Sabato, 19 Maggio 2012

Due romanzi tedeschi che ruotano intorno alla tragedia nazista

La letteratura tedesca non è stata al centro degli interessi letterari degli ultimi anni, confinata spesso in una sfiducia a priori dalla critica che ha visto nella morte di Thomas Bernhard la chiusura di un capitolo troppo importante per essere facilmente rimpiazzato, e da un certo disinteresse del mercato editoriale - Ingo Schulze, Herta Müller, Peter Schneider, poco altro. Un libro notevole dello scorso anno è certamente La torre di Uwe Tellkamp (ne abbiamo parlato altrove, e più recentemente abbiamo segnalato l’esordio accattivante di Tilman Rammstedt con lo svagato e malinconico romanzo L’imperatore della Cina)

Nell’annata in corso meritano attenzione due libri, tradotti da Mondadori, diversamente gravitanti intorno alla tragedia nazista. Il primo in maniera laterale, Penombra, a opera del settantenne Uwe Timm, un romanzo incentrato sulla vicenda biografica certo singolare di Marga von Etzdorf, aviatrice tedesca suicidatasi per motivi ancora oscuri nel 1933, ad appena venticinque anni (la traduzione è di Matteo Galli). Durante una visita dello scrittore al cimitero degli Invalidi di Berlino, diverse figure prendono la parola nel tentativo di ricostruire la storia della donna, appassionata e solitaria trasvolatrice di continenti, determinata ma non abbastanza forte – è un’ipotesi - da resistere allo smacco di non essere riamata da un diplomatico meno bravo nelle peripezie aeree ma anche poco sensibile al suo fascino.
Bundesarchiv_Bild_183-2008-0814-503_Marga_von_Etzdorf
O forse no, forse l’intrepida ragazza accettò di malavoglia di dare il suo contributo alla gloria del nazismo nascente, costretta dalla mancanza di risorse economiche a commerciare armi e pagare un obolo all’eroismo dello spirito tedesco, laddove la sua sete di aerea libertà, la seduzione irresistibile della “mancanza di gravità” era tutto quello che le interessava. Qualcosa le pungeva dentro. Il disonore di qualche incidente di troppo. Voli imprecisi, atterraggi avventurosi e non sempre fortunati. Fatto sta che un giorno si spara due colpi di pistola, ad Aleppo, dopo l’ennesimo scalo arrischiato, imbarazzante (“lei che aveva volato su mari e deserti atterrò in Siria con il vento alle spalle anziché controvento”). Non prima di aver compilato i documenti di arrivo. Fragile e impenetrabile, ma forse convinta di dover “dare un esempio”: la testimonianza di un radicale rifiuto della mediocrità. Libro interessante ma che non sempre mantiene la tensione necessaria.

Viceversa, il romanzo La morte dell’avversario, scritto nel 1947 dall’ebreo tedesco Hans Keilson, tradotto solo qualche mese fa, pochi giorni prima della morte del suo autore, a centouno anni, è un’opera destinata a entrare nel canone del Novecento (traduzione di Margherita Carbonaro). Keilson trascorse in Olanda gran parte della sua vita, partecipò alla resistenza e per tutta la vita si impegnò come psicoanalista a curare i bambini traumatizzati dalla guerra e dalle deportazioni. La critica americana ha usato parole molto impegnative e lo ha accostato ai grandi testi del Novecento. Possente, rischioso, persino poco edificante (non stupisce la mancanza di riscontri commerciali altisonanti). Invece di raccontare per l’ennesima volta quanto fossero cattivi i cattivi e quanto avessero sofferto le vittime, viatico ovvio per ben disporre all’ascolto dei più, Keilson affonda in maniera brutale la lama nel vischioso, indecidibile rapporto fra vittime e persecutori. Non è una novità assoluta, ma La morte dell’avversario lo fa in maniera sgradevole: il protagonista non solo subisce una fastidiosa fascinazione per il Führer (mai nominato), di gestazione lenta e dura a morire, ma afferma chiaramente che nessuna vita è possibile senza quella del nemico. La costruzione di questa perversa, a suo modo malata formazione, è sapiente, avvolgente, si muove attorno ai singoli episodi a cerchi concentrici, sì da rendere bene il clima che il protagonista respira a casa, da bambino, nelle mezze frasi dei genitori ebrei, nelle loro sommesse ma inquiete allusioni all’innominato regime hitleriano del quale intuiscono i futuri allucinanti sviluppi.

Se il ragazzino dapprima proverà sulla propria pelle l’esclusione (i compagni di gioco pian piano lo allontanano o prendono di mira: e il nostro sente con nettezza indimenticabile quale sia il valore pedagogico dell’umiliazione), la figura dell’avversario prende ad ammaliarlo. Nel suo delirio immagina che anche a “lui” (così spesso lo chiama) accada qualcosa di affine al contrario. Che la sua paranoia, quella che lo induce a supporre nemici che vogliono la sua fine, non sia diversa dalla propria. Arriva a giustificarlo. S’illude che ciò possa indurlo a fermarsi un momento prima della catastrofe.
Né Hitler, né il nazismo, né gli ebrei sono direttamente nominati, e Keilson tenta per questa via avventurosa un’ermeneutica ontologica piuttosto che storica. Se anche il perseguitato ha bisogno del nemico per vivere, con una scrittura ferma, inesorabile, senza sbavature, il protagonista drammaticamente avvicina, o crede di avvicinare, il cuore proprio e insieme quello dell’altro. Affacciarsi su un abisso di tale profondità è un rischio sconosciuto alla letteratura contemporanea. Motivo bastevole per leggerlo, La morte dell’avversario.
Michele Lupo

Foto: Marga von Etzdorf
Bundesarchiv Bild 183-2008-0814-503
L'immagine è presa da qui

morteavversarioTimmPenombraHans Keilson
La morte dell’avversario                  

Mondadori 
pagg. 261                                       
19,50 €

 

 



Uwe Timm
Penombra
Mondadori
pagg. 222
  19 €



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