Seconda e ultima parte del reportage di Marco Grassano su Assisi. La prima potete leggerla a qui.
Il viaggio a Santa Maria degli Angeli è breve e agevole: l’enorme costruzione costituisce un punto di riferimento individuabile ovunque. Di fianco alla basilica, una pavimentazione di mattoni “sponsorizzati” ognuno da un cittadino. Uno dei nomi – di un signore valenzano – mi è noto. La Porziuncola e la vicina Cappella del Trapasso (dove San Francesco è morto) sono qui contenute come modellini in un museo, ma è proprio il contrasto tra la grandezza dell’involucro e la loro minuscola semplicità a tenere viva la forza della suggestione che ancora esercitano. Il percorso interno ci porta ad alcuni angoli emblematici del francescanesimo: il giardino delle rose, dove una statua ricorda la “conversione” dell’agnello (che belava accompagnando le preghiere e i canti dei monaci), o la cappella delle rose, sotto la quale, nell’angusto spazio circoscritto da un bassissimo arco che sostiene il pavimento, il santo dormiva.
Alla chiesa del Sacro Tugurio stanno celebrando un matrimonio (annunciato dalle infiocchettature già notate in mattinata), e la porta principale si apre brevemente per lasciar uscire gli sposi, consentendo la vista della venerabile casupola anche dall’esterno. Gli invitati iniziano a lanciare riso e a sparare petardi. In quel momento transita un corteo di moto d’epoca, tra le quali una dell’esercito tedesco nella seconda guerra mondiale (montata da un soldato in divisa corrispondente, con tanto di elmetto avvolto in una rete mimetica); la moto inizia a scoppiettare, mescolando le sue detonazioni a quelle esplose per i festeggiamenti nuziali.

L’Eremo dei Carcerati si trova a 830 metri di altitudine, un po’ come Lunassi (e in effetti i suoi verdissimi e ombrosi sentieri interni ricordano molto quello della fontana del borgo valcuronese). Il bosco montano è però a lecceto, non a faggeta come in Val Curone. Lasciamo la macchina nell’apposita piazzola, profumata dalle ginestre che la circondano di spruzzi di un giallo abbacinante. All’interno delle mura, e fra gli alberi, spazi di preghiera ricavati un po’ dovunque, semplicemente posizionando alcune panche di rozzo legno di fronte a un altrettanto rozzo tavolo che funge da altare. Contro una roccia, le statue in bronzo di San Francesco e di due confratelli rivolti verso l’alto ad osservare e misurare, accostando pollice e indice, “sora Luna e le Stelle” che il Signore ha “formate in cielo clarite e preziose e belle”. Il centro dell’eremo è però costituito da alcuni locali strettissimi, cui si accede da porticine alte un metro e larghe in proporzione (come nel Santo Sepolcro descritto da Robert Byron a pagina 43 de La via per l’Oxiana (Adelphi), dove non a caso compaiono “tre francescani inginocchiati”). In uno di questi bugigattoli, si vede una lastra di pietra, cintata da un cordone: viene da pensare che fosse il giaciglio del Santo, durante i soggiorni quassù.
Da qui, a piedi, decidiamo di salire sul monte Subasio, 1125 metri. Proseguiamo lungo la provinciale (praticamente deserta) fino all’imbocco del sentiero CAI numero 60, “Sassopiano”. Ancora ginestre. Fiori di cisto rosa e di cisto bianco. Strada fiancheggiata da pini altissimi, certamente piantumati, visto che crescono ad aree omogenee. Pini anche durante la salita, finché la vegetazione inizia gradualmente a diradarsi e a farsi spontanea. Arriviamo ai roccioni e ai prati di vetta che li sovrastano. Diversi cavalli “ammusano” stretti attorno alla croce e al mucchietto di sassi dove termina il sentiero, probabilmente per proteggersi reciprocamente dal vento freddo che li investe da sud-ovest. Un puledrino nato da pochissimo si riposa sdraiato sull’erba irta di pietre. Lungo la recinzione del pascolo, due pinetti striminziti si contorcono piegati dal vento, che si direbbe soffi sempre nella stessa direzione. Lontano sulla montagna altri cavalli, qualche albero sparso e ombre di nuvole in movimento. La visione della vallata sottostante, da qui, è incantevole: si domina la minuta geometria degli appezzamenti, i colori diversi delle coltivazioni, i filari di alberi e le siepi a confine, gli edifici, le strade orlate di verde. Viene in mente la scena del film La fine è il mio inizio nella quale il personaggio di Tiziano Terzani malato viene condotto per l’ultima volta, dal figlio Folco, su una vetta appenninica, e da lì può contemplare a volontà l’ampissimo respiro del paesaggio, come da un piccolo Himalaya italiano. Con un potente zoom riusciamo a fotografare la chiesa del Tugurio e la limitrofa Padronale del Rivo: “casa nostra”.

