Mercoledì, 30 Maggio 2012

Per le strade di Racalmuto, sui luoghi di Leonardo Sciascia

racalmuto_ante Per chi arriva in treno, nella stazione a un binario posta in alto, Racalmuto (AG) si distende dall’altipiano alla valle di crete, oltre il camposanto. È il paese di Leonardo Sciascia e quanti si aggirano tra queste case, con il passo incerto del forestiero, sono qui per i suoi libri o, più semplicemente, per rendergli omaggio.
Il paese è come tanti della Sicilia dell’interno, dignitoso nella sua composta modestia, un freddo secco che entra nelle ossa nei rigidi inverni. Racalmuto (in arabo “villaggio morto”, perché quando gli Arabi vi arrivarono lo trovarono in preda a terribile pestilenza) conserva, nei suoi abitanti schivi – di poche e affilate parole –, una misura, una sua armonia: “Nel silenzio mi fortificai”, è il motto sull’antico stemma locale.
Dalla stazione, scendendo lungo la strada che porta al paese, tra le prime case è la sede, nei locali di una dismessa centrale dell’ENEL, della Fondazione Leonardo Sciascia. All’ingresso, una targa ricorda la visita recente del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: nel ventennale della morte, per rendere omaggio allo scrittore (per le strade, bandierine tricolori ancora questa estate ne testimoniavano il  passaggio). La Fondazione è stata istituita dal comune di Racalmuto d’intesa con lo scrittore, che le ha donato una parte importante della sua biblioteca. Entrando, ci si ritrova in un ampio salone, a pianterreno, periodicamente sede di convegni, mostre d’arte (permanente è la mostra fotografica “La Sicilia, il suo cuore”, dedicata ai ritratti d’autore di Sciascia). Ogni due anni, in questa sala, si svolge la cerimonia di premiazione per le tesi di laurea dedicate allo scrittore. Al piano di sopra della Fondazione ci accoglie un ampio salone: alle pareti, la collezione di ritratti di scrittori, tutti sono più di duecento, la gran parte donati da Sciascia; al centro una teca con le edizioni italiane e straniere dei suoi libri, i registri di scuola di Sciascia maestro elementare – “Non è senza timore che inizio la mia opera d’insegnante.
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La classe affidatami è numerosa il che contribuisce ad accrescere il mio disagio (…) Qui occorrono molti anni ancora perché la scuola veramente sia scuola…”, si legge nello stile, anche nell’assolvimento del più burocratico obbligo formale, teso e scarno dell’autore che conosciamo; tra le lettere esposte, quella di Napolitano – fine anni Settanta – che si complimenta con Sciascia per come ha trattato il caso Majorana. Ai lati della sala, tavoli cui sedersi per studiare, la presa per il pc, intorno poltrone invitanti di pelle nera: tutto è lindo, nuovo, accogliente. Sullo stesso piano, vicino alle scale, la biblioteca: cinquemila volumi, di cui duemila donati dallo scrittore, una vasta raccolta di articoli di giornale dedicati a Sciascia e alla Fondazione. Fiore all’occhiello della biblioteca, la corrispondenza dello scrittore con i maggiori intellettuali del dopoguerra.
Lo stupore più grande, la mia prima volta a Racalmuto, era stato il domandarmi, in mezzo a quelle quattro case, come avesse fatto Sciascia a diventare il grande scrittore che è diventato, personalità tra le più influenti del suo tempo, da un luogo tanto periferico e distante – nell’Italia che usciva distrutta dalla guerra, nella Sicilia più profonda dell’interno –, e riuscire a dialogare con Diderot, Voltaire, Manzoni. Coi libri, era la risposta: quelli che leggeva e quelli che andava scrivendo. Cosa possano i libri, la letteratura, venendo a Racalmuto se ne ha la misura: quale forma di riscatto, straordinario strumento possano rappresentare, oltre lo spazio e il tempo – oggi vien facile dirlo, ci si spreca in entusiasmi, per internet, ma è quanto da secoli, con meno clamori, con il libro è già possibile.
Di fronte alla Fondazione è la piazza, spoglia, spazzata dal vento che soffia d’infilata, dedicata al poeta Ignazio Buttitta – una targa recente lo ricorda. Si scende in paese, verso il centro, le sue chiese, e a un curvone è lo slargo che in un’occhiata tutto lo contiene: la distesa di tetti, ciascuno col suo serbatoio dell’acqua azzurro o grigio, a sconciare un paesaggio per anni immune, nella sua modestia, dal brutto seriale – come il segno d’una perduta innocenza.
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Su una pietra, da quel posto di vedetta sul paese, sono incise le parole di Sciascia: “Ho tentato di raccontare qualcosa della vita di un paese che amo, e spero di aver dato il senso di quanto lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione” (da Le parrocchie di Regalpetra).

