Seconda e ultima parte del reportage di Marco Grassano su Iraklio. La prima potete leggerla qui.

Al mattino scendo a far colazione con uno yogurt denso mescolato a un miele dorato e altrettanto denso, qualche biscotto molto dolce, un succo di arancia. Mi avvio poi per andare a visitare la tomba (táfos, indica un cartello) di Nikos Kazantzakis, su uno dei bastioni delle mura veneziane: in fondo, a Iraklio ci sono venuto per quello. Arrivo ai giardini all’angolo tra le vie Dimokratiás e Trikoúpi, dove scorgo le muraglie in tutta la loro imponenza di cittadella fortificata ulteriormente protetta da un fossato. Entro e mi inoltro tra le stradine dell’abitato, curvate fra casette a due piani. In via Prediádos vedo l’insegna del Partito Comunista Greco “m. l.” (cioè marxista leninista: non ricordo più se è quello chiamato “dell’interno” o quello “dell’esterno”, ché qui la geografia politica è alquanto bislacca, e le denominazioni dei raggruppamenti “radicali” a dir poco fantasiose – ma, in capo a qualche anno, ci arriveremo anche in Italia, grazie a Diliberto, Ferrero, Turigliatto, Ferrando e così via…). Ancora una freccia a indicare la tomba sulla fortezza Martinengo, dove lo scrittore è stato sepolto dopo che la Chiesa ortodossa gli ha rifiutato la terra consacrata. Ma gli ha fatto un favore, perché il bastione dove riposa è il punto più panoramico della città: si vede tutta la fungaia di case stesa ai suoi piedi, il mare, l’entroterra e, verso sud, la montagna che imita il profilo della testa di Zeus.

C’è un continuo via vai di visitatori: mentre salgo, un paio di persone stanno andandosene, e mentre scenderò ne arriveranno altre. L’insieme è al contempo sobrio e solenne: due pali di legno a formare una croce; cinque blocchi di pietra grigia dalle commessure irregolari (circondati da una piccola piattaforma costruita probabilmente in seguito, da un prato e da una bordura di cespuglietti dai fiori fucsia); un cippo con fissata, sul retro, una targhetta in bronzo colmata dalla parola “pace” in molte lingue - Irini, Shalom, Salam, Peace, Mir… - come nella basilica di San Francesco ad Assisi, e con inciso, sulla parte frontale (riproducendo la grafia dell’autore, penso), l’epitaffio: “Den elpizo típota, de fobomai típota, eimai lefteros”, ossia “non spero nulla, non temo nulla, sono libero” – frase assai intensa, che anche Michel de Montaigne avrebbe probabilmente sottoscritto, o avrebbe fatto riportare sulle travi della sua biblioteca, se l’avesse conosciuta.
Scendo dalla stessa rampa dalla quale sono arrivato e proseguo il mio pellegrinaggio kazantzakiano dirigendomi verso il porto. Entro al Museo Storico, dove percorro una serie di sale dedicate alla resistenza contro i tedeschi per salire al primo piano e approdare allo studio dello scrittore (di una sobrietà francescana: pochi mobili in legno scuro - una brandina, alcuni scaffali, un tavolo, una sedia - e, naturalmente, i libri), riportato da Antibes dopo la morte.

Mi colpisce la stilografica, esposta in una custodia di raso rosso leggermente macchiata di unto in corrispondenza del pennino: quante pagine avrà vergato, nella lunga e frenetica attività di autore e di traduttore (di capolavori mondiali, da Omero a Dante a Machiavelli a Nietzsche a Goethe a Darwin a Bergson…)? Cosa avrebbe fatto, disponendo di un computer? Lì accanto, l’unico quadro di El Greco rimasto in patria sembra voler ricordare che l’opera postuma di Kazantzakis, Anaforá ston Greco, cioè “Rapporto a El Greco”, strana e poderosa autobiografia emotiva con l’intensità delle Confessioni agostiniane, si presenta sotto forma di resoconto al pittore conterraneo.

Percorro lentamente la diga foranea, dalla quale è ancora riconoscibile quel che resta dell’arzanà de’ Viniziani (insomma, dei vecchi cantieri della Serenissima) e dove alcune navi in rovina galleggiano tristemente o, come la “Agios Rafael”, giacciono semiaffondate. Su uno dei tavolini di legno della vicina “ouzeria” Ippókampos, all’aperto accanto al mare, mangio un saporito polipo alla brace e una ricca insalata greca, accompagnati da una bottiglietta di retsina: vino bianco resinato assai piacevole che ha un sapore, e un odore, tra “birra e gazzosa” e chinotto senza zucchero. Poi, un po’ euforico, vado di fronte al Municipio a prendere l’autobus per Cnosso – ma questa visita la racconterò un’altra volta.
Marco Grassano
(seconda parte - FINE)
Didascalie:
- La tomba di Nikos Kazantzakis
- La "faccia di Zeus" a sud della tomba
- Lo studio di Kazantzakis riportato da Antibes
- L'unico quadro di El Greco rimasto a Creta
LEGGI ANCHE:
- Viaggio a Iraklio sulle tracce dello scrittore e poeta Nikos Kazantzakis
- Un ingegnere molto speciale: note di una cena a Iraklio, Creta