Anche San Francesco, a dispetto del rigore e della frugalità che si autoimponeva, amava la contemplazione della Natura e del paesaggio: lo si capisce salendo al santuario di San Damiano, collocato su un panoramico pendio pieno di ulivi, di cipressi, di cespugli profumati e policromi. Qui compose il Cantico delle Creature, e qui, in questa ricchezza di luce e di sfumature vegetali, si comprendono pienamente versi come “Laudato sie, mi Signore, cum tutte le tue creature, specialmente messer lo frate Sole, lo quale è iorno, e allumini noi per lui, ed è bello e radiante con grande splendore: di te, Altissimo, porta significazione” oppure “Laudato si, mi Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sostenta e governa, e produce diversi fructi con coloriti fiori ed erba”. Belle le strutture in pietra, bello il luminoso chiostro ravvivato da chiazze di gerani rossi, toccante, in uno stanzone, l’angolo nel quale, secondo quanto viene indicato, è morta Santa Chiara.

Arriviamo infine alla Rocca Maggiore, che dai suoi 490 metri sul livello del mare sovrasta a picco le vie cittadine e offre scorci delle esigue vallette che si incuneano, a nord del borgo, nelle pieghe tra un’altura e l’altra: “lenti” coltivate in mezzo a boschi incolti. All’interno del bastione, raccolte di armi cavalleresche e ricostruzioni di scene medievali mutuate da dipinti d’epoca, oltre ad un buio e lungo camminamento fortificato che si apre in rade feritoie e a un percorso superiore dal quale si scorgono orti e uliveti digradare verso la basilica di San Francesco.

Scendiamo a visitare la cattedrale di San Rufino “vescovo e martire”, con un bel coro ligneo e una disciplinata architettura romanica (qui furono battezzati entrambi i santi locali). Lungo i giardini delle case private (su una delle quali c’è scritto “Archivio Cesare Vivaldi”, e mi sovviene qualche vaga memoria di traduzioni dal latino), si avverte un forte odore di resina scaldata dal sole. Anche gli edifici nuovi, come il garage a fianco del Convitto Nazionale Principe di Napoli, sono ricoperti esternamente della pietra tradizionale, per renderli omogenei al resto delle costruzioni. Con ogni probabilità, in obbedienza ai vincoli posti (fortunatamente) dall’UNESCO per mantenere Assisi nell’elenco dei siti patrimonio dell’umanità…
(seconda parte - fine)
Marco Grassano
Didascalie:
- L'eremo dei carcerati
- Cavalli sulla cima del Monte Subasio
- San Francesco mentre compone il Cantico
- Assisi dalla Rocca Maggiore
LEGGI ANCHE:
- Marco Grassano ad Assisi sulle orme di santi e giovani soldati
- La fioritura delle ginestre in Val Curone, tra Leopardi e Bertolucci
- La primavera in Val Curone è come un balsamo sulle ansie dell'anima
Il viaggio a Santa Maria degli Angeli è breve e agevole: l’enorme costruzione costituisce un punto di riferimento individuabile ovunque. Di fianco alla basilica, una pavimentazione di mattoni “sponsorizzati” ognuno da un cittadino. Uno dei nomi – di un signore valenzano – mi è noto. La Porziuncola e la vicina Cappella del Trapasso (dove San Francesco è morto) sono qui contenute come modellini in un museo, ma è proprio il contrasto tra la grandezza dell’involucro e la loro minuscola semplicità a tenere viva la forza della suggestione che ancora esercitano. Il percorso interno ci porta ad alcuni angoli emblematici del francescanesimo: il giardino delle rose, dove una statua ricorda la “conversione” dell’agnello (che belava accompagnando le preghiere e i canti dei monaci), o la cappella delle rose, sotto la quale, nell’angusto spazio circoscritto da un bassissimo arco che sostiene il pavimento, il santo dormiva.
Alla chiesa del Sacro Tugurio stanno celebrando un matrimonio (annunciato dalle infiocchettature già notate in mattinata), e la porta principale si apre brevemente per lasciar uscire gli sposi, consentendo la vista della venerabile casupola anche dall’esterno. Gli invitati iniziano a lanciare riso e a sparare petardi. In quel momento transita un corteo di moto d’epoca, tra le quali una dell’esercito tedesco nella seconda guerra mondiale (montata da un soldato in divisa corrispondente, con tanto di elmetto avvolto in una rete mimetica); la moto inizia a scoppiettare, mescolando le sue detonazioni a quelle esplose per i festeggiamenti nuziali.

