Sabato, 19 Maggio 2012

La Cina è sempre più vicina, anche dal punto di vista della narrativa

La Cina è vicina sul serio, si direbbe, questa volta. Lo sono anche i suoi scrittori, sempre di più – fra quelli noti da noi ve ne sono di una bravura mostruosa, basti pensare a Yu Hua, a Mo Yan, a Gao Xingjian. Comincia a essere vicina anche nell’immaginario di qualche scrittore occidentale, a giudicare dal breve romanzo del giovane, bravo narratore tedesco Tilman Rammstedt, vincitore nel 2008 del premio Ingeborg Bachmann.
imperatoreL’imperatore della Cina, romanzo tradotto per l’editore Del Vecchio da Carolina d’Alessandro, ha goduto di un certo successo in patria, successo meritato si direbbe, vista la scrittura accattivante, l’invenzione intelligentissima e arguta. La Cina qui è tutta immaginata, meglio, ci avverte l’autore, prelevata di sana pianta dalla Lonely Planet, almeno per ciò che attiene alle sue descrizioni realistiche, e per il resto fantasticata da un narratore indolente e bizzarro cui è toccato in sorte un nonno ancora più eccentrico che avrebbe dovuto accompagnare in un viaggio, appunto, destinazione Pechino. Ma il giovane non ci pensa proprio, costringe il vecchio a partire da solo, sebbene con i familiari finga il contrario, ma non si aspetta che il nonno faccia lo stesso, e che una volta avviato il suo improbabile viaggio in solitudine, gli invii cartoline surrettizie senza lasciare la Germania. “Era facile riconoscere che anche l'ultima cartolina non era arrivata dalla Cina. Era affrancata con un francobollo tedesco, e la foto del grasso uomo dorato era stata strappata da un qualche opuscolo di viaggi ed era stata incollata alla meglio su di una di quelle cartoline che vengono regalate, un angolo s'era già staccato e da sotto sbucava un orso bianco”. La narrazione a volte è eccessivamente divagante, fra le storie giovanili del nonno, la curiosa relazione fra i due e Franziska e un grande amore del vecchio ancora più improbabile: ma le pagine scritte da immaginarie Shanghai o Xi’an, con la loro acribia descrittiva e l’assurdo delle fanfaluche gratuite, sono divertenti.

Ding_2Tutt’altra storia quella de Il sogno del villaggio dei Ding, romanzo drammatico di Yan Lianke edito da Nottetempo. La pratica di vendere il sangue praticamente imposta dalle autorità cinesi ci era già stata raccontata qualche anno fa da Yu Hua (Cronache di un venditore di sangue). In molte zone del paese, come nel villaggio di Yan Lianke (autore anche di Servire il popolo) il risultato più clamoroso è stata la comparsa e la diffusione sempre più massiccia di quella che nel libro viene chiamata “la febbre”: l’Aids. L’approccio approssimativo nonché sottilmente coatto, l’assenza di precauzioni, lo stordimento collettivo provocato dall’inganno dell’arricchimento o di un relativo benessere, produce i suoi effetti catastrofici che Yan racconta attraverso la voce del giovane nipote, morto, del maestro Ding, uomo probo, saggio, che assiste sotto i suoi occhi alla distruzione di un mondo – innanzitutto morale. Ciò che rende per esempio la struttura drammaturgica del libro interessante, e ricca di tensione, a parte la gravità del contenuto empirico che mostra quale sia il prezzo che la Cina sta pagando al suo pazzesco sviluppo, è che il più agguerrito nel persuadere gli altri a vendere il proprio sangue sia proprio il figlio (il padre della voce narrante), dal quale il vecchio si aspetta inutilmente un passo indietro e un pubblico atto di contrizione. Di qui, da questo rifiuto, passano le storie private e sociali del villaggio, la cui natura e il cui paesaggio si spogliano e impoveriscono man mano che la malattia avanza e il numero dei morti aumenta - ottima prova per leggere fra le zone oscure della Cina contemporanea, un mondo che, ci piaccia o meno, è probabilmente destinato a riguardarci sempre di più.
Michele Lupo

Tilman Rammstedt
L'imperatore della Cina
Traduzione di Carolina d’Alessandro
Del Vecchio
2011; pp. 240
14 €

Yan Lianke
Il sogno del villaggio dei Ding
Traduzione di Lucia Regola
Nottetempo
2011; pp. 456
20 €

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