"… l’arte, gli arnesi dell’uomo, i segni
raffinati d’una vita civile
sono vostri, cretesi, non c’è morte.
Ma non c’è più nessuno che accoltella
il mostro a Cnosso, e nel mercato
d’Hiráklion, confuso e sporco d’oriente,
non c’è nulla che assomigli
alla Grecia di prima della Grecia.”
Salvatore Quasimodo
Il greco parlato dalle hostess e da alcuni dei passeggeri ha la stessa fonetica dello spagnolo peninsulare, con le sue consonanti gutturali e interdentali e le semiconsonanti palatalizzate (thai, parakaló); la coppia di sudamericani seduta davanti a me pronuncia invece i suoni del castigliano in modo diverso. La sala dell’aeroporto di Atene nella quale attendiamo la coincidenza per Creta ha un aspetto scalcinatissimo, da stazione di provincia caraibica o messicana; quando scoppia il temporale, e si sente l’acqua scrosciare fuori dalle finestre, la corrente va via e le luci si spengono. Seduto di fronte a me, un uomo sulla settantina mi pare Francesco Biamonti, travestito per non farsi riconoscere: barbona mosaica e due bande laterali di capelli lunghi e ricci, di un biondo grigiastro; gli occhi azzurri dall’espressione vagamente ironica, il berretto blu a visiera e la scura giacca stazzonata rimangono però quelli soliti. L’uomo si rivolge in tedesco alla coetanea che l’accompagna: non è Biamonti. Li ritroverò alle rovine di Festo, su una Cinquecento bianca a noleggio, quando, salutandomi, lei ricorderà al marito che eravamo sullo stesso volo, “We were on the same flight” (in tedesco non lo so dire, ma la frase l’ho capita perché somigliava molto a questa inglese che ho trascritto).

Atterriamo a Iraklio che è buio da un po’. La mia valigia è bagnata: evidentemente non è stata molto protetta, durante l’acquazzone ateniese. Il taxi mi deposita davanti al bianco e illuminato Hotel Gálaxy, nella parte sud della città, lungo la via, esterna alle mura, che inizia dai giardini col monumento al patriota Nikíforos Fokás. Mi rivolgo, nel mio inglese mediterraneo, all’addetto della reception, porgendogli il foglio della prenotazione: “There should be a reservation for me”, al che lui mi risponde con un accento altrettanto esotico: “There must be a reservation for you…”. La camera è bella, anch’essa bianca e illuminata. Disfo la valigia e mi accingo a uscire per andare a cena. Davanti all’albergo, non mi so più orientare, e prendo a sinistra. Cammino fra edifici sempre più bassi e radi, finché non mi arresto di fronte a una piazzola sconnessa dove la luna piena illumina alcune carcasse di veicoli abbandonati.
Mi rendo conto di aver sbagliato direzione, ma prima di tornare indietro mi fermo un po’ a contemplare il cielo, sempre misterioso e affascinante come la volta di bronzo che sovrastava gli eroi dell’Iliade. Sono le dieci: mi pare tardissimo, e rinuncio ad andare fino ai locali della zona del porto, temendo di trovare chiuso (ignoro ancora, ahimè, le abitudini nottambule dei Greci…). Lungo la via dell’albergo, a qualche centinaio di metri verso il centro, trovo un ristorante persin troppo “tradizionale”, il Tazédiko, con camerieri tutti vestiti in camicia bianca, pantaloni neri e grembiulone rosso. Mi accomodo a un tavolo dalla tovaglia a quadri. Comincio con l’ordinare un ouzo, liquore all’anice che si beve con acqua e ghiaccio e che per questo ricorda vagamente il pastis provenzale. Ordino poi un souvlaki (spiedino) di agnello, delle patate a fette fritte (ma morbide) e spolverate di formaggio di capra, una specie di grossa bruschetta fatta con pane scuro cretese, olio extravergine, tocchetti di pomodoro, quadratini di feta, origano.

