Domenica 18 Dicembre 2011 12:39

In Europeana non sembra esserci ordine, né gerarchia, si passa da un motivo all’altro (in molti hanno parlato di anarchia) in una narrazione solo apparentemente abusiva della storia che piuttosto è sottratta all’arbitrio di un’interpretazione logico-conseguenziale-finalistica (come lo sono di solito le “filosofie della storia” che poi diventano storiografie): il pregio perciò, a parte la scrittura indubbiamente accattivante, l’umorismo di un occhio quasi keatoniano, è che se un’interpretazione è tuttavia inevitabile sta proprio nella trascrizione formale dell’insensatezza della storia stessa: un’enorme tragicomica giostra in cui gli umani inventano o replicano le proprie vite all’interno di uno spettacolo che visto con gli occhi di Ourednik, fatta salva la consapevolezza del tragico, appare come un paesaggio caotico perché le cose più si approssimano fra loro com’è della realtà – la gerarchizzazione è un a posteriori dell’interpretazione umana, tutt’altro che innocente, peraltro – e meno possono definirsi nel loro “valore” astratto, essendo cose, appunto, fatti nudi e crudi, deliri compresi va da sé. Ora, questa “banalità” delle cose, come ha detto l’autore da qualche parte, ha bisogno di trovare una forma. Ed è quello che ha fatto Ourednik, che ha raccontato da una prospettiva per
così dire random - attraverso una paratassi dei piccoli blocchi narrativi - e con una voce corale che emerge “come fatta da sé” dalla carta geografica dell’Europa, senza marche “autoriali”: il che, scrivere in un modo così marcatamente originale facendo saltare la voce che ne è responsabile, è sufficiente a dire il valore dell’impresa.

Leggi per esempio che “quando tra gli ebrei ce n’era uno che aveva la facies del vero ebreo i nazisti gli tagliavano la testa e la imbalsamavano per spedirla nelle scuole tedesche affinché i giovani scolari fossero anch’essi capaci di riconoscere un ebreo al primo colpo. Gli ebrei si riconoscevano dall’occhio vile e dallo sguardo sfuggente e dal naso aquilino e dita nodose e dal fatto che erano spesso deboli e striminziti perché la natura li aveva rigettati dal suo seno”: ecco, questo te lo aspetti, ma resti basito quando invece ti imbatti in considerazioni apparentemente bizzarre come quella sui comunisti russi che calcolavano “quanto concime si sarebbe potuto ricavare da un chilometro di cadaveri”: e se è vero che i tiratori senegalesi nella Prima Guerra Mondiale venivano mandati in prima linea per terrorizzare i tedeschi, non si può negare che un cambiamento antropologico non da poco deve aver significato il fatto che negli anni Settanta non solo si faceva molto l’amore in macchina ma alle donne non dispiaceva stare sopra: altrimenti di che femminismo parliamo? E di “Scientology”, ne vogliamo parlare? E dei reggiseni?
Ora, colpisce il senso di buffo straniamento che dismette le pompose categorizzazioni della storia, il gesto derisorio e smitizzante ma niente affatto pop con il quale decenni di parole d’ordine solenni ancorché ridicole si sfagliano in una serie di piccoli o laterali accidenti che danno il senso di ciò che è stato assai meglio di un lavoro storico tradizionale. Un bel pasticcio, la nostra Europa. Del resto, Ourednik, del quale lo stesso editore ha mandato recentemente in libreria la tragicommedia Oggi e Dopodomani, viene dalla patria di Hrabal, un altro che sapeva raccontare cose drammaticamente serie con un humour insieme acre e finissimo.
Michele Lupo
Patrik Ourednik
Europeana
:duepunti edizioni
2011
Pagine 157
20 €
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