Mercoledì, 15 Febbraio 2012

Pantelleria, l’isola dell’oblio con una miriade di ricordi

pantelleria_ante L’Odissea omerica ha ormai due millenni e mezzo di vita. Essa racconta le vicende vissute da Ulisse durante il tragitto di ritorno da Troia verso la patria Itaca. Partendo dall’ipotesi che il testo abbia un fondamento veritiero, esistono almeno una settantina di teorie che indicano i luoghi effettivamente toccati dal navigatore greco. Il quale vagherebbe dall’Italia alla Palestina, dalla Spagna alla Crimea. Alcune azzardano persino che tocchi il polo sud. Evidentemente si tratta di tesi paradossali. Il percorso dura una decina d’anni. Ma, se si tolgono i lunghi periodi di sosta nelle 12 località incontrate, alla fine si tratta d’un viaggio di due mesi o poco più. In molte delle fantasiose ricostruzioni, comunque, figura sempre una tappa a Cossyra. Qualcuno sostiene che proprio qui il marito di Penelope incontra Circe, tanto che esiste anche una grotta intitolata alla celebre maga in grado di trasformare i compagni dell’eroe in porci. A prevalere è però la supposizione che quest’isola corrisponda ad Ogigia, che l’aedo cieco chiama l’ombelico del mare, dove l’astuto sovrano ellenico incontra la ninfa Calypso. Non manca chi invece la considera la terra dei Lotofagi, in cui l’ospite straniero mangia il dolce frutto in grado di cancellare la memoria. Il motivo è che tra la sua riarsa vegetazione cresce il lentisco, in vernacolo stincu, le cui bacche producono un liquido capace di portare al completo oblio.
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Oggi tutti la chiamano Pantelleria. Di origine eruttiva, nasce nel corso di due esplosioni sottomarine a 80 chilometri dalle coste tunisine e a un centinaio da quelle siciliane. Del resto reca assai visibili i segni della lontana origine. La Montagna Grande, che raggiunge un’altezza di oltre 800 metri, è un lacerto di cono vulcanico. Le cuddie, ossia le 24 alture che sorgono d’intorno, sono antichi crateri. La roccia nerastra che ricopre il terreno non è altro che lava solidificata.
La quale, presso le coste, forma piccoli promontori dai profili singolari. Il più noto è l’Arco dell’elefante, che da una certa angolazione sembra un pachiderma con la proboscide protesa per bere. In diversi angoli si incontrano le sorgenti termali, denominate caldarelle.
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Per non parlare delle favare, emissioni di vapore bollente dalle fenditure del suolo. Un discorso analogo vale per le stufe, cioè le grotte naturali pregne di esalazioni in cui si può benissimo fare la sauna. Né mancano le buvire, ovvero le pozze d'acqua salmastra, e gli sbuffi di anidride carbonica battezzati mofette. E poi c’è lo Specchio di Venere, una straordinaria conca ovale ai piedi della contrada Bugebar.
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Generata dallo sprofondamento del tetto d’una camera magmatica superficiale, ha un diametro di mezzo miglio ed è composta d’acque minerali saline che raggiungono una temperatura di 50 gradi.

I sesi

Stando alle conoscenze odierne, i primi abitatori stanziali sarebbero uomini del neolitico che 5 mila anni fa arrivano dalle coste nordafricane, probabilmente da Kelibia, attirati dalla presenza dell’ossidiana, ottima per la fabbricazione di armi e utensili da taglio. La loro eredità più cospicua è costituita dai sesi, vale a dire le megalitiche strutture che riflettono moduli simili alle navetas o ai talayots balearici, alle torri della Corsica e ai nuraghi sardi. La differenza principale è che non presentano una struttura cava all’interno, per cui la loro tecnica costruttiva appare più rudimentale e con ogni probabilità anteriore. Di pianta ellittica o circolare, risultano spesso sormontati da una chiusura conica. Vengono eretti fuori del villaggio, su aree piane. Nelle loro celle si sono rinvenuti quattro sarcofagi e vasellame vario, per cui si ritiene siano monumenti funerari, anche se non si esclude qualche altra funzione aggiuntiva. Dei 57 sopravvissuti alle calamità naturali e antropiche, soltanto uno è rimasto sostanzialmente integro. È il cosiddetto Sese del Re, se non altro perché le dimensioni superano quelle di tutti gli altri. pantelleria_4
La sua altezza è di circa 5 metri e mezzo, mentre gli assi hanno misure doppie e quadruple. È formato da dodici vani, situati al centro, e da altrettanti corridoi e ingressi.
Intorno al X secolo a.C. giungono i Fenici, che trasformano il sito in un punto d’appoggio presidiato, in grado di costituire un’utile stazione per lo sviluppo dei traffici marittimi. Tra l’altro edificano uno scalo con testata a ipsilon e addentrato nella terraferma proprio dove si trova anche il porto odierno.
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Seguono gli arrivi dei Cartaginesi e dei Romani. Ed è in questo periodo che sorge l’Acropoli di San Marco. Si tratta di due piccoli rilievi collegati da una sella. L’altura domina l’area nordoccidentale conservando ancora tracce monumentali. Si possono vedere poderose mura di terrazzamento, e forse di fortificazione, oltre che varie cisterne in ottimo stato, alcune delle quali d’età punica. Così almeno dicono le comparazioni con analoghi manufatti rinvenuti altrove e di cui si conosce con una certa sicurezza la paternità. Resti delle strutture originarie si notano poi inseriti come materiale di reimpiego in lavori d’età successive. Si tratta di lastre, capitelli, fusti di colonne e scabre statuette votive, che rimandano alla presenza di opere connesse a un luogo sacro.
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Poi sopraggiungono i Vandali di Genserico e subito dopo i Bizantini. Spunta allora il nucleo iniziale del castello di Barbacane, che stranamente prende il nome da uno degli elementi costitutivi dei fortilizi medievali. Nell’accezione più arcaica indica le feritoie verticali per poter colpire i nemici restando riparati. Nel significato più comune designa il terrapieno addossato all’ingresso principale o alle zone più vulnerabili. Il maniero è citato nel Carme pisano, dove si narra che nel 1087 l’isola subisce un assedio a opera delle Repubbliche Marinare e resiste grazie a una rocca che non ha eguali al mondo. Interamente costruito in pietra lavica, domina il litorale come una colossale guardia vestita di scuro.
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È composto di quattro piani, frutto di progressivi ampliamenti dettati dalle sempre più complesse esigenze che dovrebbe soddisfare. L’ultima aggiunta è la torretta con l’orologio a quadrante luminoso collegata con due campane. Risale al 1774 ed è dovuta a Ferdinando IV di Borbone. Qui viene ucciso Giovanni Squarciafico, feudatario dell’isola nella prima metà del Quattrocento. Ma entra nella cronaca soprattutto nel marzo del 1848. La piazza, sull’eco dei moti irredentistici di Palermo, decide di attaccare la guardia civica. I soldati riescono però a disarmare gli assalitori e li rinchiudono in un’ala della fortezza. Poi, su ordine del capitano, sparano alla cieca sui prigionieri e alla fine si contano 15 morti. 
(prima parte - segue)
Testo e foto di Lorenzo Iseppi

INFORMAZIONI

Informazioni


Didascalie:

- La lava solidificata sulle coste di Pantelleria
- L’Arco dell’elefante
- Lo Specchio di Venere
- Il Sese del Re
- L’area portuale
- Statuetta votiva
- Il castello di Barbacane con la torretta dell’orologio

Informazioni
Comune di Pantelleria
www.comunepantelleria.it

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