La scuola e il teatro

Scendendo lungo la strada principale, si costeggia la scuola dove Sciascia fu alunno e poi maestro elementare, e dove conobbe la donna, collega d’insegnamento, che sarà moglie e madre delle sue figlie. Dentro è lo spiazzo largo da caserma (e a un generale la scuola è intitolata); oltre le scalinate, all’ingresso, percorse da generazioni di bambini, le aule dai soffitti alti, i lunghi corridoi.
Nel reticolo di strade, scendendo in paese, può accadere di trovarsi in via fra Diego La Matina – il compaesano protagonista di Morte dell’inquisitore –, in cui Sciascia, eretico per vocazione, si riconosceva. La via a Sciascia intitolata taglia il paese nel mezzo, inoltrandosi fin dentro il suo cuore: da qui lo scrittore si è aperto alla conoscenza del mondo, per farne poi nei suoi libri racconto. Su questa via è la casa in cui Sciascia è nato ed è vissuto, con le zie e i primi libri; nessuna targa, a meno che non mi sia sfuggita, lo ricorda. Tra queste case, il paese mostra la sua indifferenza allo sguardo carico di aspettative del viaggiatore, venuto fin qui per una suggestione letteraria. Dietro le tende, a pianterreno, può capitare di scorgere qualcuno seduto davanti a un piatto di pasta, l’odore intenso di cucina sulla strada.
Finché si giunge alla chiesa settecentesca della Madonna del Monte, dalla lunga stretta e ripida scalinata, due muri alti ai fianchi, che per la festa del paese, a cui gli emigranti non vogliono mancare, si fa rutilante col mulo spronato a percorrerla, di corsa, fino in cima.
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Ai piedi della scalinata è il circolo dei lavoratori, dove il maestro Sciascia si recava, nei pomeriggi liberi, a sentire i racconti, dagli echi brancatiani, da cui lo scrittore imparava non meno che dai libri – trovandoli anzi, quel mondo e certi libri, perfettamente rispondenti. All’ingresso una targa, con parole tratte da Le parrocchie di Regalpetra, recita:  “Una volta al circolo dei minatori venne un deputato nazionale, ascoltò i salinari, raccontavano miseria e l’onorevole chiudeva gli occhi come in preda a indicibile sofferenza; infine diede un calcio al tavolo dicendo che perdio, bisogna far qualcosa; dal tavolo cadde una lampada e andò a pezzi, l’onorevole promise grandi cose, ai minatori toccò comprare una lampada nuova”.
Sulla stessa via, a pochi passi, le Poste, di fronte il Municipio con un bel cortile interno; oltre, ad angolo, il Teatro Regina Margherita, coi lampioncini che nelle sere d’inverno si accendono per i Racalmutesi che, messo il vestito buono, entrano nella sala dalle poltrone rosse, i tre ordini di galleria, il sipario con la guerra del Vespro che si apre allo spettacolo. Per Sciascia ''il più bel teatro della mia vita, incantevole di stucchi, ori, velluti, allegorie e luci''. Entrare per una visita è possibile, ma occorre molto suonare il citofono all’ingresso, come suggeriscono, vedendomi sfiduciato, quanti del paese si trovano di lì a passare; e dopo un po’, in effetti, da dentro rispondono e finalmente, pagato il biglietto, si può entrare. Il teatro, dopo anni di abbandono, si è rimesso a nuovo e finalmente ha riaperto. All’inaugurazione (le foto nel foyer con orgoglio lo ricordano) era presente il Presidente della Repubblica Ciampi, con Camilleri direttore artistico (oggi è Fabrizio Catalano, nipote di Sciascia). Restituito ai Racalmutesi, il teatro, con il suo cartellone stagionale, è un gioiello che nella Sicilia delle incompiute merita di essere invidiato e preso ad esempio, specie dai molti, in questa terra disgraziata, convinti che le cose non possano cambiare.
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Scendendo oltre, nel paese che digrada, ci si trova nel corso, su un lato l’insegna dell’Hotel Regalpetra, sul marciapiede la statua, a grandezza naturale, dello scrittore, l’inseparabile sigaretta tra le dita, che passeggia in mezzo ai compaesani (scultura a suo tempo contestata, e accolta con perplessità anche da chi, in paese, allo scrittore era legato – “E che è un santo?”). In fondo al paese, dopo le ultime case, al limitare della campagna che a perdita d’occhio si apre nella quiete immobile delle sue valli ondulate, si giunge al luogo dove tutti, in paese, sono destinati: sotto un cumulo di terra, al cimitero.
La tomba di Sciascia è poco oltre il cancello d’ingresso, sulla destra, nel mezzo di un piccolo prato verde ritagliato tra le altre tombe: niente fiori, lumini, foto, corredi funebri o religiosi, solo una bianca lastra di marmo leggermente inclinata, il nome e il cognome, la data di nascita e di morte, la frase (del poeta francese Villier de l’Isle-Adam) “Ce ne ricorderemo di questo pianeta”. Dal gennaio scorso, una lastra di marmo gemella, più chiara nella misura in cui è più recente, accoglie la moglie, che riposa di fianco. Intorno, da qualche parte, deve esserci il fratello suicida, la colonna spezzata e la frase latina scelta dal giovane Leonardo. Non c’è nessuno intorno, e il tempo che sono di fronte alla tomba, e giro su un lato e poi sull’altro, a curiosare su questo che è il luogo di tutti il più surreale nel destino di ciascuno, penso che se può dirsi bella una tomba, questa lo è senz’altro nella sua semplicità. Una degna sepoltura accoglie un uomo che in vita, per il tempo che gli è stato concesso, compiutamente ha espresso se stesso e quanto aveva da dire: nei libri che ha scritto e che resteranno.
Testo di Marcello D’Alessandra
Foto di Ilenia Rubino

Commenti 

 
#1 2009-12-07 18:47
ciao !

Marco
Citazione
 
 
#2 mda 2009-12-08 18:59
grazie, Marco
mi fa piacere
ciao, m.
Citazione
 

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