Sabato, 19 Maggio 2012

Il Cinquecento italiano fu una selva di corna tra pennelli e scalpelli

mogli_ante La traccia più divertente di queste storie del critico e storico dell’arte Carlo Adelio Galimberti, di queste biografie intraviste dalla specola esclusiva dell’eros dei grandi dell’arte italiana del Cinquecento (non esattamente una roba di secondo piano) ha a che fare, brutalmente, con le corna. Il tradimento, paventato, sospettato, realizzato rende sapidissime e talora patetiche le vicende di geni che l’immaginazione popolare edulcorata da cattivi manuali scolastici per tanto tempo ha voluto vedere affaticati esclusivamente dai travagli dell’opera. Il tradimento in sé, ovvio, non sarebbe così interessante se non fosse spesso cifrato in una specie di mundus inversus, ossia nel carnevalesco e boccacciano ribaltamento dei ruoli: ché, primo, sono i maschi a esser fatti becchi, e, secondo, lo sono sovente i maestri dai garzoni, secondo un principio che – benché non sia l’argomento di queste pagine – vale anche come rottura delle gerarchie sociali. Mondo alla rovescia che è anche uno slittamento benvenuto rispetto alla vulgata di un Rinascimento tutto ordine e armonia.

Ne sapeva qualcosa Giorgione. Il rigore, la disciplina, l’esercizio quotidiano della tecnica e in qualche caso persino l’afflato spirituale non gli impedivano di soffrire per banali motivazioni amorose: distrutto dal talento erotico del suo allievo di bottega, che viceversa poco ne aveva per l’arte. Il ragazzo si dava “buon tempo” con la modella preferita del grande pittore, al punto che secondo alcune testimonianze (non attendibilissime a dir la verità) ne sarebbe stato segnato a vita. Ne sapeva qualcosa anche Benvenuto Cellini, tutt’altro carattere però. Pazzo furioso e attaccabrighe, angustiato da problemi analoghi che decise di risolvere costringendo la sua modella preferita, Caterina, immortalata nella Ninfa di Fontainebleu, a sposare il suo giovane torello sì da gustarsi, con lo sfizio aggiuntivo della vendetta, i suoi piaceri sodomitici. Un gelosone senza pace pare fosse Andrea Del Sarto, colpevole di essersi scelto una moglie troppo bella; mentre il Sangallo dovette vedersela con una moglie gran figlia di buona donna.

In questo Rinascimento sostanzialmente tollerante, che si apre alle decantazioni ariose di Tiziano come alla crapula senza freni del Sodoma, in cui la scena classica delle corna in flagrante abbonda, ci sono delle eccezioni. Ci sono i piagnoni di Savonarola, che vedevano nei nudi e in generale nelle immagini sensuali diffuse ovunque, e specie nelle chiese, un incitamento verso costumi licenziosi. E non avevano mica tutti i torti se pensiamo che alcune fiorentine pare fossero state sorprese in attività poco religiose davanti ai quadri di Fra Bartolomeo, un maestro del nudo. A due passi dall’altare.
Mentre si lascia in sospeso la questione sul conto dell’omosessualità di Michelangelo, si dà per certa quella di Leonardo, basandosi qui soprattutto sui processi a carico. C’è anche chi finisce in galera per l’opera, come accade all’incisore Marcantonio Raimondi che lavora sui celebri e dannati XVI Modi di Giulio Romano (“un Kamasutra del Rinascimento” secondo l’autore).

mogli_1A volte l’amore, o meglio, un certo grado di eccitazione, allontanava gli artisti del tempo dal loro mestiere, altre volte vi trasferivano capricci e fantasie modulandoli più o meno velatamente. Il sensualissimo Bronzino, autore della meravigliosa Allegoria di stanza alla National Gallery, vi dipinge a parere dell’autore uno scenario più tormentato di quanto non lascerebbe supporre a prima vista: l’esplicito erotismo del celebre quadro (forse non estraneo all’influenza degli Asolani di Pietro Bembo) non impedisce all’amore di diventare il campo tormentato di pensieri insidiosi e di rischi sinistri. E dal canto suo, il sornione Raffaello non era immune da distrazioni e passioni tortuose. Galimberti ne accredita l’idea di un’armonia superiore raffinata, elegante, di grandissima presa sulle donne; però ricorda i sospetti sulla sua morte, legata a una feroce notte d’amore (almeno stando ai racconti del Vasari, che però a sua volta traduceva una vulgata popolare). Il lavoro, sospeso fra l’aneddotica e il richiamo alle opere, si fa leggere in virtù di una scrittura piacevole, divulgativa ma non superficiale.
Michele Lupo

Carlo Adelio Galimberti

Mogli, garzoni, amanti. Amore ed erotismo nella vite e nelle opere degli artisti del Cinquecento
Mauro Pagliai Editore
2011; pp. 198
16 €

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