Sabato, 19 Maggio 2012

Sudjic ci spiega come i ricchi e i potenti hanno dato forma al mondo

architetturapotereVolete una nozione meno astratta e concettosa e viceversa palmare, tangibile fino alla brutalità di cosa intendesse Nietzsche con l’espressione “volontà di potenza”? Non è difficilissimo, basta guardarsi intorno. Dejan Sudjic, direttore del Design Museum di Londra e autore di Architettura e Potere (sottotitolo: Come i ricchi e i potenti hanno dato forma al mondo), il grande tedesco non lo nomina mai - in fondo sarebbe banale, perché l’architettura intorno a noi esibisce il concetto con l’evidenza dei fatti (delle cose che essa costruisce). Dice quella potenza e la esercita nello stesso momento. Perché il fatto architettonico, ridotto a questa dimensione, non è un gesto, un’azione a tempo determinato: coincide (si incide ne) con l’occupazione di un territorio. Per chi lo attraversa, ancora più per chi lo abita e spesso lo subisce, non è prescindibile: che si tratti di un monumento celebrativo e della corte del sultano, essi sono lì. Costituiscono la parte antropica dell’ambiente in cui viviamo – scusate se è poco.

Basterebbe questo, al netto della simbolica e della significazione peculiare di una scelta o dell’altra, a fare dell’architettura una disciplina sui generis, fuori dal repertorio complessivo delle arti disinteressate e gratuite (si fa per dire  - non che il discorso sia così semplice, nessuno crede, specie i potenti che l’hanno in dispregio, che una poesia sia di sicuro innocua, altrimenti non si spiegherebbe una storia secolare di persecuzioni e censure ai danni di scrittori, musicisti, persino pittori – i pregiudizi di Sant’Anselmo sulla pittura di paesaggio erano tali da fargli augurare la dannazione eterna ai peraltro inesistenti artisti che volessero cimentarsi con l’impresa).

L’architettura, cui è proprio il particolare non indifferente di destinarsi nella maggior parte dei casi a spazio abitabile, per esistere non può fare a meno dei mezzi materiali. L’inevitabile rapporto con il potere che necessariamente serve a trovarli determina un’inclinazione ricorrente pressoché costitutiva per la patologia. Che l’ego si scateni, è nelle cose. Ma se l’architetto non scherza, il potente che lo mette al lavoro finisce per delirare come un dio in terra: porzioni di essa sono a sua completa disposizione, la volontà di disegnarle a proprio piacimento ha agio di manifestarsi con evidenza senza confronti.

Il libro di Sudjic descrive bene questa storia, ne racconta esempi più o meno significativi lungo il Novecento. Per capire quanto sia pervasivo il suo discorso, non c’è bisogno di andare alle manifestazioni clamorose di Mao o Saddam Hussein, né alle ovvie iscrizioni megalomani dei vari Mussolini, Stalin, Hitler (sul terzo, le memorie dell’architetto Albert Speer rappresentano ancora una lettura fondamentale). Più interessante, è individuarne  pagine meno eclatanti, intuibili ma meno sfacciatamente esibite, così com’è nelle democrazie occidentali, dai casi di Chirac a Tony Blair, decisi comunque a marcare il territorio a loro modo, a progetti meno spettacolari, meno clamorosi, apparentemente laterali, dalle biblioteche alle reception degli alberghi, dai musei alle Esposizioni di fiere temporanee (che in luogo di contenere oggetti da esporre sono essi stessi forme che chiedono di essere guardate, di significare). Perché il potere suppone di utilizzare gli architetti più di quanto non valga il contrario – esso può, appunto. Decide come dobbiamo regolare il nostro rapporto con gli spazi, cosa dobbiamo guardare, come e dove possiamo camminare, se sentirci a nostro agio o subire l’oltranza monumentale di chi edificando una struttura vi proietta un segno preciso del suo dominio.
Michele Lupo

Deyan Sudjic

Architettura e potere
Laterza
2011; pp. 363
20 €

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