Terza e ultima parte del reportage sulla Maremma di Marco Grassano.
La prima potete leggerla qui, la seconda qui.
Nel pomeriggio, non essendo praticabile l’itinerario A4, percorro tutta la spiaggia verso sud, fin dove questa, poco prima della Cala di Forno, viene interrotta, contro il mare, dalla falesia rossa, in un punto che pare un cumulo di piccoli sassi grigi a spigoli vivi. Cercando di prelevarne uno ci si accorge però che sono saldati o incollati fra loro dalla stessa materia scabra e rossastra che costituisce la roccia principale. Il cielo è puro, tranne che per qualche lieve nuvoletta che indugia sui ciglioni meridionali, ma la luce appare meno abbacinante che ad Assisi, e si stenta a distinguere, nella foschia del mare, Argentario e Isola del Giglio.
Facciamo il giro in “carrozza”: in realtà un carro che ricorda vagamente quello dei pionieri americani, eccetto che per le ruote, più piccole e gommate. Ci trainano le cavalle Flora e Selva, di razza italiana, muscolosi animali adatti per il tiro pesante rapido (TPR). Il cocchiere è Raul e la guida Enrico.

Mentre trottiamo per la campagna, vediamo in azione alcune pompe a vento per l’estrazione dell’acqua (brevetto di un grossetano che ha avuto successo anche oltreoceano), rasentiamo cavalli e bovini, che pascolano accompagnati – come avviene, poco oltre, ai daini – da aironi guardabuoi (con i quali vivono in simbiosi: gli erbivori alzano gli insetti di cui l’airone si ciba, e questo li libera dai parassiti), osserviamo lepri orecchiute nascoste fra i girasoli e una complessa gabbia per la cattura dei cinghiali.
Nel Bosco del Luccio, che attraversiamo, lo scorso anno sono nati due lupacchiotti; è anche zona di caccia per la poiana e per il biancone. Vediamo pungenti cespugli di marruca, detta lacrima Christi (perché con essa sarebbe stata intrecciata la corona di spine): una pianta palestinese importata per delimitare i pascoli (ma doveva essere già nota ai Romani, al punto di ispirare il cognome di Asinio Marrucino). I cardi mariani stanno per fiorire: il viola dei petali si affaccia già sulla loro cima. Il muro di pietra alla nostra sinistra è lo stesso che, dall’altra parte del colle, delimita il bosco del percorso A6, e infatti è lungo undici chilometri. Sulla roccia, un olivo bonsai. Sfioriamo un pero selvatico armato di spine, ed osserviamo, sui pendii esposti ad ovest, cespi di giovani ginestre ancora abbondantemente fiorite. In un fosso vicino al viale rettilineo che conduce a Marina di Alberese, un esemplare di testuggine comune, Testudo hermanni: viva, almeno speriamo.

Andiamo in macchina a Talamone, per visitare l’interessante acquario dedicato alla fauna ittica locale. Saliamo poi alla Torre ed osserviamo la laguna di Orbetello. Sotto, a destra, una variegata scogliera riluce sulle onde che la bagnano. Torniamo ad Alberese attraverso un percorso di stradine perse nella campagna piatta. In un grande canale, al nostro passaggio, un airone cinerino si invola e alcune anatrelle si tuffano. Inerpicate sui rilievi a sinistra, anche se curiosamente rivolte verso l’entroterra, alcune torri, non sappiamo se di avvistamento o altro.
Raggiungo Marina di Alberese in bicicletta, seguendo la bella pista che inizia lungo la provinciale bordata di ulivi e poi svolta a snodarsi nella pianura tra pascoli e canali di deflusso. Scatto qualche foto, in particolare ad una piccola volpe praticamente domestica che viene ad accucciarsi di fronte a me, contro la spalliera in mattoni di un ponticello. Le cicale stridono a tutta forza sui pini.

Percorro a piedi il recentemente asfaltato e un po’ monotono sentiero A7, fino al tratto terminale del corso dell’Ombrone. Si vedono, da entrambi i lati del sentiero, le tracce dell’alluvione dello scorso autunno, durante la quale è andato distrutto l’osservatorio ornitologico in legno (ne rimane un cumulo informe di assi e travi). Ritorno seguendo l’argine di protezione appena realizzato e quindi la spiaggia. Un capanno si nasconde tra i viluppi della vegetazione, a ridosso della riva del fiume e quasi in corrispondenza della foce. Uno stormo di garzette si leva, al mio approssimarsi, da uno stagno fangoso sul lato interno e va a posarsi qualche decina di metri più in là. Un gabbiano morto dondola a becco aperto sulla battigia. Rientrando, mi fermo a scattare qualche immagine dei canali (un modesto omaggio Luigi Ghirri) e a fissare uno scorcio di roccia sormontata da cespugli xerofili e sottolineata da canne palustri.

