Che il sole dopo la neve
appaia, e le nuvole si tingano di rosso
come schiave: la neve sui tetti
un rossore colorirà, guancia di principessa…
(Attilio Bertolucci)
In un pomeriggio solatio di metà gennaio, ho deciso di percorrere il tratto da Dernice a San Sebastiano Curone del cosidddetto Cammino di Sant'Agostino: da lì è infatti passato, all'inizio dell'VIII secolo, il corteo guidato dal re longobardo Liutprando che ha portato il corpo del santo da Genova (dove era arrivato, via mare, da Sassari) a Milano e quindi a Pavia, ove è tuttora custodito. Il percorso segue la bassa Val Borbera, da Arquata fino a Pertuso, e poi sale, lungo la strada provinciale di Zebedassi e Vigoponzo, fino a Dernice; da qui va a San Sebastiano, seguendo un bel viottolo o carrareccia che nel mio testo sulla primavera in Val Curone avevo definito “il sentiero delle orchidee”.
Ho, in una borsa di tela che porto a tracolla, una copia de Le confessioni, per rifare in compagnia di queste parole che hanno varcato i secoli l’ultimo tragitto delle spoglie mortali del loro autore.
Non so come fosse Dernice allora; sicuramente le sue case erano già di sasso (l’unico materiale da costruzione disponibile) e dovevano per forza esserci una chiesa e una torre di osservazione (ove sorgono gli attuali ruderi del “castello”, il punto più elevato del borgo), dato che la messa in opera di tali postazioni di avvistamento risale all’ultimo periodo dell’Impero romano.
Di certo non c’era la canonica, sul cui architrave d’ingresso, in pietra dorata, è incisa la data 1584.

Immagino il corteo che lascia le case, le vede allontanarsi e quindi - dopo aver imboccato la stradina ove ora sorge una cappelletta, a destra della biforcazione - sparire dietro un dislivello del cammino.

Il sentiero corre in mezzo a due sponde di castagni fra i quali si inseriscono le punte di lancia verdi di alcuni ginepri, sale e scende aggirando o assecondando ciglioni chiazzati di roverelle e di cespugli denudati, o scavandosi il percorso tra due piccole alture per sfociare in un prato.
In alcuni tratti si aprono scorci dei rilievi che corrono verso nord (con qualche traccia di neve sui tufi) o del Giarolo, minutamente chiaroscurato dal sole obliquo, con ai piedi le vallette del Museglia e dell’Arzuola, le frazioni, la geometria irregolare dei coltivi. Qua e là, casolari rimpiccioliti dalla distanza.
Nei boschi spogli, la Natura poteva offrire già all’epoca alberi dalla forma curiosa, come di braccia imploranti: tronchi combattuti tra la forza di gravità e l’attrazione superiore della luce.

Si arriva ai ruderi di una cascina con arcate di finestre vagamente abbaziali, che all’epoca sicuramente non c’era, mentre potevano già esserci, probabilmente raggruppati in una costruzione, i blocchi di pietra che ora giacciono sparsi in disordine ai piedi di un tozzo pino silvestre.

Dopo un ultimo tratto, infossato sotto una cupola di arbusti, ecco apparire il borgo di San Sebastiano, accalcato in riva al Museglia come un gregge di pecore strette le une alle altre per proteggersi dal freddo.

Mi siedo in questo punto di osservazione ed apro il testo agostiniano ai primi capitoli, ove il santo scrittore riflette sul proprio trasferimento a Cartagine:
“Mi portavo dentro un’anima dilaniata e sanguinante, insofferente di essere portata da me; e non trovavo dove deporla. Non certo nei boschi ameni, nei giochi e nei canti, negli orti profumati, nei conviti sfarzosi, fra i piaceri dell’alcova e delle piume; sui libri infine e i poemi posava. (…) Il tempo non è inoperoso, non passa oziosamente sui nostri sentimenti. Agisce invece sul nostro animo in modo sorprendente. Ecco, veniva e trascorreva di giorno in giorno, e venendo e trascorrendo insinuava dentro di me nuove speranze, nuovi ricordi con paziente restauro ove alle antiche forme di piacere cedeva il recente dolore”.
Stile teso, compatto, sapientemente tormentato, anticipatore di tante pagine, anche novecentesche, sulle proprie lacerazioni interne. Per me invece, umile laico, i piccoli piaceri della vita materiale (a cominciare dalle “amene sembianze” di Natura) possono essere di grande conforto alle sofferenze dell’animo, sempre e comunque dovute a decisioni errate o insensibilità o cattiverie patite dall’esterno.
Scendo in paese per alcuni acquisti e poi risalgo a Dernice, ad osservare e fotografare il tramonto dal “castello”. Il paesaggio si staglia preciso, nitido di ombre e di luce radente, poi il sole scivola dietro la linea sinuosa del crinale in una incandescenza dorata e tenuemente madreperlacea, mentre la vegetazione sulle pendici del Giarolo si fa purpureo-violetta e, una volta che i raggi non la toccano più, livida e bluastra.
Diversi minuti dopo, alti cirri - radunatisi nel frattempo in lunghi brandelli paralleli sopra il paese, il “castello” e la “costa” con la val Borbera - si animano di una intensa luminosità rossastra che colpisce di carambola e rende fulvo l’intero paesaggio, esaltando di chiarore - analogamente a una corda di strumento che vibri per simpatia con un suono esterno - gli elementi già bruno-rossicci di loro, come i tetti, le pareti di mattoni a vista, le foglie delle roverelle.

