Martedì 07 Febbraio 2012 06:24
Potrebbe essere interessante leggere l’ultima riproposta di un classico minore del ‘900 come Soldati del re di Carlo Alianello da parte dell’editore marchigiano Hacca (e copertina di Maurizio Ceccato quanto mai azzeccata, ché disturbante, secondo sguardo proposto dall’autore sui fatti del nostro Risorgimento) con lo studio di Suzanne Stewart-Steinberg, L'effetto Pinocchio, insolita e capillare analisi sulla storia d’Italia dalla proclamazione del Regno (1861) all’avvento del fascismo (1922), libro uscito per la casa editrice romana Elliot (come la prima, a discreta sovranità femminile). Alianello, scrittore, pubblicista e insegnante morto nel 1981, appartiene a una schiera di intellettuali che Giuseppe Lupo nell’introduzione al volume definisce interpreti di una controstoria poco entusiasta dell’unità italiana. Costoro ne hanno rovesciato il canone per leggerla come una violenta e tragica occupazione militare del Sud da parte dei piemontesi ossia di una dinastia che alla fin fine era più reazionaria dei Borboni. Revisionismo applicato al Risorgimento, insomma, nel quale i contenuti di una qualche non infima attendibilità vengono inficiati dalla discutibilissima pretesa di fornire un’interpretazione globale e univoca dei fatti.
Il libro di Alianello, uscito nel 1952 nella “Medusa degli Italiani” di Mondadori, viene solitamente letto come momento mediano all’interno di un trittico che comprende L'Alfiere prima (1943) e L’eredità della priora poi (1963), sebbene il libro in cui compendiò la sua acrimoniosa lettura del Risorgimento fosse un altro, il saggio La conquista del Sud (1972), di evidente matrice catto-borbonica.

Un perplesso scetticismo di fondo, lo spostamento sempre più evidente verso una posizione manzoniana che incarica l’al di là di trovare un senso alla storia materiale, l’oscillazione fra il distacco “metafisico” e il risentimento di meridionale pre-unitario, non impediscono a Soldati del re, romanzo costituito in realtà da tre storie separate ambientate nel ’48 napoletano, di regalare pagine di scintillante fattura descrittiva.
Colpiscono la plasticità dei gesti, il “rumore della battaglia” sulle strade: questo il dato stilisticamente più significativo. Ma le vicende insistono sui casi di singoli personaggi che partecipano agli eventi come figure cui non è concesso davvero di incidere nella storia, come se fosse fuori dalla loro portata. In tal modo anche torti e ragioni rischiano di sparire nello scontro come raggelati da una complessiva mancanza di senso.
Questo, il senso, la costruzione di un’identità italiana, è l’oggetto del voluminoso studio di Suzanne Stewart-Steinberg, L’effetto Pinocchio. L’eroe di Collodi è l’immagine simbolo che serve alla studiosa americana per definire i tratti della nostra storia in un periodo di solito non molto frequentato, quello che va dal 1861 al 1922. La marionetta, figura unica di burattino senza fili, contiene in sé le questioni inerenti all’essere Italiani.

Un coacervo di contraddizioni, il massimo dell’indisciplina ma anche una “natura” eterodiretta (almeno nelle intenzioni), un destino che non può non avvicinarlo a un principio di autolimitazione, la potenza che diventa atto e una libertà che ha bisogno di costruirsi all’interno di vive, concrete forze materiali. Nello specifico italiano dunque, Stewart-Steinberg rifiuta la chiave unilaterale spesso definita autolesionistica degli Italiani sentimentali e faciloni, incapaci di autogovernarsi come Stato, degli Italiani melodrammatici che per Francesco de Sanctis "non hanno i piedi per terra e per questa ragione hanno sviluppato un concetto assoluto della libertà individuale, che è in contraddizione con i limiti che lo Stato impone” (una diagnosi non dissimile almeno nella prima parte da quella proposta da Borges per il popolo argentino, per un terzo composto da Italiani…). Vede in Pinocchio piuttosto la spia di una dialettica, dunque, tale da non obbligare l’Italiano dentro i confini di un eterno rifiuto della modernità (segnalando con qualche forzatura per esempio il paradosso leopardiano dell’Italiano impedito all’etica dall’assenza di una “società stretta” e già in un certo senso postmoderno perché demistificatorio rispetto alle convenzioni, all’ipocrisia dei rapporti sociali ecc...).
L’autrice pertanto ha bisogno di spostare il ragionamento sulla biopolitica, intesa come un macrocorpo che ingloba il soggetto e in qualche modo lo condiziona. Accanto a Pinocchio, pertanto, ecco i contributi della filosofia, dell’antropologia, del diritto… Stewart-Steinberg si avvale fra le altre delle esperienze della pedagogista Maria Montessori, o degli studi sulla suggestione di Scipio Sighele, allievo di Lombroso e “psicologo delle folle” meno noto di Gustave Le Bon che alle idee del primo però dovette la sua fama. Nel soggetto post-liberale così come configurato da Sighele, secondo Stewart-Steinberg il contratto sociale non è più un patto, ma il frutto certo non privo di veleno di un assoggettamento psichico, ipnotico: per il quale si obbedisce innanzitutto a una suggestione. Resta da vedere se nell’aver inventato il fascismo la paradossale modernità italiana ci abbia guadagnato.
Michele Lupo
Carlo Alianello Soldati del re
Hacca Editore
Pagine 208
13 €
Suzanne Stewart-Steinberg
L’effetto Pinocchio. Italia 1861-1922. La costruzione di una complessa modernità
Elliot
Pagine 576
25 €
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La prossima volta mi conviene chiedere l'accredito al taxi e pagare il concerto... :-(
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