Prima di cena passeggio nell’agriturismo, salutando mentalmente i tre cigni neri che emettono, dallo stagno vicino alla piscina, il loro strano verso, le rane che si zittiscono e si immergono con circospezione per osservarmi, le caprette, i conigli, le galline, i due cani (quello più grande, nero, e l’affettuoso lupetto dalle gambe corte), i due gatti (il maschio selvatico e la femmina, incinta e coccolona). Mentre mangiamo, il sole tramonta rosso sulla campagna bonificata e colpisce, con gli ultimi raggi, i volti di alcuni commensali.
Più tardi, al buio, vado a sedermi su una delle panchine della “Via dell’Amore”: un vialetto di ulivi intervallati a ginestre, allori, mirti, lavande selvatiche pallide e grigiastre, piccoli rosmarini. Un paio di lampadine abilmente disposte rende una luce tenuissima, che consente di camminare in sicurezza ma che non disturba minimamente la contemplazione del cielo spolverato di stelle. La visione è nitida, precisa, circolare: la volta celeste si mostra in tutta la sua stupefacente profondità e minuzia, dagli astri più grandi a quelli che paiono polvere o fumo.
Mi ci ero già seduto nel primo mattino, dopo aver camminato sull’erba falciata fino ai filari di vigna dai quali la sempre attiva Rosaria aveva appena reciso i pampini più bassi, in modo da permettere ai grappoli pendenti, fitti e grossi, di essere raggiunti dal tocco maturatore del sole. E vi avevo letto alcuni grandi versi di Leopardi, lucidamente anticipatori di questa visione serale:
Seggo la notte e su la mesta landa
in purissimo azzurro
veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro
per lo voto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch’a lor paiono un punto,
e sono immense, in guisa
che un punto a petto lor son terra e mare
veracemente; a cui
l’uomo non pur, ma questo
globo ove l’uomo è nulla,
sconosciuto è del tutto; e quando miro
quegli ancor più senz’alcun fin remoti
nodi quasi di stelle,
ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
e non la terra sol, ma tutte in uno,
del numero infinite e della mole,
con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
o sono ignote, o così paion come
essi alla terra, un punto
di luce nebulosa...
(terza parte - fine)
Marco Grassano
Prima parte: A spasso in Maremma tra Roselle e Alberese in compagnia delle cicale
Seconda parte: Attraversare la Maremma di torre in torre, sulle orme di Rutilio
Didascalie:
- Gita in carrozza nei boschi
- Garzette si involano alla foce dell'Ombrone
- Volpe "domestica" sulla pista ciclabile
- Xerofile e palustri attorno a una roccia
La prima potete leggerla qui, la seconda qui.
Nel pomeriggio, non essendo praticabile l’itinerario A4, percorro tutta la spiaggia verso sud, fin dove questa, poco prima della Cala di Forno, viene interrotta, contro il mare, dalla falesia rossa, in un punto che pare un cumulo di piccoli sassi grigi a spigoli vivi. Cercando di prelevarne uno ci si accorge però che sono saldati o incollati fra loro dalla stessa materia scabra e rossastra che costituisce la roccia principale. Il cielo è puro, tranne che per qualche lieve nuvoletta che indugia sui ciglioni meridionali, ma la luce appare meno abbacinante che ad Assisi, e si stenta a distinguere, nella foschia del mare, Argentario e Isola del Giglio.
Facciamo il giro in “carrozza”: in realtà un carro che ricorda vagamente quello dei pionieri americani, eccetto che per le ruote, più piccole e gommate. Ci trainano le cavalle Flora e Selva, di razza italiana, muscolosi animali adatti per il tiro pesante rapido (TPR). Il cocchiere è Raul e la guida Enrico.

Mentre trottiamo per la campagna, vediamo in azione alcune pompe a vento per l’estrazione dell’acqua (brevetto di un grossetano che ha avuto successo anche oltreoceano), rasentiamo cavalli e bovini, che pascolano accompagnati – come avviene, poco oltre, ai daini – da aironi guardabuoi (con i quali vivono in simbiosi: gli erbivori alzano gli insetti di cui l’airone si ciba, e questo li libera dai parassiti), osserviamo lepri orecchiute nascoste fra i girasoli e una complessa gabbia per la cattura dei cinghiali.
Nel Bosco del Luccio, che attraversiamo, lo scorso anno sono nati due lupacchiotti; è anche zona di caccia per la poiana e per il biancone. Vediamo pungenti cespugli di marruca, detta lacrima Christi (perché con essa sarebbe stata intrecciata la corona di spine): una pianta palestinese importata per delimitare i pascoli (ma doveva essere già nota ai Romani, al punto di ispirare il cognome di Asinio Marrucino). I cardi mariani stanno per fiorire: il viola dei petali si affaccia già sulla loro cima. Il muro di pietra alla nostra sinistra è lo stesso che, dall’altra parte del colle, delimita il bosco del percorso A6, e infatti è lungo undici chilometri. Sulla roccia, un olivo bonsai. Sfioriamo un pero selvatico armato di spine, ed osserviamo, sui pendii esposti ad ovest, cespi di giovani ginestre ancora abbondantemente fiorite. In un fosso vicino al viale rettilineo che conduce a Marina di Alberese, un esemplare di testuggine comune, Testudo hermanni: viva, almeno speriamo.