Il vino, sfuso, è un corposo rosso cretese, e mi viene versato dal personale. Avverto vaghi sentori – come echi gastronomici – di Provenza, Portogallo e Spagna. La musica diffusa dagli altoparlanti (accompagnamento sonoro comunissimo: lo sentirò ovunque, anche sugli autobus di linea e sulle corriere per spostarsi da una città all’altra) è un melodico mediterraneo simile al CD di canti della Corsica che ho a casa o a certe canzoni napoletane. L’interprete ellenica di questa registrazione, però, alterna i brani di rembétika a “La luna rossa”, “Canção do mar”, “Bésame mucho”, come se tutto il mondo latino-mediterraneo fosse una sola grande Grecia. Sì, va bene per la nostra Nea-polis… ma in fondo anche per gli altri Paesi. Ascoltandole attentamente, però, le melodie locali mostrano pure qualcosa (anzi, molto) delle manfrine turco-arabe, un po’ come certo stucchevole genere gitano-andaluso (Los Chunguitos, per esempio). Alla fine, il conto è sorprendentemente economico, se si considera il sontuoso apparato del ristorante: quattromila dracme, ossia ventiquattromila lire, pari a poco più di dodici euro, in moneta attuale.
Marco Grassano
(prima parte - continua)
Didascalie:
- Parte della città e il mare visti dalla tomba di Kazantzakis
- Il Municipio di Iraklio
raffinati d’una vita civile
sono vostri, cretesi, non c’è morte.
Ma non c’è più nessuno che accoltella
il mostro a Cnosso, e nel mercato
d’Hiráklion, confuso e sporco d’oriente,
non c’è nulla che assomigli
alla Grecia di prima della Grecia.”
Salvatore Quasimodo
Il greco parlato dalle hostess e da alcuni dei passeggeri ha la stessa fonetica dello spagnolo peninsulare, con le sue consonanti gutturali e interdentali e le semiconsonanti palatalizzate (thai, parakaló); la coppia di sudamericani seduta davanti a me pronuncia invece i suoni del castigliano in modo diverso. La sala dell’aeroporto di Atene nella quale attendiamo la coincidenza per Creta ha un aspetto scalcinatissimo, da stazione di provincia caraibica o messicana; quando scoppia il temporale, e si sente l’acqua scrosciare fuori dalle finestre, la corrente va via e le luci si spengono. Seduto di fronte a me, un uomo sulla settantina mi pare Francesco Biamonti, travestito per non farsi riconoscere: barbona mosaica e due bande laterali di capelli lunghi e ricci, di un biondo grigiastro; gli occhi azzurri dall’espressione vagamente ironica, il berretto blu a visiera e la scura giacca stazzonata rimangono però quelli soliti. L’uomo si rivolge in tedesco alla coetanea che l’accompagna: non è Biamonti. Li ritroverò alle rovine di Festo, su una Cinquecento bianca a noleggio, quando, salutandomi, lei ricorderà al marito che eravamo sullo stesso volo, “We were on the same flight” (in tedesco non lo so dire, ma la frase l’ho capita perché somigliava molto a questa inglese che ho trascritto).

Atterriamo a Iraklio che è buio da un po’. La mia valigia è bagnata: evidentemente non è stata molto protetta, durante l’acquazzone ateniese. Il taxi mi deposita davanti al bianco e illuminato Hotel Gálaxy, nella parte sud della città, lungo la via, esterna alle mura, che inizia dai giardini col monumento al patriota Nikíforos Fokás. Mi rivolgo, nel mio inglese mediterraneo, all’addetto della reception, porgendogli il foglio della prenotazione: “There should be a reservation for me”, al che lui mi risponde con un accento altrettanto esotico: “There must be a reservation for you…”. La camera è bella, anch’essa bianca e illuminata. Disfo la valigia e mi accingo a uscire per andare a cena. Davanti all’albergo, non mi so più orientare, e prendo a sinistra. Cammino fra edifici sempre più bassi e radi, finché non mi arresto di fronte a una piazzola sconnessa dove la luna piena illumina alcune carcasse di veicoli abbandonati.
Mi rendo conto di aver sbagliato direzione, ma prima di tornare indietro mi fermo un po’ a contemplare il cielo, sempre misterioso e affascinante come la volta di bronzo che sovrastava gli eroi dell’Iliade. Sono le dieci: mi pare tardissimo, e rinuncio ad andare fino ai locali della zona del porto, temendo di trovare chiuso (ignoro ancora, ahimè, le abitudini nottambule dei Greci…). Lungo la via dell’albergo, a qualche centinaio di metri verso il centro, trovo un ristorante persin troppo “tradizionale”, il Tazédiko, con camerieri tutti vestiti in camicia bianca, pantaloni neri e grembiulone rosso. Mi accomodo a un tavolo dalla tovaglia a quadri. Comincio con l’ordinare un ouzo, liquore all’anice che si beve con acqua e ghiaccio e che per questo ricorda vagamente il pastis provenzale. Ordino poi un souvlaki (spiedino) di agnello, delle patate a fette fritte (ma morbide) e spolverate di formaggio di capra, una specie di grossa bruschetta fatta con pane scuro cretese, olio extravergine, tocchetti di pomodoro, quadratini di feta, origano.

Il vino, sfuso, è un corposo rosso cretese, e mi viene versato dal personale. Avverto vaghi sentori – come echi gastronomici – di Provenza, Portogallo e Spagna. La musica diffusa dagli altoparlanti (accompagnamento sonoro comunissimo: lo sentirò ovunque, anche sugli autobus di linea e sulle corriere per spostarsi da una città all’altra) è un melodico mediterraneo simile al CD di canti della Corsica che ho a casa o a certe canzoni napoletane. L’interprete ellenica di questa registrazione, però, alterna i brani di rembétika a “La luna rossa”, “Canção do mar”, “Bésame mucho”, come se tutto il mondo latino-mediterraneo fosse una sola grande Grecia. Sì, va bene per la nostra Nea-polis… ma in fondo anche per gli altri Paesi. Ascoltandole attentamente, però, le melodie locali mostrano pure qualcosa (anzi, molto) delle manfrine turco-arabe, un po’ come certo stucchevole genere gitano-andaluso (Los Chunguitos, per esempio). Alla fine, il conto è sorprendentemente economico, se si considera il sontuoso apparato del ristorante: quattromila dracme, ossia ventiquattromila lire, pari a poco più di dodici euro, in moneta attuale.
Marco Grassano
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