Mercoledì, 30 Maggio 2012

La fioritura delle ginestre in Val Curone, tra Leopardi e Bertolucci

ginestre_ante È un piccolo privilegio godersi la fioritura delle ginestre in Val Curone. Ricordo con piacere una giornata primaverile trascorsa nell’orto di Vigana, a vangare, zappare e seminare, mentre attorno si dispiegavano le chiazze luminose, gialle e profumate di queste piante. Attilio Bertolucci, già a sedici anni, scrisse una breve ma grande poesia su tale tema: “Gioventù sacrificata / delle ginestre, / grama e splendente / per le pendici d’Appennino. / Vento e luce / ti nutrono. / Solitudine t’adorna”.
Leopardi ne fa, da principe della scrittura qual era, oggetto del suo componimento maggiore, anche se il contesto geografico è diverso: “…tuoi cespi profumati intorno spargi, / odorata ginestra, / contenta dei deserti (…) / …dove tu siedi, o fior gentile, e quasi / i danni altrui commiserando, al cielo / di dolcissimo odor mandi un profumo, / che il deserto consola (…) / E tu, lenta ginestra, / che di selve odorate / queste campagne dispogliate adorni, / anche tu presto alla crudel possanza / soccomberai del sotterraneo foco, / che ritornando al loco / già noto, stenderà l’avaro lembo / su tue molli foreste. E piegherai / sotto il fascio mortal non renitente / il tuo capo innocente…”. La vita delle ginestre, insomma, accomunata alla malsicura sorte degli umani, ma con una differenza: la ginestra è più saggia e tanto meno inferma dell’uomo, in quanto non crede che le proprie fragili stirpi siano state rese immortali dal destino o dall’autoillusione.
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Mi pare che entrambi i poeti abbiano colto con grande forza espressiva, e altrettanta finezza di gusto, l’essenza di questa specie botanica, che ripopola pian piano, anche nella nostra valle, i terreni abbandonati dall’agricoltura (friches o délaissés li chiama il paesaggista francese Gilles Clément), e li ammanta di dolcezza.
Vi è certo anche chi considera la poesia con sarcasmo, con una vaga strafottenza persino, forse perché non è semplicemente in grado di comprenderla, preso da altri valori, diciamo, più “commerciali”. Manifestando il mio entusiasmo per certi angoli appenninici, mi sono sentito invitare a volte, col tono sopraindicato, a dedicarvi un’ode, o magari un sonetto. Purtroppo non ne sono capace, ma non è questo il punto. Simili persone vogliono ribaltare la propria insensibilità contrapponendo, nelle intenzioni, la pretesa inconcretezza di chi apprezza la poesia (o l’arte, o la musica…) al pragmatismo che caratterizzerebbe invece loro.
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A dire il vero, nella famosa “torre d’avorio” ci sta rinchiuso chi vuol misurare tutta la realtà col solo metro della produzione e del profitto, mentre i veri pragmatici sono quelli che danno importanza anche alle piccole cose, alle piccole emozioni, e che contemplano, sostanzialmente, un mondo assai più variegato. Un esempio. Mentre la costa e l’immediato entroterra della Liguria imperiese venivano scempiati dalla speculazione edilizia, Francesco Biamonti e Nico Orengo mettevano in guardia contro i rischi di una cementificazione sfrenata, aggiungendo, inoltre, che era pericoloso togliere gli ulivi, dotati di solide radici, per costruire le serre e piantare le rose. Ma venivano considerati dei poveri utopisti fuori dalla realtà: “il poeta” e “il verde”, li chiamavano, col sarcasmo cui ho fatto cenno. Solo che… nell’ottobre 2000, in quel tratto di Liguria, ci fu un’alluvione che spaccò tutte le cementificazioni fuori luogo (ci andai qualche mese dopo, a incontrare un Biamonti già malato, e mi parve un paesaggio devastato dalla guerra!), mentre i pendii da cui gli ulivi erano stati stupidamente eliminati scivolarono verso valle e rischiarono seriamente di far franare i paesi soprani. Apparve allora piuttosto chiaro che i due presunti “utopisti” avevano intuito il pericolo che si correva perché avevano un senso della realtà assai forte, mentre i “pratici” e “concreti” cementificatori e speculatori la realtà l’avevano completamente ignorata, persi nel sogno della propria cupidigia.

Anche da noi, in val Curone, capita di veder vagamente commiserare, o bollare come “nostalgico”, “romantico”, “poeta” e simili, chi si impegna per il recupero di valori “forti” e di memorie del passato, chi pensa a un rilancio della valle basato su altri criteri – posso dirlo? più “universali” – che non la realizzazione di un “esclusivo” campo da golf – per non parlare del progettato megaimpianto eolico. Ma anche per la val Curone vale l’esempio che ho proposto sopra. Proviamo a pensarci un po’...
Marco Grassano

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