Andiamo in macchina a Talamone, per visitare l’interessante acquario dedicato alla fauna ittica locale. Saliamo poi alla Torre ed osserviamo la laguna di Orbetello. Sotto, a destra, una variegata scogliera riluce sulle onde che la bagnano. Torniamo ad Alberese attraverso un percorso di stradine perse nella campagna piatta. In un grande canale, al nostro passaggio, un airone cinerino si invola e alcune anatrelle si tuffano. Inerpicate sui rilievi a sinistra, anche se curiosamente rivolte verso l’entroterra, alcune torri, non sappiamo se di avvistamento o altro.
Raggiungo Marina di Alberese in bicicletta, seguendo la bella pista che inizia lungo la provinciale bordata di ulivi e poi svolta a snodarsi nella pianura tra pascoli e canali di deflusso. Scatto qualche foto, in particolare ad una piccola volpe praticamente domestica che viene ad accucciarsi di fronte a me, contro la spalliera in mattoni di un ponticello. Le cicale stridono a tutta forza sui pini.

Percorro a piedi il recentemente asfaltato e un po’ monotono sentiero A7, fino al tratto terminale del corso dell’Ombrone. Si vedono, da entrambi i lati del sentiero, le tracce dell’alluvione dello scorso autunno, durante la quale è andato distrutto l’osservatorio ornitologico in legno (ne rimane un cumulo informe di assi e travi). Ritorno seguendo l’argine di protezione appena realizzato e quindi la spiaggia. Un capanno si nasconde tra i viluppi della vegetazione, a ridosso della riva del fiume e quasi in corrispondenza della foce. Uno stormo di garzette si leva, al mio approssimarsi, da uno stagno fangoso sul lato interno e va a posarsi qualche decina di metri più in là. Un gabbiano morto dondola a becco aperto sulla battigia. Rientrando, mi fermo a scattare qualche immagine dei canali (un modesto omaggio Luigi Ghirri) e a fissare uno scorcio di roccia sormontata da cespugli xerofili e sottolineata da canne palustri.

Prima di cena passeggio nell’agriturismo, salutando mentalmente i tre cigni neri che emettono, dallo stagno vicino alla piscina, il loro strano verso, le rane che si zittiscono e si immergono con circospezione per osservarmi, le caprette, i conigli, le galline, i due cani (quello più grande, nero, e l’affettuoso lupetto dalle gambe corte), i due gatti (il maschio selvatico e la femmina, incinta e coccolona). Mentre mangiamo, il sole tramonta rosso sulla campagna bonificata e colpisce, con gli ultimi raggi, i volti di alcuni commensali.
Più tardi, al buio, vado a sedermi su una delle panchine della “Via dell’Amore”: un vialetto di ulivi intervallati a ginestre, allori, mirti, lavande selvatiche pallide e grigiastre, piccoli rosmarini. Un paio di lampadine abilmente disposte rende una luce tenuissima, che consente di camminare in sicurezza ma che non disturba minimamente la contemplazione del cielo spolverato di stelle. La visione è nitida, precisa, circolare: la volta celeste si mostra in tutta la sua stupefacente profondità e minuzia, dagli astri più grandi a quelli che paiono polvere o fumo.
Mi ci ero già seduto nel primo mattino, dopo aver camminato sull’erba falciata fino ai filari di vigna dai quali la sempre attiva Rosaria aveva appena reciso i pampini più bassi, in modo da permettere ai grappoli pendenti, fitti e grossi, di essere raggiunti dal tocco maturatore del sole. E vi avevo letto alcuni grandi versi di Leopardi, lucidamente anticipatori di questa visione serale:
Seggo la notte e su la mesta landa
in purissimo azzurro
veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro
per lo voto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch’a lor paiono un punto,
e sono immense, in guisa
che un punto a petto lor son terra e mare
veracemente; a cui
l’uomo non pur, ma questo
globo ove l’uomo è nulla,
sconosciuto è del tutto; e quando miro
quegli ancor più senz’alcun fin remoti
nodi quasi di stelle,
ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
e non la terra sol, ma tutte in uno,
del numero infinite e della mole,
con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
o sono ignote, o così paion come
essi alla terra, un punto
di luce nebulosa...
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