Il mattino seguente, il sole sorge - un po’ a destra del vertice del Giarolo - opacizzato, velato, nascosto dalle spire di nebbia che salgono dal fondovalle quasi fossero un fronte nuvoloso. Stavolta trovo in Shakespeare il correlativo verbale di quest’immagine. Affacciato al parapetto in legno del muraglione davanti a casa, leggo le prime quartine del sonetto 33:
Più di un radioso mattino non ho forse visto
blandire le vette dei monti con sguardo sovrano,
baciare con aureo viso le verdi praterie,
dorare i pallidi rivi con alchimia divina:
ma tosto permettere a fumide nubi di stendersi
in triste velario sul suo volto celestiale,
e celare il suo sembiante al mondo desolato…

Sono fenomeni naturali ripetutisi, con infinite e minuscole differenze, per milioni e milioni di anni, eppure paiono ogni volta inediti, grazie alle sensazioni ricavate da chi li sa osservare. Ecco, è anche sviluppando questa capacità di apprezzare i dettagli del paesaggio che possiamo assicurarci una migliore qualità della vita e superare le nostre afflizioni: con buona pace di Sant’Agostino.
Marco Grassano
Qui trovate la cartina dell'area interessata dal Cammino.
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appaia, e le nuvole si tingano di rosso
come schiave: la neve sui tetti
un rossore colorirà, guancia di principessa…
(Attilio Bertolucci)
In un pomeriggio solatio di metà gennaio, ho deciso di percorrere il tratto da Dernice a San Sebastiano Curone del cosidddetto Cammino di Sant'Agostino: da lì è infatti passato, all'inizio dell'VIII secolo, il corteo guidato dal re longobardo Liutprando che ha portato il corpo del santo da Genova (dove era arrivato, via mare, da Sassari) a Milano e quindi a Pavia, ove è tuttora custodito. Il percorso segue la bassa Val Borbera, da Arquata fino a Pertuso, e poi sale, lungo la strada provinciale di Zebedassi e Vigoponzo, fino a Dernice; da qui va a San Sebastiano, seguendo un bel viottolo o carrareccia che nel mio testo sulla primavera in Val Curone avevo definito “il sentiero delle orchidee”.
Ho, in una borsa di tela che porto a tracolla, una copia de Le confessioni, per rifare in compagnia di queste parole che hanno varcato i secoli l’ultimo tragitto delle spoglie mortali del loro autore.
Non so come fosse Dernice allora; sicuramente le sue case erano già di sasso (l’unico materiale da costruzione disponibile) e dovevano per forza esserci una chiesa e una torre di osservazione (ove sorgono gli attuali ruderi del “castello”, il punto più elevato del borgo), dato che la messa in opera di tali postazioni di avvistamento risale all’ultimo periodo dell’Impero romano.
Di certo non c’era la canonica, sul cui architrave d’ingresso, in pietra dorata, è incisa la data 1584.

Immagino il corteo che lascia le case, le vede allontanarsi e quindi - dopo aver imboccato la stradina ove ora sorge una cappelletta, a destra della biforcazione - sparire dietro un dislivello del cammino.

