Sabato, 19 Maggio 2012

Intervista al regista tunisino Ben Ammar al Salina Doc Fest

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Hichem Ben Ammar parla a ruota libera, rilassato davanti a un panorama che definisce un angolo di paradiso, una terrazza sulle Eolie con vista sullo Stromboli. Il nostro tema è il futuro della Tunisia all’indomani della rivoluzione. Produttore libero e regista di rottura, ha saputo raccontare con il suo stile anticonvenzionale la società tunisina e le sue istanze di trasformazione nonostante gli anni di regime. Ha documentato e consegnato alle future generazioni un capitolo importante della storia del Mediterraneo: le immagini di un mondo che ci è sparito sotto gli occhi, quello degli ultimi pescatori di tonno, volti e storie di solidarietà di mare, l’ultima mattanza tunisina di Capo Bon del 2002 nel suo Capitains des mers. Presentato al Salina Doc Fest nella luminosa cornice eoliana di fine settembre, inserito nella sezione “Finestra sul Mediterraneo”. Un tema in comune ad altri registi, il futuro delle generazioni arabe e la ricerca di una nuova identità mediterranea.

Ben Ammar ha lo sguardo di un antropologo e scava nell’intimo dei suoi personaggi che sembrano pronti al cambiamento. Crede nella nuova democrazia che verrà all’indomani del risveglio del popolo tunisino, ma avverte che se da un lato la classe tunisina e lo stato sono pronti per la ricostruzione, nella cultura araba di oggi serpeggia il pericolo della perdita di identità e dell’omologazione verso modelli mediatici e stereotipi negativi lontani dalla verità. Il suo prossimo soggetto sarà seguire quei pescatori di tonno senza più lavoro né consapevolezza di sé sulla strada folle di un fondamentalismo generato dai nuovi sistemi di comunicazione di massa.

Quest'anno il Festival del Documentario di Salina, con il tema dei confini e degli orizzonti, parte dalla rivoluzione araba di gennaio per affrontare il tema delle soluzioni comuni sulla nuova strada della democrazia. Cosa succederà nei prossimi mesi in Tunisia dopo la primavera araba?
L’identità mediterranea è di fronte a rapidi cambiamenti, ma tutti i paesi, sponda sud e sponda nord, abbiamo le stesse responsabilità se si vuole evitare una catastrofe umana, che peraltro avviene con gli sbarchi quotidiani a Lampedusa, ma anche una catastrofe culturale e ambientale che incombe sul delicato sistema del mare nostrum. La Tunisia e la Libia divideranno un destino comune nella ricostruzione, e l’apertura delle frontiere tra questi due paesi - quest’inverno sono transitate 300.000 persone - potrebbe dare grande sollievo al grave problema della disoccupazione dei giovani che perdono gli antichi mestieri dei padri.
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Il Mediterraneo è un grande bacino di storia e cultura condivisa, dalle molte sfaccettature, che alimentano un turismo verso i mercati del nord ed est Europa, forse la risorsa più importante per il futuro di questa regione.
Lei che ne pensa? La classe dirigente tunisina saprà gestire i cambiamenti necessari?

Ben Ali aveva messo in piedi una struttura statale che tutto sommato ha tenuto, ma attorno a lui si era sviluppata una cortina di finzione e di corruzione, un sistema di leggi tutte disattese e aggirate. La prospettiva di tenere le redini del potere oltre il 2014 ha fatto esplodere la pazienza dei tunisini, molti dei quali in possesso di laurea e con superiori aspettative di vita. Dagli anni '60 in poi la Tunisia ha costruito un modello di turismo di massa con le grandi infrastrutture di Sousse, Hammamet e Gerba fondato sui grandi numeri, adesso bisognerà rivedere le strategie e trovare il modo di modificare la rotta verso nuovi turismi della conoscenza e dell’identità, dell’ambiente e della tradizione, senza per questo perdere posti di lavoro. Sarà una grande sfida, che segue la scrittura della nuova costituzione nei prossimi mesi. A partire dal concetto di un nuovo stato musulmano aperto alla modernità e all’occidente che rispecchi tutti i valori della democrazia.

Quanto è forte nella Tunisia di oggi la consapevolezza di dover tutelare il patrimonio ambientale per assicurare un turismo sostenibile?
Il dibattito e la consapevolezza delle nostre associazioni ambientaliste non è sufficiente a incidere nelle future generazioni, non si studia educazione ambientale nelle nostre scuole, esistono molte  leggi che proteggono il territorio, come la grande riserva naturale montana di Icheul, ma il governo di Ben Ali ha per esempio consentito la caccia ai volatili selvatici un privilegio riservato alle classi ricche dei petrolieri arabi, una pratica da vietare assolutamente.
A cura di di M. Laura Crescimanno

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