono i giochi cromatici che sfumano dall’azzurro del cielo al verde della vegetazione, la quale intanto si riflette e mescola nel turchese dell’acqua. È una processione di betulle, aceri e pini, sotto cui trovano rifugio gli inquilini più disparati: dai castori ai caprioli, dalle alci alle volpi rosse, dai caribù ai procioni lavatori. E, in alcune aree, compare persino il cervo dalla coda bianca. Ancora più vari e numerosi, per via delle migrazioni, appaiono i volatili: dall’oca cigno alla strolaga, dall’airone alla ghiandaia azzurra, dall’oca colombaccio al gufo delle nevi. Se si ha un po’ di fortuna si può assistere alle prestazioni della sula, l’uccello tuffatore che si lancia in picchiata anche da altezze di 30 metri, s’immerge verticalmente e caccia le sue prede come un sub. E quando lungo la traversata la brezza accarezza i capelli si riesce come a riavvertire il respiro di “Manitù”, che annulla d’incanto il processo lineare del tempo rivitalizzando il mito niciano dell’eterno ritorno.
Testo di Lorenzo Iseppi
Foto di Roberto Armando
Didascalie:
- Isolotto abitato proprio in mezzo al fiume San Lorenzo
- Barca in transito presso un isolotto
- La sede municipale di Kingston, sorta nel 1844
- L’imbarcazione a due ordini che trasporta i turisti
- La torretta d’un faro e la bandiera rossa e bianca del Canada con al centro una foglia d’acero a 11 punte
- Abitazione attorniata da qualche albero
- Stabili con dependance collegati da un ponticello
- Le scie dei motoscafi che percorrono il fiume
- Un’abitazione a due piani
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