L’Eremo dei Carcerati si trova a 830 metri di altitudine, un po’ come Lunassi (e in effetti i suoi verdissimi e ombrosi sentieri interni ricordano molto quello della fontana del borgo valcuronese). Il bosco montano è però a lecceto, non a faggeta come in Val Curone. Lasciamo la macchina nell’apposita piazzola, profumata dalle ginestre che la circondano di spruzzi di un giallo abbacinante. All’interno delle mura, e fra gli alberi, spazi di preghiera ricavati un po’ dovunque, semplicemente posizionando alcune panche di rozzo legno di fronte a un altrettanto rozzo tavolo che funge da altare. Contro una roccia, le statue in bronzo di San Francesco e di due confratelli rivolti verso l’alto ad osservare e misurare, accostando pollice e indice, “sora Luna e le Stelle” che il Signore ha “formate in cielo clarite e preziose e belle”. Il centro dell’eremo è però costituito da alcuni locali strettissimi, cui si accede da porticine alte un metro e larghe in proporzione (come nel Santo Sepolcro descritto da Robert Byron a pagina 43 de La via per l’Oxiana (Adelphi), dove non a caso compaiono “tre francescani inginocchiati”). In uno di questi bugigattoli, si vede una lastra di pietra, cintata da un cordone: viene da pensare che fosse il giaciglio del Santo, durante i soggiorni quassù.
Da qui, a piedi, decidiamo di salire sul monte Subasio, 1125 metri. Proseguiamo lungo la provinciale (praticamente deserta) fino all’imbocco del sentiero CAI numero 60, “Sassopiano”. Ancora ginestre. Fiori di cisto rosa e di cisto bianco. Strada fiancheggiata da pini altissimi, certamente piantumati, visto che crescono ad aree omogenee. Pini anche durante la salita, finché la vegetazione inizia gradualmente a diradarsi e a farsi spontanea. Arriviamo ai roccioni e ai prati di vetta che li sovrastano. Diversi cavalli “ammusano” stretti attorno alla croce e al mucchietto di sassi dove termina il sentiero, probabilmente per proteggersi reciprocamente dal vento freddo che li investe da sud-ovest. Un puledrino nato da pochissimo si riposa sdraiato sull’erba irta di pietre. Lungo la recinzione del pascolo, due pinetti striminziti si contorcono piegati dal vento, che si direbbe soffi sempre nella stessa direzione. Lontano sulla montagna altri cavalli, qualche albero sparso e ombre di nuvole in movimento. La visione della vallata sottostante, da qui, è incantevole: si domina la minuta geometria degli appezzamenti, i colori diversi delle coltivazioni, i filari di alberi e le siepi a confine, gli edifici, le strade orlate di verde. Viene in mente la scena del film La fine è il mio inizio nella quale il personaggio di Tiziano Terzani malato viene condotto per l’ultima volta, dal figlio Folco, su una vetta appenninica, e da lì può contemplare a volontà l’ampissimo respiro del paesaggio, come da un piccolo Himalaya italiano. Con un potente zoom riusciamo a fotografare la chiesa del Tugurio e la limitrofa Padronale del Rivo: “casa nostra”.

Anche San Francesco, a dispetto del rigore e della frugalità che si autoimponeva, amava la contemplazione della Natura e del paesaggio: lo si capisce salendo al santuario di San Damiano, collocato su un panoramico pendio pieno di ulivi, di cipressi, di cespugli profumati e policromi. Qui compose il Cantico delle Creature, e qui, in questa ricchezza di luce e di sfumature vegetali, si comprendono pienamente versi come “Laudato sie, mi Signore, cum tutte le tue creature, specialmente messer lo frate Sole, lo quale è iorno, e allumini noi per lui, ed è bello e radiante con grande splendore: di te, Altissimo, porta significazione” oppure “Laudato si, mi Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sostenta e governa, e produce diversi fructi con coloriti fiori ed erba”. Belle le strutture in pietra, bello il luminoso chiostro ravvivato da chiazze di gerani rossi, toccante, in uno stanzone, l’angolo nel quale, secondo quanto viene indicato, è morta Santa Chiara.

Arriviamo infine alla Rocca Maggiore, che dai suoi 490 metri sul livello del mare sovrasta a picco le vie cittadine e offre scorci delle esigue vallette che si incuneano, a nord del borgo, nelle pieghe tra un’altura e l’altra: “lenti” coltivate in mezzo a boschi incolti. All’interno del bastione, raccolte di armi cavalleresche e ricostruzioni di scene medievali mutuate da dipinti d’epoca, oltre ad un buio e lungo camminamento fortificato che si apre in rade feritoie e a un percorso superiore dal quale si scorgono orti e uliveti digradare verso la basilica di San Francesco.

Scendiamo a visitare la cattedrale di San Rufino “vescovo e martire”, con un bel coro ligneo e una disciplinata architettura romanica (qui furono battezzati entrambi i santi locali). Lungo i giardini delle case private (su una delle quali c’è scritto “Archivio Cesare Vivaldi”, e mi sovviene qualche vaga memoria di traduzioni dal latino), si avverte un forte odore di resina scaldata dal sole. Anche gli edifici nuovi, come il garage a fianco del Convitto Nazionale Principe di Napoli, sono ricoperti esternamente della pietra tradizionale, per renderli omogenei al resto delle costruzioni. Con ogni probabilità, in obbedienza ai vincoli posti (fortunatamente) dall’UNESCO per mantenere Assisi nell’elenco dei siti patrimonio dell’umanità…
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