Sabato, 19 Maggio 2012

Parigi, Lituania, Siberia: due libri sulle tragedie del Novecento

Ruta1“Eravamo tutti sulla lista. Non sapevo bene cosa fosse quella lista, sapevo solo che c’era scritto sopra il nostro nome”. Così scrive a un certo punto la voce narrante del romanzo tradotto da Garzanti Avevano spento anche la luna, di Ruta E. Sepetys, scrittrice alla prima opera, nata nel Michigan da una famiglia di rifugiati lituani. Le liste – di nemici veri o presunti, di avversari, di proscritti, di fuoriusciti, di “diversi”, di “altri” – sono una componente per così dire strutturale delle dittature. Sono il resto, lo scarto, l’avanzo da eliminare. Dei reietti prodotti dai totalitarismi novecenteschi pensavamo di sapere tutto o quasi. Ma la storiografia ha certamente faticato più con i gulag che con i lager perché il regime sovietico ha potuto esercitare il suo controllo repressivo fino al momento del collasso, senza dimenticare il peso del debito contratto dall’Occidente con il nemico “comunista” nella seconda guerra. Ovvio che vicende come quelle descritte in questo libro (tr. it. di Roberta Scarabelli) siano meno note di altre. Delle popolazioni baltiche sottomesse allo stalinismo e deportate in Siberia nessuno ha mai sentito il bisogno, o ha semplicemente avuto l’opportunità, di parlarne. Nello specifico, si tratta di lituani, e l’autrice tenta di recuperare alla memoria (a tratti con un carico di sentimentalismo eccessivo) non solo la violenza a cavallo della guerra, ma anche il ritorno difficile in una patria destinata a restare ancora a lungo in mano ai russi.

Il romanzo della Sepetys è costruito sull’invenzione di personaggi verosimili, fabbricati a partire dalle testimonianze che la scrittrice ha cercato nel paese dei suoi genitori. La narratrice Lina, all’epoca adolescente, che in un giorno del giugno 1941 vede irrompere la polizia sovietica nella sua casa lituana, è la figlia del rettore dell'università. A lei e sua madre danno venti minuti di tempo per radunare le loro cose. Le aspetta un treno pieno di proscritti, destinato a raggiungere il gelo della Siberia. Il viaggio e poi gli anni di lavoro forzato sono materiale drammatico di per sé, ma il racconto spinge sul pedale di un’esibita emotività per restituire l’immediatezza della brutalità e della sofferenza, cui oppone un’ostentata ribellione interiore dei personaggi – un genere di scrittura che, visto il tema, facilmente afferra l’attenzione del lettore che vuole sapere ma anche emozionarsi. Il volontarismo, la professione di coraggio, la determinazione della ragazza che cerca di salvare la storia dei suoi giorni facendo in modo che i suoi disegni arrivino al padre, chiuso in un altro campo, sono la forza e il limite del romanzo.

mezzanotteParigiListe sono anche quelle contenute in un altro libro edito da Garzanti in queste settimane.  “Sono entrati a Parigi dalla Porte de la Villette il 14 giugno alle 5,30 del mattino – scrive Dan Franck, in Mezzanotte a Parigi, traduzione di Doriana Comerlati - . Dal cielo pioveva una polvere nera come fuliggine, che s’incollava alle mani e al viso: le ultime vestigia dei serbatoi incendiati. La vigilia, la città era rimasta straordinariamente silenziosa. Gli ultimi parigini in fuga si affrettavano lungo le arterie principali verso le porte”.

Anche qui il 14 giugno è il giorno decisivo, dunque, ma è quello dell’anno precedente. Le vittime, qui, i nemici da combattere per un potere di segno opposto a quello stalinista ma dalla identica ferocia, sono gli intellettuali, gli scrittori, gli artisti. Dan Franck racconta dunque a partire da un centro, Parigi e la Francia (che hanno commesso non solo l’errore di sottovalutare le intenzioni di Hitler ma anche quello di non aver compreso l’importanza, chiarissima ai tedeschi, della velocità), scivolando verso i paesi confinanti, inseguendo le linee di fuga di decine di personaggi, oppositori dei nazisti, o semplicemente ebrei, di varia nazionalità, di stanza nella capitale, o in affannoso e terrorizzato passaggio attraverso sentieri che potessero consentirgli di sottrarsi alla morsa del nazismo, magari per raggiungere la Spagna (di Franco!) e sperare poi di imbarcarsi per l’America. Frank racconta di come girassero in lungo e in largo per la Francia, aspettando un lasciapassare, un visto d’uscita per la Spagna, Franz Werfel e quella rubacuori di Alma Mahler che fece innamorare l’intera intellighenzia europea e cercò di portare in salvo le partiture dell’ex marito, nonché la terza sinfonia di Bruckner. A un certo punto si ritrovarono a Lourdes, e fu lì, pare, che Werfel, ebreo e di sinistra ma non un cuor di leone, si fece venire in mente l’assurda idea di Bernadette.

Ma Frank racconta anche del grande Walter Benjamin e di Arthur Kostler, di Sartre e Simone de Beauvoir che faticano a trovare sodali nella loro lotta resistenziale (la verbosità e il protagonismo spinto non li rendeva simpatici), di Cocteau e Jean Paulhan – e molti altri. Fuggiaschi, braccati, imprigionati, partigiani coerenti con le lore idee o rinnegati, opportunisti o orgogliosi – si sarebbe detto un tempo – “alfieri della libertà”. Dan Franck scrive tenendo il racconto stretto come una cronaca, con indubbia maestria e sapienza del dettaglio, raramente calcando la mano – e perciò capace di avvincere (vale per tutti il racconto, breve, essenziale, della tentata fuga e del successivo suicidio di Benjamin, in quanto ebreo condannato a morte certa, verso Port-Bou: una piccola lama che si incide nel petto del lettore). Un libro centrifugo, di personaggi che vanno in tutte le direzioni, non solo per fuggire ai tedeschi, ma anche per appoggiarli o farsene proteggere – Céline, Brasillach, La Rochelle… Storia di storie, meglio di un romanzo.
Michele Lupo

Ruta Sepetys
Avevano spento anche la luna 
Garzanti
2011; pp. 289
18 €

Dan Franck
Mezzanotte a Parigi 
Garzanti
2011; pp. 507
25 €

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