Al mattino scendo a far colazione con uno yogurt denso mescolato a un miele dorato e altrettanto denso, qualche biscotto molto dolce, un succo di arancia. Mi avvio poi per andare a visitare la tomba (táfos, indica un cartello) di Nikos Kazantzakis, su uno dei bastioni delle mura veneziane: in fondo, a Iraklio ci sono venuto per quello. Arrivo ai giardini all’angolo tra le vie Dimokratiás e Trikoúpi, dove scorgo le muraglie in tutta la loro imponenza di cittadella fortificata ulteriormente protetta da un fossato. Entro e mi inoltro tra le stradine dell’abitato, curvate fra casette a due piani. In via Prediádos vedo l’insegna del Partito Comunista Greco “m. l.” (cioè marxista leninista: non ricordo più se è quello chiamato “dell’interno” o quello “dell’esterno”, ché qui la geografia politica è alquanto bislacca, e le denominazioni dei raggruppamenti “radicali” a dir poco fantasiose – ma, in capo a qualche anno, ci arriveremo anche in Italia, grazie a Diliberto, Ferrero, Turigliatto, Ferrando e così via…). Ancora una freccia a indicare la tomba sulla fortezza Martinengo, dove lo scrittore è stato sepolto dopo che la Chiesa ortodossa gli ha rifiutato la terra consacrata. Ma gli ha fatto un favore, perché il bastione dove riposa è il punto più panoramico della città: si vede tutta la fungaia di case stesa ai suoi piedi, il mare, l’entroterra e, verso sud, la montagna che imita il profilo della testa di Zeus.

C’è un continuo via vai di visitatori: mentre salgo, un paio di persone stanno andandosene, e mentre scenderò ne arriveranno altre. L’insieme è al contempo sobrio e solenne: due pali di legno a formare una croce; cinque blocchi di pietra grigia dalle commessure irregolari (circondati da una piccola piattaforma costruita probabilmente in seguito, da un prato e da una bordura di cespuglietti dai fiori fucsia); un cippo con fissata, sul retro, una targhetta in bronzo colmata dalla parola “pace” in molte lingue - Irini, Shalom, Salam, Peace, Mir… - come nella basilica di San Francesco ad Assisi, e con inciso, sulla parte frontale (riproducendo la grafia dell’autore, penso), l’epitaffio: “Den elpizo típota, de fobomai típota, eimai lefteros”, ossia “non spero nulla, non temo nulla, sono libero” – frase assai intensa, che anche Michel de Montaigne avrebbe probabilmente sottoscritto, o avrebbe fatto riportare sulle travi della sua biblioteca, se l’avesse conosciuta.
Scendo dalla stessa rampa dalla quale sono arrivato e proseguo il mio pellegrinaggio kazantzakiano dirigendomi verso il porto. Entro al Museo Storico, dove percorro una serie di sale dedicate alla resistenza contro i tedeschi per salire al primo piano e approdare allo studio dello scrittore (di una sobrietà francescana: pochi mobili in legno scuro - una brandina, alcuni scaffali, un tavolo, una sedia - e, naturalmente, i libri), riportato da Antibes dopo la morte.

Mi colpisce la stilografica, esposta in una custodia di raso rosso leggermente macchiata di unto in corrispondenza del pennino: quante pagine avrà vergato, nella lunga e frenetica attività di autore e di traduttore (di capolavori mondiali, da Omero a Dante a Machiavelli a Nietzsche a Goethe a Darwin a Bergson…)? Cosa avrebbe fatto, disponendo di un computer? Lì accanto, l’unico quadro di El Greco rimasto in patria sembra voler ricordare che l’opera postuma di Kazantzakis, Anaforá ston Greco, cioè “Rapporto a El Greco”, strana e poderosa autobiografia emotiva con l’intensità delle Confessioni agostiniane, si presenta sotto forma di resoconto al pittore conterraneo.

Percorro lentamente la diga foranea, dalla quale è ancora riconoscibile quel che resta dell’arzanà de’ Viniziani (insomma, dei vecchi cantieri della Serenissima) e dove alcune navi in rovina galleggiano tristemente o, come la “Agios Rafael”, giacciono semiaffondate. Su uno dei tavolini di legno della vicina “ouzeria” Ippókampos, all’aperto accanto al mare, mangio un saporito polipo alla brace e una ricca insalata greca, accompagnati da una bottiglietta di retsina: vino bianco resinato assai piacevole che ha un sapore, e un odore, tra “birra e gazzosa” e chinotto senza zucchero. Poi, un po’ euforico, vado di fronte al Municipio a prendere l’autobus per Cnosso – ma questa visita la racconterò un’altra volta.
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