Il sentiero corre in mezzo a due sponde di castagni fra i quali si inseriscono le punte di lancia verdi di alcuni ginepri, sale e scende aggirando o assecondando ciglioni chiazzati di roverelle e di cespugli denudati, o scavandosi il percorso tra due piccole alture per sfociare in un prato.
In alcuni tratti si aprono scorci dei rilievi che corrono verso nord (con qualche traccia di neve sui tufi) o del Giarolo, minutamente chiaroscurato dal sole obliquo, con ai piedi le vallette del Museglia e dell’Arzuola, le frazioni, la geometria irregolare dei coltivi. Qua e là, casolari rimpiccioliti dalla distanza.
Nei boschi spogli, la Natura poteva offrire già all’epoca alberi dalla forma curiosa, come di braccia imploranti: tronchi combattuti tra la forza di gravità e l’attrazione superiore della luce.

Si arriva ai ruderi di una cascina con arcate di finestre vagamente abbaziali, che all’epoca sicuramente non c’era, mentre potevano già esserci, probabilmente raggruppati in una costruzione, i blocchi di pietra che ora giacciono sparsi in disordine ai piedi di un tozzo pino silvestre.

Dopo un ultimo tratto, infossato sotto una cupola di arbusti, ecco apparire il borgo di San Sebastiano, accalcato in riva al Museglia come un gregge di pecore strette le une alle altre per proteggersi dal freddo.

Mi siedo in questo punto di osservazione ed apro il testo agostiniano ai primi capitoli, ove il santo scrittore riflette sul proprio trasferimento a Cartagine:
“Mi portavo dentro un’anima dilaniata e sanguinante, insofferente di essere portata da me; e non trovavo dove deporla. Non certo nei boschi ameni, nei giochi e nei canti, negli orti profumati, nei conviti sfarzosi, fra i piaceri dell’alcova e delle piume; sui libri infine e i poemi posava. (…) Il tempo non è inoperoso, non passa oziosamente sui nostri sentimenti. Agisce invece sul nostro animo in modo sorprendente. Ecco, veniva e trascorreva di giorno in giorno, e venendo e trascorrendo insinuava dentro di me nuove speranze, nuovi ricordi con paziente restauro ove alle antiche forme di piacere cedeva il recente dolore”.
Stile teso, compatto, sapientemente tormentato, anticipatore di tante pagine, anche novecentesche, sulle proprie lacerazioni interne. Per me invece, umile laico, i piccoli piaceri della vita materiale (a cominciare dalle “amene sembianze” di Natura) possono essere di grande conforto alle sofferenze dell’animo, sempre e comunque dovute a decisioni errate o insensibilità o cattiverie patite dall’esterno.
Scendo in paese per alcuni acquisti e poi risalgo a Dernice, ad osservare e fotografare il tramonto dal “castello”. Il paesaggio si staglia preciso, nitido di ombre e di luce radente, poi il sole scivola dietro la linea sinuosa del crinale in una incandescenza dorata e tenuemente madreperlacea, mentre la vegetazione sulle pendici del Giarolo si fa purpureo-violetta e, una volta che i raggi non la toccano più, livida e bluastra.
Diversi minuti dopo, alti cirri - radunatisi nel frattempo in lunghi brandelli paralleli sopra il paese, il “castello” e la “costa” con la val Borbera - si animano di una intensa luminosità rossastra che colpisce di carambola e rende fulvo l’intero paesaggio, esaltando di chiarore - analogamente a una corda di strumento che vibri per simpatia con un suono esterno - gli elementi già bruno-rossicci di loro, come i tetti, le pareti di mattoni a vista, le foglie delle roverelle.

Il mattino seguente, il sole sorge - un po’ a destra del vertice del Giarolo - opacizzato, velato, nascosto dalle spire di nebbia che salgono dal fondovalle quasi fossero un fronte nuvoloso. Stavolta trovo in Shakespeare il correlativo verbale di quest’immagine. Affacciato al parapetto in legno del muraglione davanti a casa, leggo le prime quartine del sonetto 33:
Più di un radioso mattino non ho forse visto
blandire le vette dei monti con sguardo sovrano,
baciare con aureo viso le verdi praterie,
dorare i pallidi rivi con alchimia divina:
ma tosto permettere a fumide nubi di stendersi
in triste velario sul suo volto celestiale,
e celare il suo sembiante al mondo desolato…

Sono fenomeni naturali ripetutisi, con infinite e minuscole differenze, per milioni e milioni di anni, eppure paiono ogni volta inediti, grazie alle sensazioni ricavate da chi li sa osservare. Ecco, è anche sviluppando questa capacità di apprezzare i dettagli del paesaggio che possiamo assicurarci una migliore qualità della vita e superare le nostre afflizioni: con buona pace di Sant’Agostino.
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